LONDRA AL TEMPO DELLA CRISI SEMBRA UNA CITTÀ FANTASMA

16 05 2009

John Carlin, “El Paìs”, Spagna (da “Internazionale”)
Molte giovani promesse della gastronomia internazionale si sono ispirate alla cucina di El Bulli e del suo chef Ferran Adrià, il più celebre cuoco del mondo. Ma quello che ha imparato meglio la lezione del maestro è l’inglese Heston Blumenthal. Molte guide gastronomiche sostengono che il suo ristorante, The fat duck, è secondo solo al locale catalano di Adrià.

The fat duck è diventato uno dei simboli della ricchezza di Londra, capitale finanziaria e culturale del mondo negli ultimi dieci anni, protagonista di un boom planetario apparentemente destinato a durare in eterno. Miliardari vecchi e nuovi venivano a vivere nella capitale britannica da tutto il pianeta. E una volta saziato il loro appetito di Ferrari, Bentley e case di lusso, spendevano una fortuna in champagne, potage di lumache con prosciutto spagnolo e gelati al bacon nel ristorante più famoso della breve ma intensa storia dell’alta cucina britannica.

Emblema di quel periodo di crescita che Alan Greenspan ha definito “esuberanza irrazionale”, Londra è oggi una città in difficoltà: secondo il Fondo monetario internazionale la Gran Bretagna è il paese sviluppato con le prospettive economiche peggiori. E uno dei simboli di questa crisi è proprio il locale di Blumenthal. Dopo una megaintossicazione che tra gennaio e febbraio ha colpito centinaia di clienti, The fat duck è stato costretto a chiudere i battenti per qualche settimana. Esattamente la stessa cosa che sta succedendo ad altri negozi, ristoranti e aziende della capitale britannica, dove anche l’entusiasmo sembra in via di estinzione.

A Londra tutti sono preoccupati, ma il settore coni problemi più gravi è quello finanziario. È stato la prima fonte di ricchezza della città, il motore che ha creato un’infinità di posti di lavoro per avvocati, consulenti, pubblicitari, agenti immobiliari e cuochi, e che ha fatto guadagnare enormi quantità di denaro, spesso in modo poco trasparente e irresponsabile.

Ragazzi di venticinque anni appena assunti in qualche banca d’affari riuscivano a comprarsi un’Aston Martin o una casa da milioni di sterline grazie ai bonus annuali, mentre manager di medio livello di 35 o 40 anni, con stipendi da 200 milioni di sterline all’anno, ricevevano spesso premi da diversi milioni. Quanto più denaro (altrui) rischiavano, tanto più ne guadagnavano. E i soldi circolavano per tutta la città. Il clima di fiducia era tal-mente diffuso che i mutui venivano distribuiti come pinte di birra in un pub. Tutti hanno creduto di essere ricchi e hanno speso più di quanto potevano.

Leggi il seguito di questo post »





C’e crisi dappertutto (cit.) #2

6 03 2009
Se nannamo a Sciarm ??

Se n'annamo a Sciarm ??

La recessione non sembra fermare la voglia di vacanza. La conferma arriva dalla mole di preventivi (+30% rispetto allo stesso periodo del 2008) che le agenzie di viaggio stanno cercando di smaltire in vista delle prossime vacanze pasquali.

«Nonostante la cattiva congiuntura economica – conferma Loredana Rinaldi dell’agenzia affiliata a Giramondo Nessie Viaggi – è tornato il desiderio di vacanza, di evasione dalle problematiche quotidiane e, soprattutto, di caldo. Mar Rosso e Oceano indiano sono infatti le mete più gettonate».

Destinazioni scelte, nel caso del più vicino Egitto, in particolare dalle famiglie, allettate da sconti fino al 25% in caso di prenotazioni anticipate e da pacchetti all inclusive costruiti attorno alle esigenze dei più piccoli: «Aprile, tradizionalmente, è sempre stato un buon mese per località costiere come Sharm el Sheik, Hurgada e Marsa Alam, tuttavia quest’anno molto richieste sono anche le crociere sul Nilo e le visite a Luxor, alle oasi e alla capitale Il Cairo, il che ci fa tirare un sospiro di sollievo, considerato il disastro di dicembre, gennaio e febbraio», racconta Livia De Fabianis di Kemet Viaggi.

