E io pago…

28 07 2011

mike_miller_alberghi_nuova_zelanda.jpgPrezzi esorbitanti, fuori mercato, fino a dieci volte più cari rispetto al normale. E’ questo lo scenario che si sta presentando ai tifosi di rugby che cercano alloggio in Nuova Zelandaper i prossimi Mondiali di rugby. Un’accusa che viene lanciata direttamente da Mike Miller, CEO dell’International Rugby Board.

”Qualcuno ha pensato ‘possiamo guadagnare un extra notevole e chi se ne importa del futuro’ - le parole di Miller Radio New Zealand -. Non è una grande immagine per il Paese”.





Carramba che sorpresa !

23 07 2011

Livia Manera per il “Corriere della Sera”

Questa è una storia sorprendente, una storia conosciuta a pochi e una storia molto americana, accaduta quando a New York – poco dopo la metà degli anni 80 – Andy Warhol teneva spettralmente corte nei ristoranti alla moda di Downtown, i mercanti d’arte si litigavano i quadri di Jean-Michel Basquiat, e i lettori e i critici, per una volta d’accordo, incoronavano star letteraria dell’anno una ragazza di ventinove anni che si chiamava Mona Simpson e aveva appena pubblicato un bel romanzo d’esordio intitolato «Anywhere but here» («Dovunque ma non qui» , nell’edizione Mondadori).

Mona SimpsonMONA SIMPSON

 

Ricordo ancora come cominciava: due parole seguite da un punto che ai miei occhi portavano la firma di Gordon Lish, l’editor che sarebbe stato riconosciuto- non senza polemiche e strascichi- come l’inventore del minimalismo americano. Erano gli anni in cui Lish, lavorando alla Knopf, infieriva genialmente sulla prosa di Raymond Carver – ma anche di altri – mozzando interi paragrafi e facendo strage di aggettivi e avverbi che non corrispondevano alla sua estetica inflessibile.

Non so se fosse sua o di Mona Simpson la scelta dell’incipit di «Anywhere but here» : «We fought» . Ma so che suonava più aggressivo del nostro «Litigavamo» , e che aveva il sapore e l’intenzione di una di una sfida. Quella di raccontare il turbolento rapporto tra una ragazzina dodicenne e la sua giovane madre, che a bordo di una Lincoln Continental fuggono da un’esistenza mediocre attraverso un’America assolata e poco ospitale. Il padre della ragazzina le aveva abbandonate. Era un romanzo che colpiva, letterario e muscoloso, ma in Italia sarebbe passato inosservato.

MONA SIMPSONMONA SIMPSON

Accade dunque che a New York, nel dicembre del 1986, Mona Simpson dà una cena nel suo appartamento dell’Upper West Side per una dozzina di persone, tra cui i miei migliori amici- lui scrittore, lei storica dell’arte – che mi estendono l’invito. C’è l’aria calorosa di una celebrazione in famiglia (la famiglia dei giovani newyorkesi sradicati, cioè il giro degli amici stretti), e a tavola mi accorgo di conoscere tutti i presenti, tranne un ragazzo a cui do non più di venticinque anni (ne aveva qualcuno di più), che siede davanti a me ed è troppo sicuro della propria intelligenza per essere simpatico.

Leggi il seguito di questo post »





Dance Anni ’90 acappella megamix – Fantastico

19 07 2011

 





Franchino

19 07 2011

Malcom Pagani per l’Espresso

Le albe da trovare dentro l’imbrunire, la prima canzone in arabo, un titolo “I telegrafi del martedì grasso” rimasto nelle nebbie di un angiporto inglese. «Durante un tour a Manchester vidi una scritta sul muro. Invitava ad arruolarsi. Mi appropriai dell’idea e scrissi una canzone. Poi usai la frase per inclinare ereticamente il piano del mio disco». “Up patriot to arms”. L’esortazione pretendeva una scelta e Franco Battiato indossò la divisa di complemento. Era il 1980.

Franco BattiatoFRANCO BATTIATO

Da allora, non è cambiato molto. «Mi parve giusto usarlo e oggi lo riutilizzo in una nuova tournée che parte da Roma perché questo Paese, come allora, ha bisogno di svegliarsi». All’epoca, il viso lungo del siciliano che scelse di naufragare a Milano ai tempi in cui la vita era agra e Luciano Bianciardi faceva notte al Bar Jamaica, cambiò le regole d’ingaggio della musica italiana. Due milioni di copie in tre anni. Estati solitarie, bandiere bianche, cinema all’aperto, voci del padrone, zingari, alberghi a Tunisi e sirene di Ulisse che non hanno mai conosciuto il difetto del calcolo.

