Lo schifo persiste #22

19 06 2009

di ANTONIO DIPOLLINA

I Tg e il problemino di BariGhedini, avvocato di Berlusconi

“No alla delegittimazione dei politici”. Un invito alto e forte con cui il Tg2 ha introdotto oggi la sua edizione delle 13. Niente paura, non era un’iniziativa autonoma del principale tg del servizio pubblico. Lo ha detto invece, en passant, Gianfranco Fini e l’occasione era piuttosto ghiotta per non sfruttarla a dovere. Quindi Fini nei titoli di testa, poi la Fiat e l’Iran e poi anche cosucce sparse: infine il problema dell’inchiesta barese che riguarda il Premier e comunque, e insomma, il Premier dice che è spazzatura e poi D’Alema come faceva a sapere tutte queste cose.

Delegato di oggi all’intervento finale e risolutivo, quello con cui si chiude il servizio con una dichiarazione forte, potente e convincente, quello che resta nella memoria dei telespettatori, era Maurizio Lupi. Non ce n’è, per qualche motivo i tg si ricordano all’improvviso solo verso la metà di ogni edizione, del problemino barese: il Tg1, da poco diretto da Augusto Minzolini, è quello di richiamo e quindi ci si concentra di più su quello, ma gli altri stanno in zona, il Tg5 è sempre un po’ più sulla notizia e si butta con maggiore sprezzo del pericolo. Servizio di punta di giornata: il Tg2 con il jackpot del superenalotto e la domanda: cosa fareste con 94 milioni in tasca? Per esempio una scommessa su cosa ci sarà nei titoli principali dei tg di stasera.

Per fortuna ne parlano i siti di tutto il mondo.

Post scriptum sul Tg1 della sera, scavalcato ancora una volta dal Tg5. Nella breve scaletta l’inchiesta di Bari non compare, in compenso c’è la storia dell’uomo-Psycho.





Mobbastaveramentepero’

21 05 2009

Fonte | Camillo – Il Blog di Christian Rocca
Il 16 maggio, 25 morti. Diciannovesimo attacco in Pakistan da quando Obama è presidente. Ancora niente sui giornali italiani, rovinerebbe l’immagine.





Lo schifo persiste #21

20 05 2009

ROMA — Che i lavoratori italiani siano fra i meno pagati dei Paesi industrializzati, come ora dice anche la classifica dell’Ocse dove occupano soltanto la ventitreesima posizione, non è certamente una novità. I sindacati lo gridano ormai da qualche anno ai quattro venti, e anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi lo ripete pressoché a ogni occasione pubblica. Ma i dipendenti pubblici, almeno loro, si possono consolare: stanno recuperando. Secondo uno studio ancora inedito della Confartigianato, fra il 2000 e il 2007 le retribuzioni «per unità di lavoro dipendente» in tutta la pubblica amministrazione sono infatti aumentate del 47,3%.

Non che insegnanti, poliziotti e infermieri siano improvvisamente diventati dei nababbi. In Italia le retribuzioni del pubblico impiego non sono mai state (tranne rari casi) propriamente stratosferiche. Non lo erano nel 2000 e non lo sono ora. Ma difficilmente l’aumento degli ultimi anni potrebbe passare inosservato. Tanto più considerando che i salari italiani, sempre calcolati «per unità di lavoro dipendente», sarebbero cresciuti nel loro complesso durante lo stesso periodo del 23,2%. Meno della metà rispetto alle paghe del settore pubblico. E siccome fra il 2000 e il 2007 l’inflazione ufficiale si è mangiata il 18,6% del potere d’acquisto, ciò significa che a un aumento «reale» di poco più del 4% per tutti i salari avrebbe corrisposto, prendendo per buoni i dati della Confartigianato, un aumento «reale» di quasi il 29% per le retribuzioni pubbliche. Gli stipendi per i 3 milioni 382.341 dipendenti (il 54,3% donne) assorbono il 21,9% della spesa pubblica.