Ieri pomeriggio, nell’agenzia Turisanda di piazza Risorgimento a Milano c’era la coda: «Prenotare una tripla o una quadrupla famigliare per tempo – spiegava Elisa Anelli è molto conveniente, considerato che, oltre agli sconti, generalmente i minori di dodici anni non pagano. L’impressione è che il volume dei preventivi sia in linea con quello dello scorso anno, forse qualche punto in più. L’Egitto rappresenta una conferma mentre, sorprendentemente, raccolgono più favore del previsto le Isole Mauritius (Mauritius e’ una sola, non e’ un arcipelago ndC), le Maldive e il Madagascar».

Leggi il seguito di questo post »





Sapevatelo ! #4

21 01 2009
...a Taipei cè un ristorante...

...a Taipei c'è un ristorante da sballo...





Cosi’ chiude la montagna italiana

5 01 2009

di PAOLO RUMIZ

Seggiovie e alberghi fantasma così chiude la montagnaUn impianto dismesso

VENTO che sibila nei corridoi di alberghi chiusi, gelidi come l’Overlook Hotel del film Shining. Seggiolini sballottati dalla tormenta, appesi a funi immobili. Stazioni di funivie piene di immondizie, senz’anima viva intorno. Piloni arrugginiti, ruderi che nessuno rimuove anche nei parchi naturali. Ora i numeri ci sono. Quelli – mai fatti prima – degli impianti ridotti al fallimento dal riscaldamento climatico e dalla speculazione immobiliare. Oltre centottanta nel solo Nord Italia. La metà di quelli -350 – che sono stati chiusi finora. Centottanta vuol dire quattromila tralicci, centinaia di migliaia di metri cubi di cemento, seicentomila metri di fune d’acciaio, cinque milioni di metri di sbancamenti e di foresta pregiata trasformata in boscaglia. Ferri contorti come i ramponi di Achab sulla gobba della balena.

GUARDA LE IMMAGINI

Per contarli abbiamo assemblato dati da parchi e corpi forestali, attivisti di “Mountain Wilderness” e guide alpine, soci di Legambiente e della “Cipra”, il Centro per la tutela delle Alpi. Dati impressionanti, che sembrano non insegnare nulla a chi in Italia – caso unico in Europa – insiste a sovvenzionare impianti a bassa quota o, peggio ancora, nei parchi nazionali, in barba ai vincoli comunitari.

Fotogrammi. Saint Grée di Viola, quota 1200, provincia di Cuneo, è un monumento al disastro. Si chiamava Sangrato, ma non era abbastanza trendy per un centro che doveva attirare sciatori da Piemonte e Liguria, e così gli hanno cambiato il nome. Prima ha perso la neve, poi i clienti, infine ha inghiottito soldi pubblici per un rilancio impossibile. Oggi sembra Beirut dopo la guerra, cemento e vetri rotti con la scritta “Vendesi”.

Altri fotogrammi, nel dossier di Francesco Pastorelli, direttore di Cipra Italia. Pian Gelassa in Val Susa: piloni nel vento, scheletri di alberghi nati morti, lì da 30 anni in piena area protetta, a due passi dalle piste olimpiche del Sestrière. Alpe Bianca, nelle Valli di Lanzo: condomini vuoti, stazione della funivia con i cessi rotti e le piastrelle smantellate. E così avanti: Oropa-Monte Mucrone, Albosaggia, Chiesa Valmalenco.

Non è un viaggio: è un percorso di guerra. A Oga presso Bormio la pista – iniziata e mai aperta causa lite tra valligiani – sta franando, e la ferita è tale che la trovi anche “navigando” con Google-Earth (e non è che gli squarci delle piste “mondiali” siano meglio). In Valcanale, sopra Ardesio (Bergamo), un’ex seggiovia è segnata da cemento sospeso sullo strapiombo e una discarica nel parcheggio.

