Sospetti maoisti nel West Bengal

14 06 2010

di Marco Montemurro per Altrenotizie

Dopo il deragliamento del treno Gyaneshwari Express, avvenuto lo scorso 28 maggio nel West Bengal, la polizia e il governo indiano hanno subito diretto le accuse verso un’unica matrice: i guerriglieri maoisti. I media indiani, e a seguire le principali agenzie mondiali, hanno descritto l’avvenimento come l’ennesimo attacco di una lunga serie e, senza porsi troppe domande, hanno definito la tragedia un atto di terrorismo dei ribelli maoisti.

Tuttavia, dopo oltre due settimane, sulle cause del deragliamento vi sono ancora molti quesiti irrisolti. Non solo l’esatta dinamica non è stata individuata, ma perfino la matrice non è stata identificata con certezza. Centoquarantotto passeggeri sono morti nell’incidente, un elevato numero di vittime che i guerriglieri non hanno mai provocato in precedenza. Inoltre, considerando che non sono stati presi di mira soldati, bensì vagoni di civili, l’ipotesi di un attacco politico appare ulteriormente controversa.

Il Partito Comunista d’India (maoista), in effetti, ha negato una sua responsabilità. D’altro canto, la polizia ha condannato i maoisti, poiché sono stati trovati presso i binari manifesti del Pcapa, ossia il Comitato popolare contro le atrocità della polizia, una forza ritenuta legata ai ribelli. Tale dettaglio però rende lo scenario ancora più complicato. Il portavoce del Pcapa, Ashit Mahato, ha accusato invece il Partito Comunista d’India (marxista), al governo nel West Bengal, di aver ordito un complotto contro la sua organizzazione, come ha riferito Dola Mitra sulla rivista indiana Outlook.

Le reali cause del deragliamento, pertanto, aleggiano ancora nella nebbia, circondate da interrogativi. Tuttavia, benché le indagini siano in corso, una certezza è evidente: il governo di New Delhi è intenzionato a mostrare i maoisti come crudeli terroristi, in modo tale da poter giustificare la repressione militare in corso nelle province contro le forme di lotta.

Per comprendere le accuse in campo, è necessario esaminare il luogo e la modalità dell’incidente. Nella regione i maoisti da anni combattono il governo e, prendere di mira le ferrovie, è una delle pratiche di lotta utilizzate. Nello stesso stato del West Bengal, infatti, il 27 ottobre dello scorso anno, i guerriglieri rossi bloccarono un treno per diverse ore. Azioni di disturbo contro le ferrovie sono state commesse anche in altri stati, ad esempio, lo scorso 20 maggio nel Bihar sono stati incendiati vagoni merci, il 22 aprile 2009 furono sequestrati 250 passeggeri nel Jharkhand e, nello stesso stato, un evento analogo accadde nel marzo 2006.

Gli episodi sopra citati, dunque, sono avvenuti negli stati del West Bengal, Bihar e Jharkhand, vale a dire nelle regioni nord orientali del paese, zone che appartengono a quel che i media indiani definiscono il “corridoio rosso”. I ribelli maoisti sono distribuiti nel subcontinente lungo una sorta di fascia, specialmente ad oriente in Orissa, Chhattisgarh e Andhra Pradesh, vicino al confine con il Nepal nell’Uttar Pradesh, nel centrale Madhya Pradesh, fino alle aree più occidentali del Karnataka e del Maharashtra.

I maoisti indiani, che prendono il nome di naxaliti dal remoto villaggio di Naxalbari dove la ribellione ebbe origine nel 1967, sono radicati in molti stati e la loro determinazione preoccupa il governo di New Delhi. Il primo ministro indiano Manmohan Singh, nell’aprile 2006, vedendo crollare la monarchia del Nepal sotto la pressione dei maoisti, definì i ribelli indiani “la più grave minaccia alla sicurezza del paese”.

Il conflitto tende sempre di più ad acuirsi e infatti, dall’inizio dell’anno, gli attacchi rivendicati dai maoisti sono stati numerosi. Il 15 febbraio a Silda, nel West Bengal, sono stati uccisi 24 paramilitari; il 4 aprile a Koraput, nell’Orissa, è stato fatto esplodere un convoglio con 9 soldati e, in maniera analoga, l’8 maggio, nel Chhattisgarh, sono rimasti vittime 8 militari. Quest’anno poi ha avuto luogo anche l’attacco più cruento finora mai sferrato dai maoisti, avvenuto il 6 aprile nel distretto di Dantewada con l’uccisione di 75 paramilitari.

Tali agguati dimostrano che l’operazione militare “Green Hunt”, avviata dal governo nel novembre 2009, non sconfigge i maoisti; anzi, ha perfino incrementato il livello di scontro. Considerato il gran numero di soldati uccisi negli ultimi mesi, i guerriglieri reagiscono alle forze armate.

Ma cosa rivendicano i maoisti? Per poter rispondere la scrittrice indiana Arundhati Roy ha svolto un viaggio nei villaggi della regione del Dantewada, cuore della guerriglia. Grazie a tale esperienza, lo scorso 29 marzo ha pubblicato sulla rivista Outlook un lungo saggio, “Walking with the comrades”, in cui racconta i volti dei maoisti. Devono difendere le loro terre e considerano il governo un nemico, perché legato alle grandi compagnie interessate solamente alle risorse minerarie. È uno scontro frontale, tra un’India che si esprime in termini di Pil e sviluppo e, al polo opposto, un’altra India che lotta per la sopravvivenza.