Fra il 2000 e il 2007 il numero dei lavoratori stipendiati nel settore pubblico è salito del 3% mentre la spesa per le retribuzioni lievitava del 32,5%, dieci volte di più. In cifra assoluta, 164,6 miliardi di euro. È il 10,7% del Prodotto interno lordo. Inoltre l’incidenza sul Pil è cresciuta di mezzo punto rispetto al 2000, seguendo una dinamica contraria a quella di altri Paesi europei. In Germania, per esempio, il peso delle retribuzioni pubbliche sul Pil si è ridotto nello stesso periodo dell’1,2%, mentre in Francia, Paese nel quale la pubblica amministrazione ha un ruolo rilevantissimo, la flessione è stata dello 0,6%. I dipendenti pubblici italiani non nuoteranno nell’oro, ma in alcune aree le loro buste paga offrono un contributo economico determinante. La Calabria, per esempio. I dipendenti pubblici calabresi sono il 30,4% di tutti i lavoratori dipendenti della regione. Nella provincia di Catanzaro si arriva al 43,6%, ben oltre il 26,9% di Roma, la città dei ministeri e della politica, superata perfino da Crotone (30,9%), oltre che da Palermo (32,2%), Enna (29,7%), Campobasso (29,4%) e Reggio Calabria (28,7%).

Non molto diversa è la situazione della Campania, dove il «pubblico» retribuisce il 28,1% dei lavoratori dipendenti dell’intera regione, con punte del 31,9% a Napoli. In Valle d’Aosta gli stipendi pubblici sono invece il 29% del totale, nel Molise il 27,4%, in Sicilia il 27%, in Sardegna del 25,4%. Percentuali più che doppie in confronto alla Lombardia, regione nella quale i dipendenti pubblici, pur raggiungendo la cifra più elevata in assoluto (sono 418.598, contro i 406.753 del Lazio, al secondo posto, e i 340.453 della Campania, al terzo) non rappresentano che il 12,6% della forza lavoro stabile. Il livello più basso d’Italia. A Milano sono il 14,4%. A Lodi, il 10,5%. Seguono Lecco (9,8%) e Bergamo (9,6%). La provincia con la minore incidenza di dipendenti pubblici sugli occupati totali è Como: 9,2%.

Sergio Rizzo
19 maggio 2009





Il salto carpiato di Bertolaso

11 05 2009

Antonello Caporale per Repubblica

Il funerale del primo morto della tenda è di qualche giorno fa. Un uomo, quarantenne, è deceduto all’ospedale di Castel di Sangro per complicanze polmonari occorse sul suo corpo già gravato dalla malattia e purtroppo ricoverato sotto la tela. La probabilità che altri funerali dovranno celebrarsi è piuttosto alta. Diciamo almeno pari alla rabbia che, questione di giorni, tracimerà se le condizioni di vita nelle tendopoli si confermeranno ancora così spietate e impossibili.

Esistono segnali concreti, basta chiedere ai medici e agli infettivologi, dell’innalzamento delle situazioni acute che già oggi si presenta allarmante. La tenda miete vittime, e questo si sa. E i decessi nel periodo appena successivo a una catastrofe naturale toccano storicamente punte fuori dall’ordinario. In Irpinia decine e decine furono i morti, soprattutto anziani, nel periodo racchiuso tra la data dell’evento (23 novembre) e la fine dell’estate successiva (30 agosto). Malattie e decessi si contarono anche in Friuli. Friuli ed Irpinia sono le comparazioni possibili essendo i terremoti dell’Umbria e del Molise molto più modesti per forza distruttiva e decisamente localizzati in aree di dimensioni contenute.

La tenda, dunque, se è una compagna preziosa nelle ore immediatamente successive alla catastrofe, diviene nemica già dopo la seconda settimana di soggiorno. All’Aquila rischia di restarvi piantata più di dieci settimane. Anzi più di venti. Forse più di trenta. Il salto carpiato verso il rischio infinito lo si deve a Guido Bertolaso, l’uomo con la tuta, il pluridecorato comandante della Protezione civile, pluricommissario, plenipotenziario del governo, regista e principe in ogni disgrazia e attore protagonista di tutti i grandi eventi che il governo, con un tocco di eccentricità, li rubrica come emergenza nazionale per infilarli sotto la sua ascella.
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Lo schifo persiste #20

5 05 2009

ROMA – Immagina se stesso, Augusto Fantozzi, nei panni di Fausto Coppi sullo Stelvio. Ma a differenza del Campionissimo il commissa­rio di quella che fu l’Alitalia non alza mai la testa dal ma­nubrio. «Condannato a peda­lare e basta», ripete tutti i giorni ai suoi collaboratori. La salita è ripida e a ogni tor­nante c’è una sorpresa. Un nuovo creditore, o una rogna che nessuno poteva prevede­re. Per esempio quella, pazze­sca, con cui Fantozzi è alle prese adesso: le sedi dell’ex Alitalia all’estero. Sapete quante? Sessanta.