BattiatoBATTIATO

Da allora Battiato, che crede nella reincarnazione, ha interpretato molte vite. Pittore, scrittore, regista, mentore, operista. Eremitaggi, sveglie alle cinque di mattina e ascese velocissime che a 66 anni lo hanno legato al palco. Ama schermirsi, definire «grossolano» ogni tentativo di interpretazione del reale, cambiare d’abito. Anche se il contesto, come la madre di una sua canzone è definitivamente imbiancato, la rabbia è rimasta giovane.
Voleva pensionare gli addetti alla cultura.

Leggi il seguito di questo post »





“COME HANNO FATTO GLI ITALIANI A VOTARE PER BERLUSCONI? SIAMO FREGATI PER SEMPRE” parola di Tiziano Terzani

18 07 2011

Colloquio con Angela Terzani di Malcom Pagani per l’Espresso 

Ora, dice Angela Terzani, «è tempo di raccontare un altro Tiziano». E si siede, tra volumi di Régis Debray, teli indiani e ragnatele, al centro di un ricordo. Orsigna, tra Pistoia e il cielo, è un’astrazione appenninica. Quattro case nel nulla del tutto, dove il figlio di un meccanico comunista e una ventenne tedesca di stirpe diplomatica, si issarono al principio degli anni Sessanta.

Erano due ragazzi. Le tasche vuote. I sogni incerti. La montagna di fronte. Le estati a incastrare le pietre di fiume, interrogare i castagni, pitturare le pareti, attenti a richiudere, al tramonto: «Il nostro sipario tra noi e il mondo». Angela è salita in macchina a Firenze e ha aperto un varco per “l’Espresso”. Con un mazzo di foto sulle ginocchia, i capelli biondi, l’emozione incerta di chi spalanca il sacrario di un’esistenza.

Intorno, mentre il sole della mattina si trasforma in pioggia e le zanzare danzano, l’ultima stazione del giornalista che narrò il Vietnam si rivela per la giungla che è. Tutto è scomodo, precario, essenziale. Le gocce battono su una tettoia di plastica, i tuoni rincorrono il silenzio, la natura veste chiome selvagge, i chiodi arrugginiscono, anche a 800 metri d’altezza. Angela ti offre un caffè, manca lo zucchero. Niente serve davvero, in fondo. I Terzani l’hanno capito.

Tavole di legno, mura rosse, persiane grigie, salici piangenti e, intorno, la valle. Dietro il velo, un’empatia profonda tra luoghi e persone. Una semplicità da pionieri. Dopo quasi mezzo secolo di pericoli e viaggi, nel luglio di sette anni fa, Tiziano Terzani venne a morire qui, nel posto «più esotico» della sua geografia sentimentale. Dove le fiabe, le streghe e i contrabbandieri si smarriscono nella leggenda e i daini, di notte, si riappropriano del territorio. Esplorano il giardino. Smuovono il terreno. Scavano buche. Bussano alle stanze.

terzani tiziano 001TERZANI TIZIANO




Cronache di Christiania

11 07 2011

di Emanuela Pessina

BERLINO. Nella “città libera” di Christiania, a Copenaghen, dal 1971 vige l’anarchia: la polizia danese può entrare solo con un permesso speciale e non è ammessa la proprietà privata. Con il tempo il quartiere è diventato un esperimento sociale di grande interesse, ma non ha mai incontrato le simpatie dello Stato, che ha tentato più volte lo sgombero senza successo: la città autogestita è diventata una delle attrazioni turistiche principali della capitale danese e parte della sua identità. Tanto che lo Stato ha proposto ora agli abitanti di Christiania di riscattare il proprio quartiere e conquistarsi così una nuova libertà: 10 milioni di euro per la legalizzazione di Christiania. Sintomo di un’era in cui tutto si può comprare, anche l’anarchia.

