Ecco il segreto della nuova dieta di Djokovic

31 08 2011

Alessandra Retico per “la Repubblica

esultanza djokovic foto mezzelani gmtEntri nell´uovo, sgusci che sei Novak Djokovic. Il tennista serbo ha questo non più riposto segreto: usa una camera pressurizzata, una specie di astronave, ci fa un viaggio di una ventina di minuti al giorno e sbarca più ossigenato e col sangue frizzante. Una stanza ipobarica, con tecnica mista: abbattimento della pressione per simulare l´altitudine e stimolare la produzione di globuli rossi, veloce ritorno a pressione normale.

Come da Torino al Monte Bianco e viceversa in un lampo, e in continuazione, per evitare che l´organismo si adatti. «Penso che sia molto d´aiuto, non solo per i muscoli ma più che altro per il recupero dopo un set estenuante» dice il serbo al Wall Street Journal, che ha tirato fuori questa storia dell´uovo di Nole, capace di cancellare la fatica, eliminando l´acido lattico.

Prodotto da un´azienda californiana (Cvac Systems), l´astronave delle ottime performance costa 75mila dollari, ce ne sono solo venti al mondo. Djokovic fa ovoterapia da circa un anno ad Alpine, New Jersey, nella casa dell´amico Gordon Uehling, ex professionista e ora allenatore di tennis, che ne possiede una.

cvac-systemsCVAC-SYSTEMS

Doping? Per le federazioni internazionali no, in Italia invece sarebbe vietata. Il codice Wada (l´Agenzia mondiale antidoping) consente questo genere di aggeggi, come le tende all´ossigeno, nonostante li abbia definiti «contrari allo spirito sportivo».

Una nostra legge (la 376 del 2000), invece li bandisce: alterano i valori di ematocrito. Certo che Nole sta assai bene (a parte l´infortunio alla spalla), niente più allergie, segue una dieta senza glutine perché è celiaco. Ma non è solo quello: agli Us Open si presenta con 57 vittorie, 2 sconfitte (una per ritiro), 9 titoli tra cui 2 slam, 5 masters. Numero uno si diventa anche per altro. Lui per esempio ride molto, si ossigena di conseguenza. Poi, vai a cercare il Nole nell´uovo.





Lo schifo persiste #39

26 08 2011

Fabrizio d’Esposito per “Il Fatto Quotidiano

RAFFAELE FITTO

 

La Casta Express viaggia in orario, protetta e nella massima pulizia. L’ultimo caso riguarda le vacanze estive del ministro pugliese Raffaele Fitto, che nel governo Berlusconi ha una delega senza portafoglio: i Rapporti con le regioni e la Coesione territoriale.

La storia è stata raccontata ieri dal manifesto. Fitto e i suoi familiari sono partiti in treno il 7 agosto dalla loro città, Lecce, per raggiungere Bolzano e poi Renon, sempre in Trentino Alto Adige. Un viaggio lungo, in vagone letto extralusso Excelsior. Cinque giorni prima alla direzione passeggeri di Trenitalia (società per azioni di proprietà del Tesoro) arrivano le richieste del ministro, che vengono messe nere su bianco in un carteggio interno via mail.

Il primo avviso: “Un ministro viaggerà con famiglia (2 adulti + 2 bambini) in Excelsior sul seguente itinerario: 7 agosto – Lecce/Bolzano – 924 -vettura 10 – compartimenti 81/82 – 91/92. 21 agosto – Bolzano/Lecce – 925 – vettura 10 – compartimenti 81/82 – 91/92. Il Ministro si è raccomandato per sicurezza a bordo treno ed assistenza (avranno due compartimenti adiacenti sia all’andata che al ritorno)”. La mail viene girata ad alcuni dirigenti e c’è la direttiva finale: “Riservata. Massima attenzione alla pulizia e al servizio offerto, compreso equipaggi, loco, puntualità e sicurezza patrimoniale”.