Sella Nevea nelle Alpi Giulie, orgoglio del turismo friulano: le multiproprietà che negli anni Settanta hanno devastato la conca sotto il Montasio sono così a pezzi che sono stati messi all’asta in questi giorni. A Breuil-Cervinia residenze chiuse e impianti di risalita dismessi, otto in tutto, di cui quattro funivie. Posti da dimenticare, anche in anni di nevicate come questo.

Accanto agli scheletri, i morti viventi. Impianti in rosso, a quota troppo bassa per garantire neve, tenuti in vita dalla mano pubblica. Colere, Lizzola, Gromo nelle Orobiche. Oppure Tremalzo, La Polsa, Folgaria e Passo Broccon tra Veneto e Trentino, che inghiottono milioni in generose elargizioni per l’innevamento artificiale. Impianti a rischio, che nessuno fa entrare nella contabilità di un disastro che è anche finanziario. “Perché non si dice che le piste non si pagano solo con lo skipass ma anche con le nostre tasse?”, s’arrabbia l’esploratore bergamasco Davide Sapienza.

Numeri insospettabili. Quaranta funivie e seggiovie abbandonate in Piemonte, trentanove in Val d’Aosta (un’enormità per una regione di centomila abitanti), almeno venti in Lombardia, trenta tra Emilia e Liguria sul lato appenninico, trentacinque in Veneto e venticinque in Friuli-Venezia Giulia. E non mettiamo in conto gli sfasciumi lasciati dallo sci estivo, chiuso per fallimento in mezze Alpi.

Ma non c’è solo il clima nel crack. C’è anche la speculazione. La seggiovia è solo lo specchietto per le allodole per sdoganare seconde case e villini. “Meccanismo semplice”, sottolinea Luigi Casanova di Mountain Wilderness. “Si compra il terreno a basso costo, si cambia il piano regolatore, poi si fa la seggiovia e si costruiscono case al quintuplo del valore”. Se il gioco è spinto, la seggiovia chiude appena esaurita la sua funzione moltiplicatrice del valore immobiliare.

Uno crede: errori non ripetibili. Invece no: si continua sulla vecchia strada, come per l’Alitalia. Miliioni di milioni di euro al vento. Come quelli che serviranno per il collegamento – approvato il 31 dicembre (!) dalla provincia di Trento – fra San Martino e Passo Rolle nel parco di Paneveggio, dove Stradivari prese il legno dei suoi violini. O per il terrificante “demanio sciabile” da 200 milioni di euro dalla Val Seriana alla Valle di Scalve (Bergamo) pronto al varo nel parco delle Orobie, contro cui s’è levata la protesta di molti “lumbard”. Disastri annunciati, come il maxi-progetto sul Catinaccio-Rosengarten, che sfonda un’area che è patrimonio Unesco.

Cambiano i luoghi, ma il trucco è lo stesso. C’è un pool che compra terreni, fonda una società e lancia un progetto sciistico, con un bel nome inventato da una società d’immagine. L’idea è nobile: “rilanciare zone depresse”, così chi fa obiezioni è bollato come nemico del progresso. A quel punto la mano pubblica entra nella gestione-impianti e finisce per controllare se stessa. Così il gioco è fatto. Il sindaco promette occupazione e viene rieletto: intanto parte l’assalto alla montagna. Per indovinare il seguito basta leggere la storia dei ruderi nel vento.

“Questi mostri di ferro e cemento che nessuno smantella rientrano in un discorso più vasto” spiega il geografo Franco Michieli additando lo stato pietoso dell’arredo urbano a Santa Caterina Valfurva, Sondrio. “Il legame con la terra è saltato, i montanari ormai ignorano il brutto. Piloni, immondizie, terrapieni, sbancamenti: tutto invisibile. Si cerca di riprodurre il parco-giochi, e così si svende il valore più grosso: l’incanto dei luoghi”.