Il mito di Christiania è cominciato quarant’anni fa con l’occupazione abusiva di una base navale dismessa di 34 ettari nel bel mezzo di Copenaghen. A prendere l’iniziativa sono stati alcuni cittadini danesi alla ricerca di condizioni di vita migliori per le proprie famiglie. Abbandonato e ricoperto da prati e alberi, il terreno in questione era protetto da una semplice palizzata di legno: abbattere quelle assi era sufficiente per provare a costruire qualcosa di nuovo, gli anni Settanta permettevano ancora di sognare.

Non ci è voluto molto perché ai pionieri dell’occupazione di Christiania si aggiungessero gli hippies e gli anarchici, le comunità alternative più numerosa di quel tempo: il quartiere ha continuato a crescere come uno Stato dentro lo Stato, con le sue idee e le sue utopie, ed è riuscito a mantenere alta fino a oggi la sua bandiera di “Città libera”.

Ma lo stato danese non ha potuto perdonare. Già dall’inizio uno sgombero era impensabile, gli hippies coinvolti erano tanti e la superficie occupata non indifferente. Ed è così che già nel 1971 è cominciata la piccola guerra provata fra Christiania e la Danimarca. Si sono alternati Governi diversi di vari schieramenti, ma tutti hanno tentato di cancellare Christiania, passando indistintamente dalle maniere forti alle vie giuridiche. A Christiania ha regnato fin dall’inizio l’anarchia, un’emancipazione che pochi Stati moderni, benché liberi e democratici, si permettono di accettare di buon grado: sordo alle leggi danesi, il quartiere anarchico di Christiania ha sempre avuto regole autonome che, seppur in piccolo, andavano a mettere in discussione la sovranità stessa della Danimarca.

A Christiania la polizia può entrare solo con un permesso speciale. Non ci sono auto, ci si muove in bicicletta. Gli abitanti versano in una cassa comune un fisso mensile di 240 euro a testa, indipendentemente da dove vivono e cosa fanno. Assieme ai guadagni raccolti dalle attività di negozi, teatri, ristoranti, librerie, locali musicali e di artigianato, completamente autogestite, il contributo fisso va a saldare le tasse per acqua, gas e riscaldamento. Come in Olanda, e a differenza della Danimarca, vengono tollerate le droghe leggere. Oggi a Christiania vivono più di 700 adulti, in passato si è arrivati anche a 2000 abitanti.

E ora il colpo di coda finale del Governo danese. Dopo quarant’anni di ostilità, lo Stato ha fatto la sua proposta indecente agli abitanti di Christiania: riscattare economicamente il terreno su cui sorge il quartiere e mettere così la parola fine alla lunga diatriba legale. Dopo svariati settimane di riflessione, gli abitanti di Christiania hanno accettato l’accordo e, a quanto pare, acquisteranno il diritto di usufrutto sull’intero complesso residenziale per l’equivalente di circa 80 milioni di corone danesi.  Dieci milioni di euro per assicurarsi la libertà.

Gli avvocati che hanno concluso l’affare per il quartiere autogestito si dicono entusiasti e spiegano che la somma da corrispondere per Christiania è un decimo del valore effettivo dell’area. Gli abitanti stessi hanno deciso di emettere delle azioni per permettere alla gente di supportare la causa: Copenaghen ama la sua Christiania e, nessuno ha dubbi in proposito, la sosterrà. Per una piccola parte, Christiania verrà affittata. La maggior parte del fondo, invece, verrà stanziato da normalissime ipoteche sugli edifici.

Christiania si è riscattata e, firmando l’accordo, ha raggiunto la condizione di città giuridicamente “libera”.  “Da luogo di anarchia, Christiania si trasformerà in un esperimento sociale legale e di grosso interesse”, ha commentato soddisfatto Knud Foldshack, l’avvocato dei 700 inquilini anarchici. Che, da parte loro, non mancano di rassicurare: il diritto di possesso rimarrà della collettività e Christiania continuerà rifiutare qualsiasi tipo di proprietà privata.

Il compromesso tuttavia rimane e gli idealisti fanno fatica ad accettarlo perché è costato di più di 10 milioni di euro. È difficile immaginarsi una piccola “isola che non c’è” anarchica legata a ipoteche bancarie: se il fine giustifica i mezzi, allora sì, Christiania è libera. Ma se si cerca una giustificazione ideale a tutto, allora Christiania non è più libera: ha semplicemente scelto la via per sopravvivere. La sovranità esercitata nel rispetto tutti i regolamenti edilizi vigenti.