Ad agosto, per i vacanzieri “normali” è stato quasi impossibile viaggiare sui “treni notti”: ridotte o cancellate le prenotazioni di cuccette e vagoni letto a causa dello sciopero dei lavoratori di una ditta esterna per la manutenzione, cui lo stipendio non arriva da mesi. Per il ministro, invece, nessun problema. Anzi. Chiede pure la disponibilità di due compartimenti comunicanti e non adiacenti. La famiglia Fitto si muove in Excelsior: suite matrimoniale e doccia. C’è poi il mistero di una carrozza in più aggiunta al convoglio. Il viaggio d’andata del 7 si svolge come previsto. Quello del ritorno, il 21 agosto, non ci sarà: il 19 un’altra mail informa che è stato annullato.

Ieri Trenitalia ha smentito ogni “trattamento di favore”. In una nota scrive: “In primo luogo il ministro ha prenotato e pagato il viaggio autonomamente. Non è stata approntata alcuna modifica speciale alla composizione del treno. La sua vettura era infatti quella regolarmente prevista; l’altra viaggiava fuori servizio per un normale invio tecnico, insieme ad una seconda vettura. Erano entrambe chiuse e non prenotabili”.

E ancora: “I biglietti sono stati acquistati molti giorni prima che lo sciopero degli addetti alla manutenzione delle vetture letto riducesse la possibilità di impiego di quest’ultime ed esaurisse, di fatto, la disponibilità di biglietti. Il ministro aveva inoltre chiesto, se possibile , di modificare la prenotazione per avere due compartimenti adiacenti e comunicanti. Ha conservato i posti già acquistati. Anche in questa circostanza, quindi, nessuna eccezione ad personam. Il viaggio non ha infine comportato, per l’azienda, alcun costo aggiuntivo”.

E l’evidenza della mail interne? Qui Trenitalia ammette però la diversità della casta dai comuni mortali: “È prassi aziendale che, ogniqualvolta Trenitalia venga a conoscenza della presenza, sui propri treni, di alte autorità dello Stato, attivi le proprie strutture per assicurare massima attenzione, in particolare sotto il profilo della security. Non ha fatto eccezione neppure il viaggio del ministro Fitto”. Un viaggio privato per fare le vacanze, non istituzionale. E che ha comportato l’impiego di un agente della security ferroviaria, la cosiddetta Protezione aziendale composta da 350 uomini.

Del resto, spiegano da Trenitalia, la protezione dei politici è di fatto quotidiana, da quando all’aereo viene preferita l’alta velocità dei treni. Funziona così: dal cerimoniale dei ministeri parte la segnalazione che poi viene girata alla security. “Prassi aziendale”, appunto, che “vale per il governo Berlusconi come in passato per quello di Prodi”. Senza contare che la casta di deputati e senatori ha diritto al biglietto differito, che viene pagato cioè in un secondo momento dalla Camera di appartenenza. A spese dei contribuenti.

FITTO E D’ADDARIO

 

Quello del treno è il più antico dei privilegi della politica. Anche se tutto iniziò con una bocciatura. Il 29 giugno 1861, a Torino, il Senato disse no alla proposta del treno gratis, soprattutto per i parlamentari provenienti dal sud. A chi protestò, fu risposto: “Servire il Paese è un privilegio, pari al dovere. Chi lo ha fatto in armi ha rischiato tutto, compresa la vita, senza altro chiedere. La mercede è da mercenari, non da patrioti, non sia mai”. Altri tempi. “La prassi aziendale” non c’era ancora. Mentre Trenitalia si è spesa in una lunga autodifesa, il ministro Fitto si è limitato a definire la vicenda “paradossale”.

Classe 1969, Fitto si ritrovò in politica poco più che ventenne, dopo la morte in un incidente del papà presidente della Regione Puglia. Democristiano poi berlusconiano, è un perdente di successo del Pdl. Nel 2005, da governatore uscente, fu battuto da Nichi Vendola. Venne “ricompensato” nel 2008 con un posto da ministro. Nel 2010, infine, impose al premier, sempre in Puglia, la candidatura a presidente dello sconosciuto Rocco Palese. Altra sconfitta.

Coinvolto in due inchieste, dal peculato alla corruzione e al finanziamento illecito dei partiti, Fitto è uno dei accesi sostenitori, con la corrente dei quarantenni, del nuovo segretario del Pdl Angelino Alfano. Anche Fitto, quindi, è un teorico del partito degli onesti con Papa e Milanese. Un partito degli onesti che viaggia comodamente sempre, in vacanza o per lavoro.