E intanto il conflitto tra ambiente e ski-business aumenta in modo drammatico. Servono piste sempre più lisce e veloci, così si lavora a colossali sbancamenti e si prosciugano interi fiumi per l’innevamento artificiale. E c’è di peggio: la monocultura dello sci finisce per “cannibalizzare” tutte le altre opzioni (albergo diffuso, mobilità alternativa ecc.) perché distrugge i luoghi. Vedi Recoaro, dove le gloriose terme sono in agonia, ma si finanzia un impianto a quota mille, dove nevica un anno su cinque.

Per addolcire gli ambientalisti si inventano termini nuovi, come “neve programmata” o “eco-neve”, ma il risultato non cambia. Damiano Di Simine, leader lombardo di Legambiente: “In Valcamonica un contributo regionale di cinquanta milioni è stato utilizzato per costruire piste nel parco dell’Adamello, e il risultato lo si vede su Google-Maps. Squarci terrificanti”. Stessa cosa sul Monte Canin nelle Giulie: cicatrici da paura.

Ruggisce Fausto De Stefani, scalatore dei quattordici Ottomila e leader carismatico di Mountain Wilderness: “Uno: tutti gli impianti sono in passivo. Due: il clima è cambiato. Tre: gli italiani sono più poveri. Basta o non basta a dire che un modello di sviluppo va ridisegnato? E invece no, siamo furbi noi italiani. Continuiamo a vivere come progresso un fallimento che ha i suoi monumenti arrugginiti in tutto il Paese”.

A Novezzina sulle pendici del Baldo – il colosso inzuccherato tra Val d’Adige e Garda – De Stefani indica i resti di un impianto per neve artificiale mai entrato in funzione. “È stato smantellato, ma la ferita è rimasta, sembra una lebbra. Roba che per rimarginarsi impiegherà secoli. Con i soldi di quell’impianto fallito si potevano ripristinare malghe, sentieri, terreni; si valorizzavano i prodotti locali. È o non è una truffa? Un’orda distrugge l’Italia e la gente tace, nessuno s’indigna. È questo che mi fa uscir di testa”.

(2 gennaio 2009)





Natale nelle Filippine

30 12 2008





I guai dell’Islanda

24 12 2008

Li chiamano già «i vecchi tempi». Negli anni migliori c’erano più Range Rover qui che in tutta la Scandinavia. E per i compleanni dei vichinghi – come avevano ribattezzato gli yuppie delle grandi banche – il regalo preferito era Elton John che intonava happy birthday. Fino a due mesi fa l’unico problema era il rumore dei jet privati in decollo dall’aeroporto cittadino. L’unica preoccupazione una casa più grande, un Suv più potente, il prossimo week end a Parigi. Ora che le gru sono ferme, le casse vuote e c’è la coda per scappare in Europa, verrebbe da dire che se la sono cercata. Se non fosse che il freddo, l’aria e la neve bianca di Reykjavik sembrano una garanzia di innocenza. Come il sorriso di Gudny Magnusdottir che ha trentadue anni, cinque figli, è senza lavoro e si è messa in coda anche lei. Invece di lamentarsi va ogni mattina all’ufficio di collocamento, e mentre aspetta il suo turno offre a tutti biscotti alla cannella, cioccolata calda e musica natalizia con lo stereo che ha portato da casa: «Mi hanno licenziata, sono piena di debiti e il prossimo mese dovrò restituire la Skoda Oktavia che ho comprato l’altr’anno». Prende il thermos, versa una tazza anche a noi: «È un momento difficile, ma la mia vita è bella, e non ho paura di niente».