Tante era­no ai tempi d’oro, per inten­derci quando (fino a poco tempo fa) all’aeroporto londi­nese di Heathrow la compa­gnia di bandiera italiana sti­pendiava 300 (trecento) per­sone, e tante sono rimaste do­po, quando le destinazioni in­ternazionali dell’Alitalia si erano ridotte a una sparuta quindicina. Magari ci sarà una spiega­zione. Ma che questo possa essere considerato accettabi­le, no davvero. Soprattutto considerando i costi assurdi che ancora adesso gravano sulla liquidazione della com­pagnia di bandiera. C’era una sede in Libia, chiusa giovedì scorso. Una in Senegal. Addi­rittura due in India: a Mum­bai e Nuova Delhi. E via così. Abbassare la serranda di quegli uffici è complicatissi­mo, come sta sperimentando Fantozzi. Si deve liquidare il personale, battagliare con i sindacati, risolvere le grane con il fisco locale. Ma non è soltanto per questo che l’Ali­talia ha continuato a far corre­re per anni gli stipendi, i con­ti dell’albergo, i bonifici ai for­nitori. Talvolta si è giustifica­to il mantenimento in vita di quelle costose strutture con la necessità di conservare gli slot, cioè i diritti di decollo e atterraggio: per una rotta abo­lita! In altri casi è stata solo inerzia. Costosissima inerzia. Prendiamo la sede di Hong Kong, dove l’Alitalia non vola più da tempo, e dal 2008 ha soppresso anche i collega­menti cargo. Quindici dipen­denti e un conto di 1.200 dol­lari al giorno per il lussuoso hotel Hyatt. Per ironia della sorte, la filiale di Hong Kong dell’Alitalia, cioè una compa­gnia aerea fallita, aveva 7 mi­lioni e mezzo di euro, liquidi. Erano depositati in una ban­ca locale.

Un tesoretto che a quanto pare c’è anche in Bra­sile, Argentina, Venezuela e chissà in quanti altri posti. Fantozzi e i suoi hanno calco­lato che nelle banche in giro per il mondo l’Alitalia abbia depositi per molti milioni di euro. Quanti? Decine. Forse una cinquantina. Non saran­no la soluzione, ma perché la­sciarli lì? Soprattutto, perché non fermare al più presto l’emorragia degli uffici este­ri? Tanto più che ogni euro speso per mandare avanti quelle baracche è un euro sot­tratto ai creditori. Nessuno è in grado di dire quale sia esattamente il loro numero. Ma non sono meno di 23 mila, compresi i dipen­denti che devono avere circa 205 milioni di liquidazioni. Di conseguenza, non si può sapere con precisione quanti soldi servano per pagarli. Uni­ca certezza: i debiti con mi­gliaia di fornitori accumulati dall’Alitalia prima del com­missariamento, il 29 agosto 2008, saranno gli ultimi a es­sere onorati. Se ci saranno an­cora soldi. È la dura legge del­le liquidazioni. Prima si paga la «prededuzione», cioè i co­sti della liquidazione e gli im­pegni contratti dai liquidato­ri dopo il commissariamento. Poi i dipendenti. Quindi gli enti di previdenza, gli avvoca­ti e i consulenti. In fondo, gli altri. Cioè i fornitori «ante» 29 agosto. E lo Stato, verso cui l’Alitalia in liquidazione ha un debito di 300 milioni: il «prestito ponte» concesso per evitare il fallimento dopo che era saltata la trattativa con Air France. Che a questo punto sarebbe forse meglio chiamare «regalo ponte». A complicare ulteriormen­te le cose c’è la prospettiva di un contenzioso immane.