Contan-Ticino

24 08 2011

Cinzia Sasso per “La Repubblica

Sede della Banca Centrale Svizzera

La ragazza bionda con il tailleur firmato Prada, risponde con una gentilezza esagerata: certo che si può aprire una cassetta di sicurezza, costa dai sessanta ai trecento franchi, a seconda della dimensione; poi ci sono dieci franchi di tassa cantonale e comunque il pagamento è di un anno anticipato. Può tenere lei la chiave, ed è più caro; oppure la conserviamo noi».

La Banca Raiffeisen di Lugano è pronta all´emergenza: ecco un pieghevole che spiega tutto, nonostante la richiesta, le tariffe sono ferme al gennaio del 2011; ed ecco anche il biglietto da visita del consulente finanziario, «perché la cosa migliore è aprire anche un conto corrente. Non esiti a chiamarlo, la riceverà subito». Sulle sedie in pelle nera di Le Corbusier, nella penombra della sala d´aspetto, siedono una signora e un uomo corpulento di mezza età. Italiani, si direbbe. Italiani che sono tornati ad essere innamorati della Svizzera.

C´erano una volta gli spalloni. E sembrava che quella fosse un´epoca finita, relegata nel passato, cancellata dai solerti finanzieri che tengono sotto stretta osservazione i valichi di frontiera. Ma la crisi finanziaria, l´incertezza dei mercati, la paura per quel che sarà, è come se avesse riaperto le frontiere immaginarie. E il Canton Ticino, meno di un´ora da Milano, sempre ospitale e riservato, è tornato ad essere l´ancora di salvezza per gli italiani che non si fidano più della loro Italia.

Raccontano, dal centro Studi Fiscali Internazionali di Lugano, che i capitali stanno tornando massicciamente in Svizzera: «C´è molta sfiducia nel sistema Italia, c´è paura di una nuova aliquota supplementare sui capitali rientrati con lo scudo di Tremonti, c´è il fantasma della patrimoniale. Molti italiani hanno aperto conti correnti, c´è perfino chi ha deciso di spostare oltreconfine la propria residenza, ma molti tengono addirittura i soldi in cassette di sicurezza». Un dato dà corpo alle inquietudini: i conti correnti degli italiani, calcola la Banca d´Italia, è come se si fossero prosciugati, facendo registrare a giugno un meno 23,4 miliardi di euro di depositi.

Non è solo per i benestanti che cercano tranquillità per i loro beni, ma certo il menù italiano dell´Osteria Centrale – lunedì polpette, martedì amatriciana, mercoledì pizza – è un segnale. Tutti i tavoli occupati: tante coppie, pochi giovani. Risulta agli ambienti finanziari milanesi che molti correntisti si sono presentati il venerdì alla propria banca e hanno trasferito tutti i loro averi in assegni circolari per riportarli il lunedì, a week-end finito, dopo aver tirato un sospiro di sollievo per il pericolo mancato, quello che pure ancora aleggia, di una tassa di solidarietà.

Risulta anche che ci sia stata una massiccia ondata di acquisiti di lingotti d´oro. La vacanza in Sardegna di un private banker non è mai stata tanto disturbata: «I clienti sono terrorizzati, mi chiamano per avere dei consigli, la sfiducia nel mondo e nei nostri governanti è totale, vedo riprendere un fenomeno di fuga dei capitali che non si vedeva più almeno da vent´anni».

banca arner

Paolo Bernasconi, avvocato e gran conoscitore dell´Italia, ricorda i tempi andati, «quando si aprivano anche duecento conti di italiani al giorno». Oggi, dice, non è più così: l´accordo con la Germania per la tassazione dei capitali detenuti all´estero è un deterrente forte. Tremonti dice di non volerlo fare, ma durerà Tremonti? Così gli italiani non sanno cosa fare e pensano alla soluzione “fai da te”: invece che sotto il materasso, mettono i soldi nelle cassette di sicurezza delle banche.

