L’anno dei Lakers ? (non gufiamo please)

11 12 2008

“Non credo che i Lakers abbiano una sola possibilità di vincere 70 partite”. Questa è la risposta di Phil Jackson, dopo la vittoria sul campo di Philadelphia, ai giornalisti del Los Angeles Times alla domanda ‘Questa squadra può raggiungere il record dei Bulls del ‘96?’. Cioé 70 vinte, 12 perse e sempre Jackson allenatore…Ovviamente coach Jackson ha voluto stuzzicare i suoi giocatori, cercando una reazione di orgoglio per mantenere alta la concentrazione e vincere la regolar season. La competizione nella Western Conference è di primissimo livello e il fattore campo è fondamentale, ma ancora più importante lo è in finale, dove il formato 2-3-2 diventa un vantaggio significativo per chi ha il miglior record. La NBA a 30 squadre fortemente voluta dal commissioner David Stern è costituita da 6/7 formazioni da titolo, una dozzina di franchigie giovani e di talento e, purtroppo, da troppe realtà senza alcuna prospettiva. Questo rende l’attacco dei Lakers sufficiente per vincere la regolar season NBA e per raggiungere inoltre quel record di vittorie dei Bulls.
Ma quanto valgono i Lakers? Soprattutto, cosa hanno in più dell’anno scorso visto che la rosa è la stessa? Oggi i Lakers sono la miglior squadra dell’Ovest e giocano il miglior basket offensivo della Lega. Hanno corsa, esecuzione, mani buone, fiducia e Kobe Bryant. Le differenze tecniche dall’anno scorso sono poche ma significative. Partiamo da Lamar Odom. Quest’anno ha visto il suo minutaggio leggermente ridotto ed è stato inventato nel ruolo di sesto uomo per lasciare spazio in quintetto al giovane Andrew Bynum. Il management ha investito forte su Bynum, contratto da 58 milioni di dollari per 4 anni, per uno dei centri emergenti della lega, mentre lo staff tecnico sta portando avanti un lavoro di sviluppo individuale. I Lakers amano dire che Kareem Abdul Jabbar ne sia il mentore, ma in sono realtà Brian Shaw e Jim Cleamons che stanno seguendo il ragazzo nella sua crescita tecnica. Bynum al fianco di Gasol significa un quintetto più alto, con tanta intimidazione e punti in area? Se da gli anni ‘80 il basket non si fosse evoluto la risposta sarebbe sì, invece la verità è tutt’altra. Gasol e Bynum non si integrano bene insieme né in attacco né tantomeno in difesa; l’impossibilità di aprire il campo e di accoppiarsi con un quintetto basso e veloce sono evidenti, ed è per questo che Lamar Odom sesto uomo è fondamentale.
Il numero 7 dei Lakers, che è senza ombra di dubbio il miglior difensore e passatore della squadra, quando entra in campo abbassa il quintetto e automaticamente alza il ritmo dell’attacco e l’intensità difensiva. In sostanza, i Lakers hanno 3 giocatori di livello per 2 ruoli, ma la coppia Bynum-Gasol non è di primo livello e Odom sesto uomo è l’unico modo per giocare, nei momenti chiave delle partite, un basket veloce fatto di movimento e di letture. Inoltre, Odom è uno di quei giocatori che non si misura dalla statistiche e lui stesso è il primo a non darci peso; autentica rarità in una lega piena di primedonne.
L’altra novità tattica dei Lakers risponde al nome di Trevor Ariza, un atleta formidabile capace di correre, difendere 4 posizioni e segnare tiri piazzati dall’angolo (pur non essendo un tiratore continuo), nervo scoperto nella difesa di 28 squadre su 30, uniche eccezioni sono Cleveland e San Antonio. La scorsa stagione i Lakers sono crollati in finale, dove almeno una delle 3 stelle di Boston (Allen,Garnett e Pierce) veniva marcata da un difensore mediocre; Ariza potrebbe superare questo limite accoppiandosi a piacimento contro la guardia o l’ala piccola avversaria. Il mondo NBA vive di questi piccoli dettagli, lo sanno bene giocatori dal talento limitato come Bowen e Posey che hanno fatto la differenza in questi anni.
Il basket è uno sport dove la guida tecnica incide in percentuale molto alta sui risultati di una squadra, ma senza giocatori come Kobe Bryant e Tim Duncan nessun Trevor Ariza o Bruce Bowen sarebbe mai decisivo per la vittoria di un titolo. Quello che Kobe Bryant sta facendo quest’anno è qualcosa di assolutamente nuovo per lui: gioca in controllo, ha fiducia nei suoi compagni, non sente l’esigenza di forzare tiri e accetta con serenità un minutaggio medio di 33 minuti, sintomo di una squadra in salute. Kobe ha già vinto 3 anelli, ma quei successi dei Lakers vengono (giustamente) associati al nome di Shaq, che era leader assoluto di quella squadra. Da quando le strade di Shaq e i Lakers si sono separate, Bryant è diventato padrone della squadra, ma solo nelle ultime due stagioni ha avuto per le mani la possibilità di competere per il titolo. Solo Phil Jackson è riuscito a rapportarsi con l’ego smisurato di Bryant, il quale per la prima volta nella sua carriera non ha conflitti interni nello spogliatoio ed è sulla stessa linea del general manager Kupchak. Sul campo Kobe non ha limiti, è spettacolo puro.
L’altra sera a Philadelphia ha dominato la partita con 32 punti e una capacità unica di decidere lui quando chiudere la partita e zittire un pubblico che non l’ha mai amato. Kobe si è sempre definito un figlio di Philadelphia, ma i cittadini della città dell’amore fraterno non lo considerano come tale in quanto ci ha vissuto solamente negli anni del liceo, per di più in un area residenziale in collina (Ardmore, reddito medio per famiglia di 75 mila dollari). I 19mila presenti (secondo i dati ufficiali, in realtà non erano più di 15mila) al Wachovia Center erano tutti lì per Kobe: non certo per fischiarlo, ma per vedere giocare uno dei migliori di sempre. Inoltre, non mancavano centinaia di tifosi di Kobe con la maglia 24 dei Lakers che hanno intonato a più riprese il coro “MVP!MVP!”.
I Lakers hanno tutto per vincere; gli occhi dei media sono puntati su di loro, e negli uffici NBA di New York si prega per rivederli in finale, perché anche l’NBA ha una crisi da fronteggiare, e le stelle come Kobe e LeBron riescono a far vendere a cifre da capogiro questo prodotto. Ma non solo: riescono a nascondere le pecche di una lega che negli ultimi anni ha cavalcato troppo l’espansione commerciale aprendo nuove franchigie in mercati non adeguati.
Francesco Casati, da Philadelphia
f.casati@fastwebnet.it
(in esclusiva per Indiscreto, foto di Francesco Casati)