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Dal­le piccole cause di lavoro dei dipendenti (molti anche ob­bligazionisti) alle controver­sie internazionali. Un assag­gio? L’Alitalia si era coperta dal rischio di cambio sul prez­zo del petrolio con derivati del Credit Suisse. Al commis­sariamento, la banca ha eser­citato il diritto di recesso inca­merando 50 milioni. Almeno 7, sostiene Fantozzi, non do­vuti. Così inevitabilmente si è arrivati alle carte bollate. La fotografia degli sfortuna­ti creditori scattata il 29 ago­sto 2008 è la sconcertante pre­messa di una liquidazione de­stinata a battere ogni record di durata. Roba da far impalli­dire la procedura dell’Itavia, compagnia del Dc9 abbattuto nel 1980 sui cieli di Ustica: ini­ziata nel 1981, ventotto anni dopo è ancora aperta. Per la gioia di avvocati e consulen­ti. I pochi che in queste situa­zioni guadagnano davvero. La lista dei vecchi fornitori che vantano soldi è tanto ster­minata quanto (pare) incom­pleta. Al punto che balla pure la cifra totale: 320 milioni? 350? O 400? Boh. Ci sono so­cietà aeroportuali (gli Aero­porti di Roma hanno penden­ze per una quarantina di mi­lioni), compagnie petrolifere, albergatori. Autonoleggi, ri­storanti, bar degli aeroporti, editori: dal Financial times (39.091 euro) al gruppo l’Espresso (667.567), alla Rcs quotidiani che edita il Corrie­re (293.333), al Messaggero (15.069). Poi Telecom Italia, con 3,5 milioni di bollette ar­retrate. Ma anche le autorità aeroportuali di mezzo mon­do. La Coca Cola (574.505 eu­ro). Il profumiere Yves Saint Laurent (14.605 euro). Non manca nemmeno Peccati di Capri, la piccola ditta napole­tana che forniva i cioccolatini di benvenuto ai passeggeri (3.852 euro). E neppure la In­ce 2002 srl, società alla quale venne affidato durante la ge­stione di Giancarlo Cimoli il restyling della rivista di bor­do, Ulisse 2000, e che era pos­seduta al 50% dall’attore Pino Insegno. Credito: 77.259 eu­ro. E 60 centesimi.

Sergio Rizzo
04 maggio 2009





Quanto restera’ il Pakistan ai talebani ?

29 04 2009
MASSIMO PARRINI PER IL FOGLIO DEI FOGLI

Otto anni dopo l’invasione dell’Afghanistan i talebani sono tornati sulle terre perdute e stanno insidiando la stabilità del Pakistan, maggiore alleato degli Stati Uniti nella regione. Sergio Romano: «La situazione afgana è pessima. Il presidente Karzai controlla tutt’al più la capitale e tollera, per restare al potere, un regime clientelare che arricchisce una piccola oligarchia e nuoce alla sua credibilità. La legge sul “debito coniugale” (come veniva eufemisticamente chiamato il diritto d’imporre alla moglie il proprio piacere) è un regalo alla comunità sciita ed è soltanto un esempio dei compromessi a cui Karzai deve piegarsi per restare in sella. I talebani, intanto, controllano una buona parte del territorio, si finanziano con il commercio della droga e hanno costituito di fatto una sorta di Stato che comprende le province orientali dell’Afghanistan e quelle occidentali del Pakistan». [1]
Se in Afghanistan non va bene, in Pakistan va peggio. Guido Rampoldi: «In vari pensatoi da qualche tempo si discute se il Pakistan arriverà alla fine del 2009; o se invece collasserà prima, implodendo in un’anarchia generalizzata nella quale vagoleranno Taliban, milizie tribali e una dozzina di bombe atomiche pronte per l’uso». [2] Venerdì il capo degli Stati Maggiori statunitensi, ammiraglio Mike Mullen, si è detto «estremamente preoccupato» perché «ci stiamo certamente avvicinando al punto critico» in cui gli estremisti potrebbero impadronirsi del Paese. Brian Michael Jenkins, esperto di terrorismo: «Il pericolo è che se i radicali prendessero il potere in Pakistan, le forze armate si comporterebbero come quelle iraniane e direbbero semplicemente “Questo è il nuovo governo e noi facciamo parte del nuovo governo”. Di conseguenza, l’arsenale nucleare potrebbe finire nelle mani di un governo più radicale». [3]
Il Pakistan, che prende il nome dalle iniziali dei principali gruppi etnici che lo popolano (Punjab, Afghania, Kashmir, Sindh, Beluchistan), sta perdendo la “a” degli afghani (o più precisamente pashtun). [4] Un nuovo Stato, il “Pashtunistan”, guidato dai talebani del Pakistan sta avanzando, giorno dopo giorno, quasi fino alle porte di Islamabad. Alberto Negri: «I pashtun sono la più grande comunità tribale del mondo, l’etnia che domina i 1.400 chilometri del confine tracciato dal colonnello britannico Durand alla fine dell’Ottocento. Questa frontiera, mai riconosciuta da Kabul, sulle mappe internazionali è ufficiale ma forse sarebbe più giusto definirla una linea immaginaria perché separa tribù e clan affini, saldati da legami di parentela e da una storia comune. “Sono pashtun da 4mila anni, musulmano da 1.400 e pakistano da 50”, diceva Wali Khan, che ereditò dal padre Ghafar Khan la bandiera del nazionalismo locale. Dopo l’11 settembre, gli Usa entrarono in guerra contro l’Afghanistan del Mullah Omar ma anche con il “Pashtunistan”, che vede ancora nei talebani i protettori della loro etnia». [5]




