La prima meta

17 11 2010

“Placco, rotolo a lato del raggruppamento, sono stanco ma mi rialzo subito. Guardo sul lato aperto, i neozelandesi sono in troppi, faccio il giro della ruck e mi schiero come secondo difensore di fronte a Mehrtens. Respiro affannosamente per recuperare lo scatto precedente ma non c’è tempo, la palla esce. Gibson prende il pallone, attacca la nostra linea di difesa, noi saliamo. Quasi senza guardare passa la palla all’interno, verso la mia zona. Sono lì, allungo il braccio, è un flash, arrivo sulla palla. E’ mia, è tra le mie mani e corro, corro più veloce che posso. I primi metri senza pensare a nulla, scappo da tutti con l’ovale tra le braccia. Sono i 50 metri più lunghi, belli e leggeri di tutta la mia vita. Mi volto un paio di volte per guardare se qualcuno mi sta prendendo, ma non riesco nemmeno a mettere a fuoco quello che succede dietro di me. Voglio solo correre, ho corso per tutta la mia vita, quella è la mia meta. Vedo i pali, la linea. Mi tuffo con il pallone sul petto, lo schiaccio a terra. Quello è il mio momento, disteso sul prato umido per qualche frazione di secondo. E’ tutto vero. Ho 21 anni, sono capitano, sto giocando contro gli All Blacks e ho appena segnato la mia prima meta in Nazionale”.

(Da “Vita da capitano”, l’autobiografia di Marco Bortolami con Paolo Cecinelli, BCDalai editore.)


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