La vita è bella in Islanda. Anche in quest’inverno con quattro ore di luce e un buco da novanta miliardi di euro. Il 6 ottobre scorso il primo ministro Geir Haarde compare in televisione per annunciare che la festa è finita. Peccato: è stato bello spingersi fino a Copenaghen per issare la bandiera dell’isola sui Magasin du nord e l’Hotel d’Angleterre, le due perle commerciali degli ex colonizzatori danesi. Ed è stato bello pensare che i tycoon dei ghiacci potessero mangiarsi i consumatori inglesi della catena di giocattoli Hamleys, dei grandi magazzini Oasis, o addirittura dei supermercati Woolworth: «Per noi è sempre stato vitale muoverci, conoscere nuovi paesi e conquistare nuovi mercati» ci dice lo scrittore Einar Már Gudmundsson. «Basti pensare che nella nostra lingua stupido si dice heimskur, letteralmente “chi resta a casa”».

Peccato: sembrava un viaggio e invece erano debiti, fuffa, illusioni, un volo finanziario che si schianta tra le pernacchie del mondo. La festa è finita, le Range Rover sono ribattezzate game over, gli ultimi bar di lusso «fanno molto 2007» e Ólöf Sigfúsdóttir, antropologa dell’Accademia di Reykjavik, sintetizza con durezza il pensiero di tanti: «Per arricchirsi i nostri banchieri hanno ipotecato il popolo». Non resta che tornare a terra: cent’anni fa erano pareti di legno, tetti di torba e menù di patate. Oggi sono una montagna di debiti che travolgono i trecentomila abitanti dell’isola: «Ho comprato casa un anno fa» ci dice la giornalista Kolfinna Baldvinsdóttir in un italiano impeccabile. «Metà l’ho pagata in contanti, metà con un mutuo. Ad agosto dovevo alla banca dodici milioni di corone, tre mesi dopo sono diventati ventotto». C’è chi la chiama tempesta perfetta, chi terremoto finanziario, Kolfinna preferisce parlare di truffa legalizzata: «Dov’erano le autorità di controllo? Che faceva il nostro governo? Perché non hanno fermato il delirio dei banchieri?». Nell’agosto 2007 Jon Heidar, trasportatore ventinovenne, si compra un furgone con un mutuo di un milione e duecentomila corone: «Un anno dopo si sono ripresi il furgone, ho perso il lavoro, ma il mio debito è cresciuto a un milione e settecentomila corone». Un incubo: la corona perde terreno, ma i debiti sono in euro, dollari e yen. E così più paghi e più devi, più aumenta il valore del mutuo e meno vale il bene per cui ti sei indebitato. Il regista Jon Gustafsson racconta di un amico che sta per vendere casa pur di liberarsi delle ipoteche sul suo Toyota Land Cruiser: «Sono stati anni folli. Io ho studiato in Canada, e quando sono rientrato nel 2005 non ci potevo credere: in città si parlava solo di cilindrate, metri quadri e investimenti azionari». Sarà vero che la vita è bella in Islanda?

Qualcosa non andava già prima. E Björk, il geniale folletto che da Reykjavik ha conquistato le platee più esigenti del mondo, il 28 giugno fa un concerto a cui assiste un islandese su dieci: lo chiama Náttúra perché vuole protestare contro la costruzione di due megaimpianti di produzione di alluminio, e ricordare che c’è anche uno sviluppo diverso, con meno profitto, meno inquinamento, più qualità e più rispetto per l’ambiente dell’isola. Oggi a Io donna dice che la crisi è una chance: «Noi islandesi siamo pochi, e quando finiamo contro il muro ci finiamo tutti assieme. Ma siamo molto determinati, e sappiamo riprenderci in fretta. Spero che useremo questo momento durissimo per mostrare a tutti che si può lavorare diversamente ». Fa male la caduta, ma quel volo andava comunque fermato… «L’Islanda» continua Björk «è stata una colonia danese per oltre seicento anni. Dopo l’indipendenza del 1944 siamo cresciuti in fretta e con troppa ingordigia. Ora è il momento di essere umili e di tornare alle cose più autenticamente islandesi». Molto naturali, supertecnologiche.