Agromafie e Made in Italy

9 07 2011

di Alessandro Iacuelli

La presentazione di un rapporto, il primo tra l’altro, sulle infiltrazioni mafiose nel settore alimentare dovrebbe essere una notizia importante, di quelle che trovano ampio spazio nei notiziari. Così non è stato, come per tante altre cose, ed è subito caduto nel silenzio il 1° Rapporto sulle Agromafie, presentato da Eurispes e Coldiretti.

Per la prima volta è stato analizzato il fenomeno della criminalità organizzata che agisce nel comparto agroalimentare, che crea un vero e proprio business parallelo e finisce per arrivare sulle tavole degli italiani aumentando i prezzi e riducendo la qualità dei prodotti acquistati dai consumatori, danneggiando allo stesso tempo anche le imprese impegnate a garantire gli elevati standard del Made in Italy alimentare.

I risultati presentati nel rapporto sono preoccupanti, al punto da meritare riflessioni e approfondimenti. Tanto per cominciare, ogni anno vengono sottratti al mercato regolare dell’agroalimentare 51 miliardi di euro. Cifra da capogiro, cifra da manovra finanziaria. Ed è un dato riferito al 2009, quando il settore dell’industria alimentare italiana ha registrato un fatturato complessivo di 120 miliardi di euro, secondo i dati presentati da Federalimentari, mentre il settore agroalimentare propriamente detto, escluso il settore della silvicoltura, ha registrato un fatturato di 34 miliardi di euro, dati secondo Ismea).

Quindi, il giro d’affari complessivo si aggira su circa 154 miliardi di euro, stiamo cioè parlando di 10% del Pil italiano 2009. Quasi un terzo di questa cifra, quindi una parte non trascurabile, è il bilancio delle mafie nel settore alimentare. Appare fin troppo evidente che si tratta di un dato preoccupante.

Il settore dove le mafie “sfondano” è quello delle false importazioni. Infatti, di tutte le materie prime importate, anche quando si tratta di alimenti una buona parte è classificata come “importazioni temporanee”, termine con cui s’intendono quelle importazioni di prodotti che vengono poi rivenduti sul mercato estero dopo una qualche trasformazione che avviene in Italia, ovvero importazioni di merci provenienti da uno Stato estero introdotte temporaneamente nel territorio nazionale a scopo di perfezionamento, e poi esportate di nuovo verso i Paesi di destinazione finale.

Queste merci, pur contenendo prodotti agricoli non italiani, data l’attuale normativa possono essere rivenduti all’estero con il marchio “Made in Italy”. Questo significa, dati alla mano, che su 27 miliardi di euro d’importazioni, una parte di queste materie prime importate sono state senz’altro riesportate come Made in Italy. Fa nulla se si trattasse di prodotti nord africani o sud americani. E secondo le stime presentate nel rapporto, almeno un prodotto su 3 del settore agroalimentare importato in Italia e trasformato nel nostro Paese, viene poi venduto sul nostro mercato interno e all’estero con il marchio Made in Italy.

Quindi non solo riesportazioni, ma anche introduzione nel mercato italiano di prodotti segnalati come italiani, ma che d’italiano hanno solo l’imballaggio o l’etichetta. Sulla bilancia dei pagamenti questo significa che almeno 9 miliardi di euro, nel solo 2009, sono stati spesi per importare dei prodotti alimentari esteri che sono poi rivenduti come prodotti nati in Italia.

Il dato che dovrebbe impressionare di più, come sottolinea il rapporto, emerge applicando questa proporzione al fatturato complessivo di 154 miliardi di euro: circa il 33% della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati, pari a 51 miliardi di euro di fatturato, derivano da materie prime importate, trasformate e vendute con il marchio Made in Italy, in quanto la legislazione lo consente, nonostante in realtà esse possano provenire da qualsiasi parte del pianeta. E le organizzazioni criminali sono riuscite per prime a mettere le mani su questo “affare”, consentito da falle legislative, portando questo settore di business al terzo posto, dopo l’edilizia abusiva e l’ecomafia dei rifiuti.