Lo schifo persiste #19

28 04 2009

Ancora poche ore e la regione Si­cilia batterà un record planeta­rio: su 3.450 dipendenti, ai Beni Cul­turali, ci saranno 770 dirigenti. Il tri­plo dell’intero parco dirigenziale del­la regione Lombardia. Il tutto grazie a un’infornata di assunzioni e pro­mozioni che vedrà l’ente isolano re­galarsi, a dispetto della Corte dei Conti che aveva denunciato come ab­norme la presenza di un «colonnel­lo » ogni 8,4 «soldati semplici», altri 500 nuovi dirigenti in un colpo solo.

Certo, non è solo la Sicilia a esse­re di manica larga. Spiegava l’anno scorso uno studio dell’Università di Milano, che dai dati 2006 risulta­va una media nazionale di un diri­gente ogni 15 dipendenti ma che questa media era composta da real­tà assai differenti: da un minimo di un dirigente ogni 31 sottoposti in Puglia a uno ogni 7,7 nel Lazio. Numeri aggiornati meno di un me­se fa, sulla base dei dati della Ra­gioneria Generale dello Stato, dal Sole 24 ore: un dirigente ogni 25 dipendenti scarsi nelle Marche, ogni 22 in Emilia Romagna, ogni 17 circa in Lombardia e nel Vene­to, ogni 18 in Liguria, ogni 16 in Piemonte… Fino agli eccessi: uno ogni 8,3 in Molise e ancora ogni 7,7 nel Lazio. Vogliamo rileggere l’atto di accu­sa lanciato nel 2008 dalla Corte dei Conti alla Sicilia? «I dipendenti a carico del bilancio regionale rag­giungono la notevole cifra di 21.104 unità (erano 20.781 nel 2006), di cui 2.320 dirigenti (era­no 2.150 nel 2005, anno a cui risa­le l’ultimo rilevamento nazionale pubblicato in tabella), con un rap­porto di un dirigente ogni 8,4 di­pendenti.

Il confronto con altre re­altà regionali è improponibile sol che si consideri che in Sicilia vi è un dipendente ogni 239 abitanti, in Lombardia uno ogni 2.500 lom­bardi ». Conosciamo l’obiezione: la Sici­lia gode di uno statuto speciale quindi ha tutta una serie di compe­tenze che le regioni a statuto ordi­nario non hanno. Giusto. La stessa tabella del Sole riporta però il da­to, per fare un esempio, del Friuli Venezia Giulia. Anche quella è una regione autonoma. Ma ha un diri­gente ogni 28 dipendenti. Prova provata che l’autonomia forse c’en­tra con le competenze, e non c’è dubbio che le regioni a statuto or­dinario ne hanno di meno, ma non c’entra un fico secco con la ge­rarchia interna. Che nell’isola non è solo speciale ma specialissima. Basti dire che non solo la Sicilia ha tanti «regionali» quanto Pie­monte, Lombardia, Lazio, Veneto, Emilia Romagna, Friuli e Liguria messe insieme. Ma che oltre alle fi­gure di dirigenti prima e di secon­da fascia, la Regione ha inventato quella di terza fascia.