MVP !!!

4 05 2008
NEW YORK (Usa), 3 maggio 2008 – Finalmente Kobe Bryant può festeggiare il suo primo Mvp Award in carriera. Il Los Angeles Times ha battuto tutti sul tempo riportando la notizia dell’assegnazione del premio di miglior giocatore della Lega all’idolo dello Staples Center. Ci sono volute 12 stagioni, alcune straordinarie, altre ricche di alti e bassi, a Kobe per convincere finalmente i votanti – che spesso gli hanno voltato le spalle più per il suo difficile carattere che per quello che ha sempre fatto vedere sul parquet – a scegliere il numero 24 dei Lakers.
NUMERI DA URLO - Quest’anno sarebbe stato molto difficile snobbare per l’ennesima volta Kobe. I candidati meritevoli naturalmente non sono mancati, a cominciare da Chris Paul, il leader dei sorprendenti Hornets, fino ad arrivare a Kevin Garnett che con la sua leadership ha trasformato i Celtics, ma Bryant, dopo una offseason non facile, condita da polemiche e da frecciate lanciate alla franchigia, in campo ha fatto cose straordinarie che vanno al di là dei numeri (28.3 punti di media, 6.3 rimbalzi, 5.4 assist e un atteggiamento difensivo sempre impeccabile) pur eccellenti. I Lakers, poi, hanno conquistato il titolo della regular season (57-25 il record) nella difficilissima Western Conference, facendo così salire alle stelle le azioni di Bryant nella corsa al premio di Mvp.
SQUADRA VINCENTE – Con l’arrivo a febbraio di Pau Gasol la squadra ha cambiato marcia, diventando a tratti davvero inarrestabile, e dimostrando di poter puntare decisamente al titolo. Kobe ha mostrato intelligenza tattica e grande maturità facendo di tutto per integrare lo spagnolo, che nell’attacco a triangolo di coach Jackson si trova a meraviglia, negli schemi offensivi di LA. Quello che in passato, soprattutto dopo il burrascoso “divorzio” con Shaquille O’Neal, veniva bollato come un giocatore egoista e difficilissimo da gestire, quest’anno si è sacrificato per il bene della squadra, continuando comunque a punire le difese avversarie con il suo straordinario arsenale offensivo.
LE PAROLE DI KOBE – “L’Mvp adesso non è più solo un premio individuale come qualche anno fa – aveva detto ad aprile Kobe Bryant – ora i votanti lo assegnano a chi ha ottime statistiche, ma soprattutto riesce a fare rendere i proprio compagni al meglio. Io sono molto contento soltanto di essere tra i candidati al premio proprio per questo fatto. Comunque il premio a cui aspiro di più è il titolo Nba”. Cade uno degli ultimi tabù della Nba, dunque. Kobe Bryant, da anni considerato come il migliore di tutti nella Nba, riesce finalmente a portarsi a casa il premio di Mvp.