Come le coltivazioni molecolari di Orf, azienda leader nella produzione di proteine che dalla crisi di questi mesi ha tutto da guadagnare: «Finalmente anche noi potremo assumere i migliori» ci dice il Ceo Björn Orvar. «Negli ultimi cinque anni i ragazzi più promettenti correvano tutti in banca». O come il Suv di Rósa Halldórsdóttir che invece di arrancare come i gemelli di città tra un caffè e una lezione di yoga corre sulle piste innevate che dal porticciolo di Höfn puntano al Vatnajokull, il ghiacciaio più esteso d’Europa. Qui la vita d’Islanda è bella davvero, a ogni curva tocca spalancare la bocca come bambini incantati, e a ogni sosta incontriamo tipi che farebbero felice Björk: pescatori contenti perché il paese ha di nuovo bisogno di loro («il crollo delle banche è la vendetta del pesce» ci dice un omome che ha appena venduto mille tonnellate d’aringhe), contadini che immaginano lussuose spa e alberghi di nicchia dove oggi l’ultima lingua del ghiacciaio incontra la prima sorgente d’acqua termale («ci vogliono due milioni di euro, ma vedrà che li troviamo»). In compagnia del suo Mitsubishi e dei suoi tre cani siberiani, Rósa Halldórsdóttir perlustra il deserto ghiacciato, mette in rete voci di terra e di mare, promuove progetti per il mercato dell’alimentazione e del turismo. Chissà se intendeva questo Björk quando ci ha detto: «Sento che possiamo cambiare. Se ci crediamo tutti ce la facciamo di sicuro».

A cambiare pensa anche Kristin Petursdottir, che a Reykjavik è diventata una star perché guida Audur, uno dei pochi istituti finanziari sopravvissuti al ciclone: «In realtà lavoravo in una delle grandi banche che sono fallite ad ottobre, ma due anni fa mi sono detta che non era per me: come donna non potevo accettare tanta opacità, tanta voglia di bonus e quell’ossessione per i profitti di trimestre in trimestre». Come donna? «Oh, sì. Sono convinta che c’è un modo femminile di stare sul mercato: ai nostri clienti consigliamo di investire in aziende con un futuro, ci siamo sempre tenuti alla larga dai prodotti di pura speculazione». Chissà se intendeva questo Björk dicendo che «quest’emergenza è una notte piena di luci di speranza». Ma intanto sarà notte un bel po’, e bisogna decidere con chi è meglio passarla. La piccola folla che si raduna ogni sabato davanti al Parlamento non ne vuole sapere di tenersi i leader che hanno sfasciato il paese. A guidarli è Hördur Torfason, celebre chansonnier che ha alle spalle trent’anni di scontri per i diritti dei gay d’Islanda. Gli chiediamo se è più dura ora o quando fece il suo clamoroso outing nell’agosto del ‘75. Ci risponde che allora erano una minoranza, oggi sono in piazza per tutti. La folla arriva, ascolta, applaude, si disperde in silenzio nei bar del centro. Lo slogan più gettonato è splendidamente laconico: «Noi protestiamo tutti». Il freddo, l’aria e la neve di Reykjavik sembrano una garanzia che tutti finiranno per rimettersi in piedi

Raffaele Oriani da Io donna





Classifica delle 10 migliori mete turistiche per il 2009

7 11 2008

Ecco la classifica delle migliori 10 località per il 2009 (dalla decima alla prima) contenuta all’interno del libro « Lonely Planet’s Best In Travel 2009 » venduto al prezzo di 24,99 euro.:

10.
Yunnan, regione sud-occidentale della Cina, dove puoi trovare pace, storia, giungla e ricerca interiore;

9.
Isole Svalbard, freddo, ghiaccio, neve e solitudine a pochi passi dal polo; ricordo ancora quando Patrizio Roversi in Turisti per Caso visitando le Svaalbard disse “E’ questo il posto piu’ simile al Paradiso ??”

