04.12.2007
1. Forse non si può esportare la democrazia in gran parte del mondo, di sicuro non si può importare per decreto la cultura sportiva dove non c’è mai stata. Il commentatissimo ‘terzo tempo’ (premio ‘Definizione forzata’ 2007) di Fiorentina-Inter, con i giocatori viola ad applaudire (anche se in teoria sarebbe preferibile il contrario, con i vincitori che rendono l’onore delle armi agli sconfitti), ricambiati dagli avversari all’uscita dal campo, con quello rugbistico non ha solo differenze etiliche ma anche sostanziali. Per non aggiungere che è stato figlio di una giornata particolarissima, ricordando quello che è successo alla famiglia Prandelli, e di una partita senza grandi polemiche. Gli elogi sperticati sentiti da più parti (metteteci voi il folgorato di turno: quasi tutti ispiratori di dossier su complotti ai danni della propria squadra) sono insomma figli della cattiva coscienza di chi fin da bambino ha imparato che fregare l’avversario e l’arbitro è giusto e che la furbizia è un valore. Anche se questo non toglie che quanto visto a Firenze sia stato bellissimo e faccia sperare in una sensibilizzazione almeno del tifoso in divenire. Se questo bambino almeno pensasse ‘quanto è scemo mio padre a prendersela tanto per un fuorigioco’, il calcio italiano potrebbe dire almeno in prospettiva di avere svoltato. L’ultrà è tutto un altro discorso, come già visto: ogni giorno decine di persone, anche molto tifose, muoiono in Italia per i motivi più assurdi e senza nemmeno avere attaccato briga all’autogrill, ma gli striscioni sono solo per Gabbo. Insomma, chi va allo stadio con il passamontagna della sportività di Mutu non sa cosa farsene ma per gli altri si può almeno sperare.
2. Parlavamo di decreti: bene ha fatto Abete a ricordare che in serie D già da due campionati è obbligatorio il saluto fra le due squadre a centrocampo: per chi si sottrae a questa imposizione di civiltà scatta il deferimento. Va detto che nemmeno in serie D gli episodi di violenza sono spariti, anzi, ma il famoso bambino magari avrà avuto un esempio positivo in più. Dopo aver negato l’autorizzazione alla Fiorentina di chiudere la partita in questo modo (anche se in Lega di è parlato grottescamente di ‘problemi di comunicazione e di tempi’), Matarrese da consumato politico della prima (un ventennio da deputato Dc, con presenze a Montecitorio piuttosto rare) e della seconda repubblica ha pensato bene di cavalcare l’entusiasmo da neofiti dell’etica sportiva che ha avvertito in giro: da gennaio saluto finale in tutti i campi di A e B, quindi, con cerimoniale da definire e consenso già generalizzato. E pazienza se verrà chiamato ‘terzo tempo’, come se un gesto di civiltà e di educazione (oltretutto imposto) fosse la stessa cosa di una cultura che del rispetto delle regole e dell’avversario fa l’architrave del sistema. Senza mitizzare il rugby, che non è per niente il fratello nobile del calcio (discende da un ceppo comune e le sue regole moderne sono tutte di derivazione scolastica, nell’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento, prima della scissione definitiva del ‘63) possiamo dire che il saluto finale calcistico avrà più punti in comune con quello della pallavolo dove a volte ci si dà la mano senza nemmeno guardarsi in faccia dopo essersi vaffanculati per tutta la partita. Ma piuttosto che niente è meglio piuttosto.
3. Sempre in tema tifo, va segnalato come si stia camminando sul filo e che in fondo il miracolo sia che il numero dei morti di calcio in Italia sia così basso. Sabato scorso a Milan-Juve altra dimostrazione: divieto di accesso al tifo organizzato ospite, assurdo nella logica (a Milano gli juventini non sono meno di milanisti o interisti) e inapplicabile nella sostanza, con un effetto pericolosissimo. Semplicemente, passandosi parola, molti tifosi juventini hanno acquistato biglietti dello stesso settore, quello al terzo anello posto dietro la tribuna stampa, ed hanno riformato una curva non…in curva. Oltretutto con minori controlli, vista la non ufficialità della cosa. Bersaglio unico dei cori ovviamente le forze dell’ordine, con qualche spruzzata di vecchio, ma non certo sano, tifo con cori volgari contro il ‘cascatore’ Nedved ed il ‘maiale’ Ancelotti (se l’allenatore del Milan potesse rivelare, sia pure fuori tempo massimo, l’ispiratore di quegli striscioni…), in aggiunta a qualche lancio di oggetti sotto gli occhi di steward che messi insieme non facevano il fisico di un buttafuori da discoteca del sabato pomeriggio. In definitiva per i nostri canoni di mitridatizzati contro tutto, non è successo niente né lì né nel resto dello stadio popolato da juventini normali. Ma si è confermato una volta di più che il problema ultrà non può essere risolto dal calcio.
olivari@settimanasportiva.it





































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