Cash, a disposizione, in attesa che passi la nottata. Alla Banca del Sempione chiedono però un deposito di almeno 30-40mila euro; al Credit Suisse vogliono conoscere anche stipendio e professione; all´Ubs smentiscono la corsa alla cassette, “i giornali ne scrivono di tutti i colori”. Aggiunge Bernasconi: «La cassetta di sicurezza è la punta di un iceberg, è il simbolo della ricerca disperata di un rifugio».

Non sono solo gli italiani, martellati ogni giorno dall´effetto annuncio, a essere preoccupati. In Svizzera, la situazione generale finanziaria dell´Italia è tenuta sotto stretta osservazione, se è vero che nelle ultime due settimane l´autorità di vigilanza, la Finma, ha inviato due lettere alle filiali di istituti finanziari proprietà di banche o assicurazioni italiane. Teneteci informati – hanno scritto – su ogni pagamento che fate alla casa madre, sia sotto forma di dividendi che di rimborsi. Che è insomma come metterle sotto tutela.

Anche se non è solo l´Italia a navigare in acque tempestose. Perfino nell´ordinata Svizzera, un cartello avverte alla frontiera: attenzione, il prezzo della vignetta, la tassa per circolare sulle autostrade elvetiche, è fluttuante. Oggi costa 40 franchi. Domani, però, chissà.





Zara mi ha sempre fatto schifo. Ora piu’ che mai.

20 08 2011

P. DM. per “La Stampa”

ZARA

La griffe spagnola Zara è accusata di usare mano d’opera in Brasile in condizioni di lavoro vicine alla schiavitù. Lo hanno scritto ieri i maggiori quotidiani brasiliani, dopo che il ministero del lavoro di Brasilia ha avviato un’inchiesta in seguito a una denuncia sulle condizioni disumane di lavoro in un laboratorio clandestino di San Paolo. Secondo la denuncia, 16 persone, per lo più boliviani e peruviani, fra i quali 14enne, lavorano 12 ore al giorno, senza pausa domenicale, né ferie.

«Abbiamo trovato bambini esposti a rischio, macchine senza protezione, fili elettrici a vista, locali insalubri con molta polvere e senza circolazione d’aria, senza luce solare – ha detto al «Globo» il funzionario del ministero del lavoro, Luis Alexandre de Faria, che ha partecipato a due blitz in fabbrica -. I lavoratori dovevano chiedere autorizzazione al proprietario del laboratorio per uscire e dovevano comunicare dove andavano». La retribuzione, inoltre, è pari a 100 euro al mese, anche se il salario minimo previsto dalla legge brasiliana è di 247. Altre ditte che lavorano per Zara sono state scoperte in situazioni irregolari alla periferia da San Paolo e ad Americana, 100 chilometri dalla capitale paulista.

ZARA

I laboratori sono stati denunciati per 48 infrazioni, come eccesso di ore al giorno, mancata iscrizione nel libretto di lavoro, mancata concessione di riposo settimanale e ferie, mancanza di estintori di incendio, di illuminazione adeguata, di acqua potabile, e di sedie idonee. In un comunicato rilasciato in Brasile, la Inditex, proprietaria di Zara, ha informato che c’è stata una terziarizzazione non autorizzata di un fornitore (la ditta Aha) che avrebbe commesso un’infrazione al suo codice di condotta che stabilisce norme per i latori di commessa diretti e indiretti. La Foha de S. Paulo aggiunge che solo in Brasile il gruppo spagnolo ha 50 fornitori fissi che impiegano circa 7 mila lavoratori.





Lo schifo persiste #38

20 08 2011

2.414.310.901 euro. È quanto serve alla Camera e al Senato per le spese annue di funzionamento. Le cifre sono contenute nei bilanci interni consultivi del 2010, approvati in modo bipartisan dal Parlamento.