NBA #5

22 01 2008
NEW YORK, 22 gennaio 2008 – Orlando sconfigge Detroit con un gran canestro allo scadere di Rashard Lewis. I Blazers espugnano Atlanta dopo un supplementare grazie a un altro canestro vincente di Travis Outlaw. Vincono anche Boston, San Antonio, Utah e New Orleans. Dallas cede nettamente a Washington. I Lakers superano Denver con Kobe Bryant in versione assist-man.
L.A. Lakers-Denver 116-99
Grande vittoria dei Lakers al termine di un incontro giocato con tanta passione, secondo le parole del loro leader, e grande prova di maturità per Kobe Bryant che fa la differenza anche quando tira solo due volte nel primo tempo. La star di L.A. fa 2/2 e coinvolge al meglio i compagni (5 assist all’intervallo), così i Lakers segnano 39 punti nel primo quarto, arrivano anche a +17 e chiudono il primo tempo 67-57 con Farmar, Fisher e Odom in evidenza. A peggiorare le cose per Denver arriva l’infortunio alla caviglia di Carmelo Anthony che cade sul piede di Bryant dopo un tiro e abbandona la gara nel secondo quarto. Ma Denver non molla e pareggia (77-77) con un ottimo Camby che imbarazza Kwame Brown. I Lakers però, spinti dalle triple di Fisher, chiudono il terzo quarto con un parziale di 14-2 e si riportano avanti 91-82. Negli ultimi 12’ i gialloviola prendono il sopravvento definitivamente e vanno a +21 con una tripla di Bryant a 7’ dalla fine. Fisher chiude con 6/7 da tre, Farmar con un positivo 8/15 e Bryant con 5/7 dal campo per 17 punti. Nel finale Phil Jackson manda in campo anche Coby Karl, figlio del coach di Denver George Karl.
L.A. Lakers: Fisher 28 (10/16), Farmar 19, Bryant 17. Rimbalzi: Odom e Brown 11. Assist: Bryant 11.
Denver: Iverson 24 (8/23), Kleiza 20, Camby 18. Rimbalzi: Camby 12. Assist: Carter 15.
New York-Boston 93-109
Con Kevin Garnett a guidare il resto della truppa con 20 punti, 13 rimbalzi e 7 assist, Boston si sbarazza anche dei Knicks che pagano la serata no da tre (1/15). Nel primo tempo Kendrick Perkins segna 22 punti e in totale ne mette 24 (career high). Paul Pierce e Quentin Richardson hanno un diverbio nel terzo quarto e vengono entrambi espulsi.
New York: Randolph 24 (8/18), Crawford 22. Rimbalzi: Randolph 15. Assist: Crawford 5. Boston: Perkins 24 (9/12), Garnett 20. Rimbalzi: Garnett 13. Assist: Garnett e Pierce 7.
Washington-Dallas 102-84
Con una grande difesa Washington supera di nuovo Dallas (2-0 per i Wizards) che subisce la sconfitta più pesante della stagione. Il concetto di difesa dura è stato ben assimilato dai ragazzi di Eddie Jordan e il coach sta lavorando ottimamente con un gruppo che, trascinato dai possibili All Star (entrambi meritevoli) Butler e Jamison, sta disputando un eccellente campionato senza Gilbert Arenas. La svolta avviene nel terzo quarto quando Butler e Jamison segnano insieme 19 punti consecutivi. Bene anche Stevenson con 4/6 da tre per 18 punti totali.
Washington: Butler 25 (10/20), Jamison 23. Rimbalzi: Butler 9. Assist: Daniels 6.
Dallas: Howard 32 (10/16), Nowitzki 21. Rimbalzi: Nowitzki 11. Assist: Nowitzki 6.
