Un vero e proprio complotto

12 10 2007

di Stefano Olivari

10.10.2007

Nemmeno i calciatori italiani collocati fra i primi trenta del mondo, da parte della commissione della Fifa che sovrintende al Fifa World Player, sono stati sufficienti a bloccare sul nascere la sagra del provincialismo. Destinata ad essere alimentata, ovviamente, anche dal Pallone d’Oro prossimo venturo che ormai come requisiti geografici è diventato in tutto e per tutto uguale al premio della federazione mondiale. E come credibilità non certo peggiore, al di là del fatto che uno sia assegnato da un giornale e l’altro abbia una patina di ufficialità. L’impero del Male ha osato affermare che solo un quarto (esattamente il 23,3 per 100) dei grandi calciatori del pianeta è italiano o gioca in Italia: Buffon, Nesta, Cannavaro, Pirlo, Gattuso, Kakà, Vieira. Che scandalo, che congiura…eppure è ripartito il ridicolo circo del Totti trascurato, con l’aggiunta di Ibrahimovic: fantastico, il nostro trisnonno garibaldino (davvero, da Quarto dei Mille partì anche lui) avrebbe pianto di gioia per Roma e Milano unite contro lo straniero che sottovaluta la terra promessa dei bamboccioni e dei delinquenti. Ma siccome il premio non viene assegnato in un ristorante del Tufello o della Bovisa, potrebbe essere utile ricordare cosa hanno fatto in campo internazionale nel 2007 questi due campioni. Detto senza ironia: campioni sì, ma nel 2007 solo a casa loro.

Come forse qualcuno sa, Totti ha rinunciato alla Nazionale. Quanto alla Champions League, è andato bene contro il Lione negli ottavi, segnando anche un gol, prima di schiantarsi insieme ai compagni contro il Manchester United nei quarti: e nel sette a uno dell’Old Trafford non si è comportato, come dire, da trascinatore. Nella nuova stagione un gol alla Dinamo Kiev ed una buona partita a Manchester: bravo ma non abbagliante. Quanto a Ibrahimovic, anche lui travolgente al limite dell’irrisione in Italia, in Champions League si è prima arenato negli ottavi contro il Valencia risultando fra i peggiori della situazione, ed è tornato al gol europeo dopo quasi due anni solo contro il PSV (che svendita dopo svendita ha ormai una rosa inferiore a quella della Reggina), mentre nelle tre partite vere giocate con la Svezia (contro Irlanda del Nord, Islanda e Danimarca, per Euro 2008: non esattamente tre corazzate) si è segnalato più per i litigi con i media di Stoccolma che per i gol che non ha segnato.

In Italia sia Totti che Ibra bravi, bravissimi, senz’altro all’altezza del loro grande talento: non solo contro gli sparring partner ma anche nei pochi scontri diretti. Fuori però quasi inesistenti. Sicuramente non esistenti ad un livello tale da poter lanciare campagne di stampa in loro difesa: al bar possiamo anche discutere del fatto che nei trenta ci siano i lungodegenti Vieira o Nesta, ed anche l’inserimento di Thuram ed Henry al di là dei nomi fa dubitare che la commissione guardi qualche partita oltre a quelle dei turni finali di Champions League, ma l’unico scandalo che vediamo è che per mezza copia in più si debba offendere l’intelligenza del tifoso. Che peraltro non aspetta altro che di essere offesa. Quanto ai teorici addetti ai lavori, lasciamo perdere: passi per l’immancabile Mazzone (ormai gli chiedono solo di Totti, un po’ come Fascetti viene interpellato solo su Cassano) e passi un po’ meno per il direttore generale dell’Inter (”Cose che fanno male al calcio”, ha argomentato Paolillo), in fondo divertenti, ma vogliamo parlare dell’intervento di Abete? ”Il livello per valutare questi campioni lo da anche l’opinione pubblica, i tifosi, la stampa e i loro contratti”, ha dichiarato quello che non è un semplice omonimo del presidente federale. E oltretutto non ha torto. Se il Genoa avesse venti milioni di tifosi, il Secolo XIX cinque milioni di lettori e Preziosi fosse Abramovich, magari saremmo qui a parlare di Borriello.

olivari@settimanasportiva.it
(in esclusiva per La Settimana Sportiva)


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