Tenete d’occhio Vietnam e Indonesia

20 08 2011

Marco Alfieri per “La Stampa”

prezzi cinesi

Qualche mese fa il colosso dei giocattoli Wham-O, che produce frisbee e Hula Hoop per i ragazzini di mezzo mondo, ha riportato metà delle sue fabbriche dalla Cina in California e Michigan. Caterpillar, racconta il Sole 24Ore , per produrre la sua nuova escavatrice non ha scelto i costi bassi dell’Asia ma una cittadina della Carolina del Nord, che ha messo sul tavolo un pacchetto di incentivi da 14 milioni di dollari. La stessa Flextronics, che fornisce Cisco e Hewlett-Packard, sta pensando di ridurre la base cinese per puntare su un paese come il Messico. Poi c’è Ikea, che presidia coi megastore il mercato asiatico ma ha ormai ridotto sotto il 20% del totale acquisti le sue forniture cinesi.

CINA

Da qualche tempo la Cina sembra un po’ meno la fabbrica del mondo conosciuta e temuta negli ultimi 15 anni. Chi dava per morta la produzione nel vecchio Occidente affossato dalla crisi del debito, almeno su questo potrebbe ricredersi. E’ una specie di delocalizzazione di ritorno. «In Cina sta aumentando tutto», spiega Alberto Forchielli, presidente di Osservatorio Asia. L’inflazione è schizzata al 6,5%. I prezzi alla produzione sono cresciuti del 7% in pochi mesi, gli alimentari del 15, la terra del 20. Anche lo yuan è apprezzatissimo tanto che il vice di Obama, Joe Biden, in visita in Cina, ha chiesto alle autorità di Pechino di rivalutarlo.

Ma è soprattutto l’habitat produttivo a rincarare. «I 34 governi provinciali, indebitati fino al collo dopo il grande ciclo delle opere pubbliche, devono fronteggiare la stretta bancaria e immobiliare», dunque raschiano soldi dove possono torchiando le imprese: «sicurezza sul lavoro, norme antincendio, ambientali, tutte cose su cui prima sorvolavano», prosegue Forchielli. Nel frattempo «il costo del lavoro lievita del 20% l’anno, ben oltre una produttività frenata dai pochi investimenti in tecnologia e formazione. Ogni giorno ci sono operai e fornitori che chiedono l’aumento», raccontano i manager del fondo Mandarin.

Caterpillar

Secondo le stime di Boston Consulting Group, un salario medio cinese nel delta dello Yangtze fermo a 0,72 dollari l’ora nel 2000, salirà a 8,16 nel 2015. Vuol dire che il risparmio sui costi occidentali ormai non vale più del 15 per cento. Così sempre più aziende europee o americane si fanno un giro ma decidono di non aprire. E’ successo ad una grossa azienda chimica tedesca che ha appena disdetto un pre-contratto per andarsi a basare in Arkansas. Chi concepisce la Cina come pura base di esportazione, ormai ci pensa bene prima di venire.

Naturalmente Pechino resta la locomotiva del mondo. La produzione industriale tiene (+17% sul 2010), i consumi girano (+16%) e il Pil crescerà anche quest’anno all’8%, nonostante i tentativi di raffreddarlo per evitare di importare inflazione dagli Usa. Ma la transizione verso un modello meno centrato sul tridente «investimenti-produzione-export» e più attento alla domanda interna e ai servizi, sarà lungo e doloroso anche per gli scaltri timonieri del partito comunista.

A Dongguan, metropoli da 10 milioni di abitanti incastrata tra Shenzhen e Guangzhou, in pratica la principale base export del tessile e dei giocattoli made in China, se ne vedono i segni. Molte imprese stanno chiudendo per il calo della domanda estera e i costi fuori mercato: nel primo semestre dell’anno se ne contano già 265. Compresi due colossi da migliaia di posti di lavoro come il South Korean Suyi Toy Factory e la Chinese Dingjia Textile Factory.

ikea

La catena è infernale e apre veri e propri crateri sociali: i clienti europei e americani riducono gli ordinativi, le scorte si fermano in magazzino, il costo del lavoro e delle materie prime schizza e le banche non concedono i mutui necessari a pagare i fornitori. Tanto più su produzioni dove i margini non vanno oltre il 5% sempre più appannaggio di paesi low cost come Vietnam, Cambogia e Indonesia, scelte dalle grandi catene occidentali attentissime a limare i costi davanti a scenari di consumi deboli.