8.
Sono due i luoghi che si dividono questo gradino del podio: le due isole dell’arcipelago caraibico colombiano San Andres (viva e modaiola) e Providencia (per piccioncini che vogliono dividere le spiaggie con pochi intimi);

7.
Big Island, la grande isola delle Hawaii, meno «fashion» delle sorelle ma più abbordabile (come prezzi) e ricca di fascino (attenzione al vulcano attivo);

6.
Nam Ha, Laos, assenza totale di turismo organizzato, camminate nella giungla e villaggi lontani dal progresso tecnologico;

5.
Linguadoca, la Francia meno conosciuta, ma che sta rubando viaggiatori alla Costa Azzurra e alla Provenza… puoi trovare splendide città (come Nîmes) e meravigliose montagne;

4.
Ko Tao, perla della Thailandia, nuovo «eden» per gli appassionati d’immersioni;

3.
Chiloé, Cile, nuova riserva ecologica, antico e moderno a braccetto e possibilità di dormire in bellissimi agriturismi;

2.
Paesi Baschi, situati tra Francia e Spagna offrono mare, arte (Bilbao con il Guggenheim Museum), moderno, antico, ottimo cibo, feste popolari… cosa vuoi di più?

And the winner is…

1.
Bay of Fires, che trovi in Tasmania è (cito dalla Lonely Planet): sabbia bianca e leggera come borotalco, mare blu, cielo terso e nessuno con cui dover dividere il «paradiso».
Questa baia era il tesoro segreto dei pirati, se vuoi vederla al naturale devi andarci ora, tra un anno sarà la spiaggia di tutti!

Fonte | Viaggio vero





Quiz di Geografia

2 11 2008


Dovremo indicare su alcune mappe le varie località proposte, cercando di avvicinarci il più possibile, nel minor tempo possibile.
Potremo scegliere tra 7 diverse modalità di gioco:

  • Geo Quizz; dovremo indicare sulla mappa le nazioni proposte. Comprende Europa, Africa, Medio oriente, Asia, America Centrale, Sud America e USA.
  • Capitals Quizz; 4 livelli con difficoltà crescente, in cui dovremo indicare le varie capitali mondiali proposte.
  • United States Quizz; simile a Geo Quizz, ma con gli stati americani.
  • Cities Quizz: USA; come Capitals Quizz ma con città USA.
  • Cities Quizz: Europe; come sopra ma con città europee.
  • India States Quiz; come Geo Quizz e United State Quizz, ma con stati indiani.
  • Azeroth Quizz; qui bisognerà indicare la località proposta, su una mappa di World Of Warcraft.

Per ogni quiz, o meglio quizz, sono disponibili le classifiche con i migliori punteggi di sempre, del mese e del giorno.
Fonte | Infoweb.tk




Visitare la citta’ proibita dal proprio pc

17 10 2008

IBM ha rilasciato “The Virtual Forbidden City: Beyond Space & Time” un progetto durato tre anni, che ha ricostruito le meraviglie della città proibita degli antichi imperatori cinesi in un mondo virtuale 3D.

Una volta scaricato e installato il programma, disponibile in versione Windows, Mac OS e Linux, scaricabile da questo indirizzo vi potrete muovere, in un mondo stile Second Life, all’interno dei templi e dei giardini dell’imperatore, potrete interagire con gli altri visitatori anche in attività sportive, ed essere accompagnati nella visita dalle guide disponibili in tutta la città.

Si può visitare liberamente la città, oppure ci si può registrare e si avrà diritto a maggiori informazioni durante l’esplorazione e si potranno utilizzare alcuni degli strumenti disponibili nella barra sempre presente nella schermata del gioco/tour, oltre a far parte della community che si sta creando intorno a questo mondo virtuale.

Una sola importante avvertenza, se non avete un PC con una buona scheda video, linea ADSL veloce e molta RAM, non scaricate il programma, sul mio PC con Windows XP occupava circa 500 MB di RAM e la CPU rimaneva sempre piuttosto impegnata, ma la grafica e l’esperienza virtuale sono piuttosto notevoli.

Potete vedere un video che spiega le fasi del progetto e mostra alcuni scenari della città virtuale.

Fonte | MegaLab





Dalla finestra dell’ufficio…

24 09 2008

 

Vista niente male...

Vista niente male...