E’ il primo identikit che tracciamo in Italia su questo argomento. Inquietante, spinoso e pericoloso poiché ce lo ritroviamo inconsapevolmente a tavola. Le mafie hanno dimostrato la capacità di condizionare e controllare l’intera filiera agroalimentare, dalla produzione all’arrivo della merce nei porti, dai mercati all’ingrosso alla grande distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione.

L’intero comparto appare caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione e alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti, ma anche dal fenomeno del “caporalato”, che comporta lo sfruttamento dei braccianti “in nero” con conseguente evasione fiscale e contributiva. Ancora presto per tracciare i potenziali danni al sistema sociale ed economico che, secondo gli autori dello studio, “sono molteplici, dal pericolo per la salute dei consumatori all’alterazione del regolare andamento del mercato”.

Le mafie rappresentano ormai una vera e propria holding finanziaria in grado di operare sull’intero territorio nazionale, un business da 220 miliardi di euro l’anno, l’11% del prodotto interno lordo. Pertanto era destino che anche il settore alimentare dovesse prima o poi risultare appetibile. In conclusione, sono le associazioni criminali a determinare l’aumento dei prezzi, a proporsi sempre di più come “soggetto autorevole d’intermediazione tra i luoghi della produzione e il consumo, assumendo l’identità di un centro autonomo di potere”.

In un periodo come questo poi, caratterizzato da crisi economica, calo dell’occupazione e dei prezzi alla produzione, diviene facile per le agromafie investire i loro ricchi proventi in larga parte in attività agricole, nel settore commerciale e nella grande distribuzione: “La loro crescita ed espansione appaiono supportate dall’inadeguatezza del sistema dei controlli e della comunicazione dei dati e dalle informazioni, sia con riferimento alla fase dell’importazione dei prodotti agroalimentari, sia con riferimento alle successive operazioni di trasformazione, distribuzione e vendita”, afferma la Coldiretti nel dossier.

E’ proprio l’organizzazione di categoria dei coltivatori, quella che si lamenta di più: “La situazione non migliora nel comparto vegetale dopo che nel 2010 sono stati importati ben 115 milioni di chili di concentrato di pomodoro, il 15 per cento della produzione nazionale”. I risultati, non economici, ma in termini di alimentazione e salute, li ha presentati la stessa Coldiretti, attraverso il suo presidente Sergio Marini, in un piccolo “salone degli inganni”.

Ce n’è per tutti i (pessimi) gusti: mozzarelle senza latte, concentrato di pomodoro cinese avariato e “spacciato” come Made in Italy, prosciutto ottenuto da maiali olandesi e venduto come nazionale con tanto di fascia tricolore, ma anche grandi marchi di vini contraffatti, olio di semi imbottigliato come extravergine o Chianti prodotto in California. Ci sono anche, identificati attraverso i reperti sequestrati nell’ambito delle operazioni antifrode delle forze dell’ordine, vini con marchi inesistenti o il miele con l’aggiunta illegale di zucchero. Non mancano neppure falsi prosciutti di Parma Dop. Latte, biscotti e succhi cinesi contenenti melamina. Falsa mozzarella di bufala Dop, falso aceto balsamico di Modena Igp e falso vino Amarone Doc.

Ora che questi meccanismi iniziano ad essere chiari, ora che iniziano ad essere studiati, appaiono in tutta la loro pericolosità tutti gli aspetti più inquietanti; e c’è da dire che, purtroppo, sulla penetrazione mafiosa in questo settore siamo certamente ancora alll’inizio.





I 10 posti nel mondo in cui vorrei andare #9

7 07 2011

Al numero 9 della mia personale Top10 c’è l’Argentina

Il Sud America mi attrae molto più del Nord America, penso al Venezuela, al Brasile, il Perù e immagino il Porto di Maracaibo, Los Roques, Rio de Janeiro, Manaus, Machu Picchu, ma se c’è un paese in quell’area del mondo che mi piacerebbe esplorare è l’Argentina.

Terre sconfinate, pampas, gauchos, la Patagonia, le cascate dell’Iguazu, i barrios di Buenos Aires, gli stadi mitici del calcio argentino, le Ande…tutto mi piacerebbe vedere di questa parte di mondo in cui il 70% della popolazione ha antenati italiani e veneti in gran parte.

Magari a bordo di una Poderosa





Per tutti quelli che cercano inviti a Google+

3 07 2011

Perche’ ?








Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 299 other followers