Paradossale, no? I paesi cintura stanno facendo quel che i cinesi fecero ai nostri distretti a metà anni 90: la concorrenza sul prezzo! Nel settore del pellame, ci sono aziende di Pechino che per difendersi stanno a loro volta delocalizzando in Africa…

Su prodotti più alti pesa invece la maturazione del consumatore occidentale. «La Cina può soddisfare alcune esigenze di base, ma ha sempre più difficoltà con i prodotti top», raccontano dalla Confindustria europea a Bruxelles. «Molti grandi buyer americani o tedeschi lamentano la scarsa fattura delle partite cinesi, e questo ci rimette in pista», rilancia un imprenditore tessile comasco. «Alcuni colleghi francesi che avevano venduto stanno riattando vecchie tessiture per tornare a produrre in casa».

Buon segno. «I cinesi non sono in grado di consegnare 30mila mq di piastrelle di buona qualità in due settimane dall’altra parte del globo, noi sì», s’inorgogliscono da Sassuolo. Il resto lo fanno i costi logistici e la scarsa tutela dei contratti. E’ la globalizzazione che si rimette in moto. Un’altra volta.





Lo schifo persiste #37

18 08 2011

Mario Staderini per il “Fatto Quotidiano”

Qualcuno lo pensa, altri lo temono, nessuno lo dice. C’è un fronte di tagli alla spesa pubblica che si impone oggi più che mai: i privilegi del Vaticano. Eliminando l’8 per mille e alcune immotivate esenzioni fiscali, ad esempio, il bilancio dello Stato potrebbe contare su 3 miliardi di euro in più all’anno.

VATICANO

Facciamo un po’ di conti e iniziamo dall’otto per mille. Ogni anno la Cei incassa 1 miliardo di euro delle tasse degli italiani attraverso un sistema truffaldino ideato proprio da Tre-monti quando faceva il consulente per il ministro Formica. Che ci fa la Cei con questo fiume di denaro, pari a cinque volte quello che i partiti prendono tutti insieme di finanziamento pubblico? Lo spende per pagare lo stipendio ai preti (il 33% del totale), per costruire nuove chiese (!), per sostenere le diocesi, per evangelizzare i popoli dei paesi in via di sviluppo e indottrinare le loro classi dirigenti, per finanziare le varie iniziative politico-culturali della Conferenza episcopale e la galassia di associazioni antiabortiste protagoniste della guerra al referendum sulla legge 40 e ai diritti conquistati da Welby e Englaro.

L’otto per mille andrebbe abolito del tutto perché le chiese si devono finanziare da sole (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, Marco 12,13-17), come avviene nelle democrazie liberali. A ogni modo basterebbe dimezzarlo, risparmiando ogni anno 500 milioni di euro che non andrebbero certo a ridurre la carità ai poveri.

É la stessa legge istituiva a imporlo in caso di aumento del gettito e Tremonti lo sa benissimo. Infatti l’otto per mille della Cei è passato dai 200 milioni di euro del 1990 al miliardo di oggi, in pratica si è moltiplicato per cinque nonostante lo stipendio di un prete (originario motivo del finanziamento pubblico) sia poco più che raddoppiato.

Passiamo ora ai privilegi fiscali degli enti ecclesiastici. Considerando solo l’esenzione dal pagamento dell’Ici delle loro attività commerciali e la riduzione del 50% dell’Ires sui redditi che gli enti producono, si arriva ad almeno 2 miliardi di euro di minor introito per lo Stato ogni anno.

Vaticano

Non stiamo parlando di tagliare i fondi per le parrocchie, la Caritas o gli oratori, ma di eliminare quelli che la stessa Unione europea potrebbe considerare illeciti aiuti di Stato. Quando il Vaticano e le sue diverse ramificazioni macinano profitti con il loro immenso patrimonio immobiliare, con il turismo, con le cliniche e gli ospedali, con le scuole e le università, non v’è ragione che non paghino le tasse come tutti noi comuni mortali.

Dunque: almeno 500 milioni di euro risparmiati dall’otto per mille, due miliardi togliendo esenzioni su Ici e Ires, totale 2,5 miliardi euro. All’anno. Eppure, in una manovra in cui si taglia di tutto e si riduce la spesa per il sociale, intervenire sulla “tassa Vaticano” rimane un tabù.