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Non siamo tutti americani

23 04 2009

Vittorio Zucconi per “la Repubblica”

Deve finire il regno dell´oro di plastica, del tesserino di 8 cm. per 5 che, dalla prima “carta” emessa dal Diners Club nel 1949 per cenare a credito, era divenuta l´arma di distruzione di massa dell´economia domestica e poi nazionale. I consumatori devono disintossicarsi e riscoprire le virtù delle nonne italiane: mai fare il passo più lungo della gamba.

Basta con l´orgia delle cartine, ha ordinato la Casa Bianca e ha spiegato Larry Summers, il cardinale della finanza più ascoltato da Obama. Basta con gli acquisti al grido di “charge it!”, me lo carichi sulla carta, che hanno sostenuto la falsa prosperità e divorato il risparmio, ridotto a zero dal luglio del 2004. Sono state “the fool´s gold”, la ricchezza dei folli e quella follia sta costando troppo cara.

Ma staccare i 250 milioni di americani che portano in tasca e in borsetta un miliardo e mezzo di carte di credito – almeno cinque a testa in media – sarà come svezzare un neonato dal biberon. Da quasi sessant´anni, appunto dalla prima carta della Diners, due generazioni sono cresciute aggrappate a quel rettangolino plastificato, sprofondando nell´illusione di essere più ricchi di quel che in realtà erano. Vittime della praticità, e della tentazione, fino all´apoteosi del 2002 quando i pagamenti con l´oro di plastica scavalcarono ogni altra forma di pagamento.

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L’Italia ripudia la guerra…ma quando mai ???

14 04 2009

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Raphaël Zanotti per “La Stampa”

L’Italia ripudia la guerra, è scritto nella Costituzione. Eppure, di armi italiane, è pieno il mondo. L’Italia vende un po’ a tutti. Paesi belligeranti compresi. Un comparto che non conosce crisi, flessioni. Nel 2008 il volume d’affari è cresciuto del 222% rispetto all’anno precedente, con le transazioni bancarie schizzate da 1.329.810.000 a 4.285.010.000. Scrive la Presidenza del Consiglio nel suo ultimo rapporto sulle esportazioni, importazioni e transito dei materiali d’armamento: «Tale comparto rappresenta un patrimonio tecnologico, produttivo e occupazionale non trascurabile per l’economia del Paese». L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, è anche scritto nella Costituzione.

Il maggior acquirente di armi italiane è la Turchia, programmi intergovernativi eslcusi. Le imprese italiane hanno ottenuto dal governo 11 autorizzazioni a stringere affari con Ankara. Si tratta del 35,86% del totale, per un valore di 1092 milioni di euro (quattro volte il Regno Unito, al secondo posto con 254 milioni). Il primato della Turchia è dovuto all’acquisto di elicotteri da combattimento dell’Augusta che saranno utilizzati, secondo il ministro della Difesa turco, per «ricognizione tattica e attacco bellico».

La Turchia non rientra nell’elenco dei Paesi per cui vige un embargo Onu o Ue. Non è considerato Paese in conflitto o dove si verificano gravi violazioni dei diritti umani. Eppure, per Amnesty International, non è così. A dicembre 2007 le forze armate turche hanno effettuato operazioni militari nell’Iraq settentrionale alla ricerca di basi del Pkk. Attentati a Smirne, nel distretto di Ulus ad Ankara e a Sirnak hanno provocato numerosi morti. Condanne e omicidi per chi parla di «Kurdistan» o «denigra l’identità turca». Una guerra a bassa intensità, che va avanti da anni.

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Articolo di Saviano su Repubblica

14 04 2009

Lo trovate qua

http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-5/saviano/saviano.html

Molto interessante..