Charlotte-San Antonio 86-95
Dopo due sconfitte, gli Spurs tornano al successo grazie a una buona prova corale con cinque giocatori in doppia cifra. San Antonio ha un buon contributo da Michael Finley (13 punti) e Ime Udoka (11) ed evita di complicarsi la vita prendendo il controllo all’inizio del periodo finale con una tripla di Manu Ginobili (71-80). In giornata no Wallace (13) e Richardson che chiudono entrambi con 5/18 al tiro.
Charlotte: Okafor 21 (10/14), Wallace 15. Rimbalzi: Okafor 10. Assist: McInnis 9.
San Antonio: Duncan 19 (8/17), Parker e Ginobili 16. Rimbalzi: Duncan 10. Assist: Ginobili 6.
Orlando-Detroit 102-100
Grazie a un grande canestro allo scadere di Rashard Lewis che riceve dalla rimessa con 4’ a disposizione, batte Hamilton e segna in jumper usando il tabellone, i Magic evitano il supplementare e rifilano a Detroit la terza sconfitta nelle ultime tre gare. Orlando aveva sempre perso contro i Pistons negli ultimi nove incontri, ma stavolta non si scoraggia dopo una tripla da distanza siderale di Billups per il pareggio (100-100) a 4” dalla sirena, e Lewis indovina l’azione vincente nell’ultimo possesso.
Orlando: Turkoglu 26 (7/16), Howard 23. Rimbalzi: Howard e Bogans 8. Assist: Turkoglu 8.
Detroit: Billups 27, Hamilton 21 (8/17), Prince 20. Rimbalzi: Wallace 15. Assist: Billups 5.
Miami-Cleveland 90-97
Quattordicesima sconfitta consecutiva dei Miami Heat a cui non bastano i 42 punti di Dwyane Wade, troppo solo nell’attacco di Miami. L’unico giocatore degli Heat a segnare almeno 10 punti oltre a Wade è Shaquille O’Neal. Per il resto è buio totale. LeBron James risponde alla sfida con Wade con 28 punti e 5/5 dalla lunetta, e alla fine prevale Cleveland che può disporre di un maggior contributo dal supporting cast.
Miami: Wade 42 (17/29), O’Neal 10. Rimbalzi: Haslem 13. Assist: Wade 7.
Cleveland: James 28 (11/26), Ilgauskas 13. Rimbalzi: Ilgauskas 11. Assist: James 5.




NBA #4 (Durant a ripetizione)

15 01 2008
Seattle-L.A. Lakers 121-123 (OT)
Seattle pareggia a 22” dalla sirena con una tripla di Kevin Durant, Bryant ci prova da tre, ma sbaglia e il rimbalzo viene catturato dai Sonics. Durant riceve palla dopo il timeout e ben marcato da Bryant fa partire un jumper troppo presto, lasciando ai Lakers 6” per l’ultimo tiro. Palla a Kobe che se la fa strappare di mano da Watson e e si va all’overtime. Dopo cinque minuti di battaglia il punteggio è sempre in parità e Bryant si incarica del tiro decisivo che è una perfetta conclusione in palleggio arresto e tiro sul lato sinistro del campo che si infila nella retina a 4” dal termine. La stella dei Lakers si attacca a Kevin Durant impedendogli di ricevere il pallone dalla rimessa e Seattle sbaglia l’utlimo tiro con Nick Collison. Bryant chiude una fantastica partita con 48 punti.
Seattle: Collison 24 (10/16), Durant 19 96/26). Rimbalzi: Collison 18. Assist: Ridnour 11.
L.A. Lakers: Bryant 48 (21/44), Turiaf 14. Rimbalzi: Odom 14. Assist: Odom e Walton 7.