Persino sulle festività, le uniche intoccabili sono quelle religiose mentre anche il 1° maggio può saltare. Si dirà: è il Concordato, bellezza. Appunto. Iniziamo intanto con il porre mano alle regalie economiche, alle attività commerciali. Per il resto, i miracoli laici, ci stiamo attrezzando.





Lo schifo persiste #36

13 08 2011

MILANO - Dopo averdivulgato il menu di palazzo Madama ora il web butta in pasto al pubblico anche la carta del ristorante di Montecitorio. E se Sparta piange, Atene non ride. Anche alla Camera si mangia a «prezzi stracciati». E ovviamente gli euro sborsati dagli onorevoli non bastano a pagare le spese.

ALLA CAMERA - Qualcuno - dopo quello del Senato - ha trafugato materialmente anche un menu del ristorante dei deputati e lo ha pubblicato tale e quale. A Montecitorio i prezzi sono più alti ma niente a che vedere con quelli che tutti i giorni si vedono al supermercato. Qualche esempio: un piatto di pasta varia dai 2 euro, quella con patate e zucchine, ai 5 e 30 del risotto con gamberi e pachino. Quanto costerebbe questo piatto al ristorante? Non meno di 12-15 euro. Esattamente un terzo. E via di questo passo con i secondi che variano dai 4 euro di una leggera insalata di pollo ai 5 e 30 del carrè di agnello al forno. Insomma prezzi fuori mercato.

QUANTO CI COSTA - Al Senato per ogni coperto del ristorante si deve raddoppiare la cifra corrisposta dai commensali. L’operazione costa ai contribuenti circa 1.200.000 euro l’anno. Una realtà svelata dal deputato dell’Idv Carlo Monai al settimanale l’Espresso. Il web ne riprende la foto del menu: apriti cielo. Risultato su Corriere.it: in trecentomila hanno preso visione dei privilegi a tavola dei senatori italiani e una parte ha inondato il nostro sito, e blog vari, di commenti ironici e furiosi. Un coro: «Allora tutti a mangiare al Senato!». Un successo mediatico. Tant’è che a fine serata il presidente del Senato Renato Schifani ha fatto sapere che i prezzi della ristorazione interna verranno presto adeguati ai costi effettivi. Intanto però sarebbe utile sapere da quando saranno «attualizzati» i prezzi. Anzi, ancora più importante sarebbe annunciare i sacrifici che si chiedono agli italiani contemporaneamente a quelli che farà la «casta». Vedremo .

Il deputato Carlo Monai (Idv)
Il deputato Carlo Monai (Idv)

LE PROPOSTE - Ma non è solo il web a indignarsi. «Rinnovo la mia proposta al collegio dei questori del Senato di rinunziare agli alloggi di servizio e di trasformare tutti gli attuali centri di spesa del Senato (ristorante, buvette, barberia (gratis, ndr), spaccio, banca, infermeria) relativi ai servizi resi ai senatori e agli ex-senatori a prezzi politici in centri di utili, affidando con regolare gara a società esterne qualificate i servizi stessi da pagare, da parte dei parlamentari ai prezzi correnti di mercato» Queste non sono le parole anonime di un commentatore su Internet bensì pensieri «pesati» di un membro della commissione Affari Costituzionali: il senatore pidiellino Raffaele Lauro. E allora da dove iniziare? «La Camera dei deputati, grazie alla chiusura della mensa di San Macuto, risparmierà un milione di euro – afferma il questore della Camera Antonio Mazzocchi – Inoltre, resta valida e confermo la mia proposta di sostituire tutte le mense della Camera con un unico self service con i relativi costi dei pasti a totale carico di chi ne usufruisce. Il risparmio accertato sarebbe almeno di 4-5 milioni l’anno». Ma anche il web suggerisce: «Auto blu, voli blu, tassi del mutuo scontati, occhiali gratis, psicoterapia pagata, massaggi shiatsu, balneoterapia, cure termali…». Intanto il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, lancia una proposta via twitter: @DeBortoliF«Chiudere i ristoranti di Camera e Senato e dare ticket agli onorevoli»








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