NBA #3 (ansia x Bynum)

14 01 2008

New York-Detroit 89-65
I Pistons scesi in campo nella mecca del basket sembrano lontani parenti della seconda miglior squadra della Eastern Conference e riescono a compiere l’impresa di resuscitare una squadra allo sbando come i Knicks. L’energia di Detroit è quasi a livello zero dopo l’overtime della sera precedente a Charlotte, e New York ne approfitta per ribaltare il pronostico. Il primo quarto finisce in parità (18-18), ma nel secondo Detroit segna solo 14 punti e New York va a +11. L’attesa reazione dei Pistons non si manifesta nella terza frazione, anzi in attacco sono sempre più addormentati e mettono a segno solo 10 punti. Il punteggio dopo tre quarti di gara dice 71-42, addirittura 29 punti di distacco e meno del 30% al tiro per Detroit. Hamilton (1/7) e Prince (0/10) sono disastrosi, così come la panchina di Flip Saunders. Isiah Thomas invece ha un valido contributo dalle sue riserve e da Zach Randolph. I Pistons alzano bandiera bianca in avvio dell’ultimo periodo togliendo gli spenti titolari e dando spazio alle riserve per il garbage time.
New York: Randolph 25 (11/18), Crawford 15. Rimbalzi: Randolph 8. Assist: Jones 6.
Detroit: McDyess 15 (6/11), Billups 14. Rimbalzi: McDyess 13. Assist: Billups 4.
L.A. Lakers-Memphis 100-99
I Lakers vincono di misura contro Memphis, ma il risultato passa in secondo piano a causa dell’infortunio al ginocchio del giovane centro Andrew Bynum, portato fuori dal campo dai compagni dopo l’incidente. Bynum gioca 20 minuti, realizza 10 punti con 5/7 e insieme a Kobe Bryant porta i Lakers a +10 alla fine del secondo quarto, ma si infortuna a 8’52” nel terzo quarto con il punteggio fermo a 66-55 e i gialloviola portano a termine la gara con il fiato sospeso.
Nell’ultimo quarto, i Lakers si portano avanti di 13 lunghezze, ma Memphis piazza un parziale di 14-0 e passa al comando a 4’ dal termine. Kobe segna 6 punti nel finale, ma Rudy Gay pareggia con una tripla a 32” dalla sirena. Un tiro libero di Kwame Brown consegna il successo nelle mani dei Lakers. Fortunatamente, i primi esami al ginocchio di Bynum sono risultati negativi, e lunedì il giocatore sarà sottoposto ad accertamenti.
L.A. Lakers: Bryant 37 (10/25, 14/15 tl), Odom, Farmar e Bynum 10. Rimbalzi: Odom 10. Assist: Bryant 4.
Memphis: Miller 27 (11/16), Gasol 21 (10/16). Rimbalzi: Gasol 18. Assist: Gasol 8.





NBA #2 (We want, we want Tacos !!)

12 01 2008
L.A. Lakers-Milwaukee 110-105
Kobe è ammalato, ma a vederlo in campo non sembrerebbe proprio: la stella dei Lakers stringe i denti da vero leader e segna 37 punti in 37 minuti, con 5/9 da tre, 5 rimbalzi, 7 assist, 2 palle recuperate e solo una persa. Accanto a Bryant, viene fuori un eccellente Bynum che registra una doppia doppia con 17 rimbalzi (career high) e 25 punti (8/13). Il pubblico dello Staples Center ormai non si accontenta più di assistere a un’altra convincente vittoria e urla “we want tacos!” (vogliamo i tacos) ininterrottamente negli ultimi minuti. I gialloviola devono tenere gli avversari sotto i 100 punti affinché i tifosi abbiano diritto a mangiare tacos gratis, ma Charlie Bell li ammutolisce a 11” dalla fine con la tripla del 102-110, prendendosi poi i fischi dell’intera arena. A parte la piccola delusione, con il record dei Lakers a 24-11, per i tifosi è arrivato il momento di sognare, specialmente visti gli immensi progressi del centro Bynum.
L.A. Lakers: Bryant 37 (12/25), Bynum 25. Rimbalzi: Bynum 17. Assist: Bryant 7.
Milwaukee: Williams 28 (10/21), Redd 22. Rimbalzi: Bogut 11. Assist: Williams 6.




Nba

10 01 2008
New Orleans-L.A. Lakers 80-109
I Lakers segnano sempre nei primi otto possessi della gara e impongono il loro ritmo contro gli Hornets, troppo passivi e impreparati a subire un avvio di gara così determinato di Bryant e compagni. Gli ospiti mantengono un largo margine di scarto per tutto il resto del match. La stella di L.A. non ha bisogno di prendersi troppi tiri perché il supporting cast è molto attivo e le riserve dei Lakers dominano quelle di New Orleans 42-9. “Il mio ruolo è cambiato – dice Kobe -. Non devo più andare in campo e produrre 35 punti e passa. Ora mi cercano per fare punti quando serve un po’ di ossigeno ed è così che dovrebbe essere”.
New Orleans: Paul 32 (13/23), West 19. Rimbalzi: West 9. Assist: Paul 5.
L.A. Lakers: Bryant 19 (8/16), Bynum 17. Rimbalzi: Bynum 9. Assist: Bryant 7.
Dallas-Detroit 102-86
Dopo la sconfitta interna contro Boston, i Pistons crollano a Dallas dove conducono 2-0 solo all’inizio, ma poi sono costretti a inseguire i Mavs che tirano fuori dal cilindro una grande partita. Nowitzki si rende sempre pericoloso e intorno a lui l’attacco di Dallas sembra quello della scorsa regular season. Stackhouse e Terry segnano insieme 30 punti uscendo dalla panchina. Il 57% dal campo di Dallas con 10/16 nelle triple vale doppio contro Detroit che ha una delle migliori difese del campionato.
Dallas: Nowitzki 23 (10/15), Harris 19. Rimbalzi: Howard e Nowitzki 9. Assist: Terry 5.
Detroit: Hamilton 18 (9/18), Billups 16. Rimbalzi: Wallace 11. Assist: Herrmann 4.




MVP

24 12 2007

Domenica Kobe Bryant è diventato il più giovane giocatore della storia a segnare almeno 20.000 punti in carriera. E’ successo nel luogo ideale, il vecchio Madison Square Garden di New York in una domenica mattina prenatalizia, affascinante come poche in quella… location. Abbiamo visto i Lakers due volte in tre gare, a Cleveland e New York. Hanno costruito ambedue le volte vantaggi importanti, sperperandoli immancabilmente tra il terzo e il quarto periodo quando Bryant era seduto in panchina, la squadra andava in bambola e Phil Jackson non muoveva un muscolo facciale in panchina né per rimandare Kobe in campo né per chiamare time-out. Jackson ha sempre allenato così, facendo infuriare gli assistenti. La sua teoria è che la squadra deve essere in grado di uscire dai momentini difficoltà da sola per permettergli di tenere i time-out per motivi strettamente tattici nei finali di gara. Andava bene quando allenava Michael Jordan e i Bulls, andava bene per i Lakers di Shaq e Kobe. Ma questi Lakers vanno protetti meglio: se avesse allenato in modo normale avrebbe battuto i Cavs. Non ha perso con i Knicks solo perché 24 punti erano troppi e perché gli avversari erano – appunto – i Knicks. Può darsi che Jackson sia ancora un drago a costruire le squadre e ad allenarle. A giudicare dai risultati, sta facendo un grande lavoro con i Lakers. Ma in partita lascia veramente perplessi. Quanto a Bryant, ha trasformato una squadra di mezzi giocatori (Radmanovic, Mihm, Turiaf), alcuni inesperti (Bynum, Farmar, Crittenton), altri anche scarsi (Vujacic sul metro NBA è modesto) nella quarta squadra della Western Conference. Ma a 29 anni sono riusciti a non dargli ancora una volta il trofeo di Mvp.