Quanto restera’ il Pakistan ai talebani ?

29 04 2009
MASSIMO PARRINI PER IL FOGLIO DEI FOGLI

Otto anni dopo l’invasione dell’Afghanistan i talebani sono tornati sulle terre perdute e stanno insidiando la stabilità del Pakistan, maggiore alleato degli Stati Uniti nella regione. Sergio Romano: «La situazione afgana è pessima. Il presidente Karzai controlla tutt’al più la capitale e tollera, per restare al potere, un regime clientelare che arricchisce una piccola oligarchia e nuoce alla sua credibilità. La legge sul “debito coniugale” (come veniva eufemisticamente chiamato il diritto d’imporre alla moglie il proprio piacere) è un regalo alla comunità sciita ed è soltanto un esempio dei compromessi a cui Karzai deve piegarsi per restare in sella. I talebani, intanto, controllano una buona parte del territorio, si finanziano con il commercio della droga e hanno costituito di fatto una sorta di Stato che comprende le province orientali dell’Afghanistan e quelle occidentali del Pakistan». [1]
Se in Afghanistan non va bene, in Pakistan va peggio. Guido Rampoldi: «In vari pensatoi da qualche tempo si discute se il Pakistan arriverà alla fine del 2009; o se invece collasserà prima, implodendo in un’anarchia generalizzata nella quale vagoleranno Taliban, milizie tribali e una dozzina di bombe atomiche pronte per l’uso». [2] Venerdì il capo degli Stati Maggiori statunitensi, ammiraglio Mike Mullen, si è detto «estremamente preoccupato» perché «ci stiamo certamente avvicinando al punto critico» in cui gli estremisti potrebbero impadronirsi del Paese. Brian Michael Jenkins, esperto di terrorismo: «Il pericolo è che se i radicali prendessero il potere in Pakistan, le forze armate si comporterebbero come quelle iraniane e direbbero semplicemente “Questo è il nuovo governo e noi facciamo parte del nuovo governo”. Di conseguenza, l’arsenale nucleare potrebbe finire nelle mani di un governo più radicale». [3]
Il Pakistan, che prende il nome dalle iniziali dei principali gruppi etnici che lo popolano (Punjab, Afghania, Kashmir, Sindh, Beluchistan), sta perdendo la “a” degli afghani (o più precisamente pashtun). [4] Un nuovo Stato, il “Pashtunistan”, guidato dai talebani del Pakistan sta avanzando, giorno dopo giorno, quasi fino alle porte di Islamabad. Alberto Negri: «I pashtun sono la più grande comunità tribale del mondo, l’etnia che domina i 1.400 chilometri del confine tracciato dal colonnello britannico Durand alla fine dell’Ottocento. Questa frontiera, mai riconosciuta da Kabul, sulle mappe internazionali è ufficiale ma forse sarebbe più giusto definirla una linea immaginaria perché separa tribù e clan affini, saldati da legami di parentela e da una storia comune. “Sono pashtun da 4mila anni, musulmano da 1.400 e pakistano da 50”, diceva Wali Khan, che ereditò dal padre Ghafar Khan la bandiera del nazionalismo locale. Dopo l’11 settembre, gli Usa entrarono in guerra contro l’Afghanistan del Mullah Omar ma anche con il “Pashtunistan”, che vede ancora nei talebani i protettori della loro etnia». [5]




Sapevatelo !

2 12 2008




L’India pacifica

20 10 2008
Venerdì, 3 Ottobre 2008

Vittoria nucleare per l’India

Quale paese del mondo è pronto a spendere 175 miliardi di dollari per costruire nuove centrali nucleari, diventando un protagonista mondiale del “revival” dell’energia atomica? Se questa domanda viene posta a un cittadino europeo o americano, è poco probabile che indovini la risposta giusta. E’ l’India la nazione a cui guardano oggi la General Electric, Westinghouse e gli altri colossi occidentali che fabbricano reattori nucleari. Mentre il resto del mondo aveva gli occhi puntati altrove – sulle crisi bancarie o sulle elezioni americane – l’India è stata al centro di una svolta storica. Ha spezzato 34 anni di isolamento e sanzioni, un vero e proprio “apartheid nucleare” che le impediva di acquistare tecnologia atomica nel resto del mondo. L’embargo scattò in seguito a uno strappo indiano, quando New Delhi decise una fuga in avanti per dotarsi dell’arma nucleare. Nel 1974 e nel 1998 fece dei test condannati dalla comunità internazionale. Rifiutò di aderire al trattato sulla non-proliferazione. Lo rifiuta tuttora, e sostanzialmente la sua posizione non è cambiata dai tempi in cui Indira Gandhi varò il programma dell’atomica. Da allora si sono succeduti governi di diverso colore, maggioranze con dentro i comunisti oppure i nazionalisti indù, ma sulla Bomba la linea è la stessa. L’India si convinse di averne bisogno quando fu sconfitta dalla Cina e le colonne dell’Esercito Popolare di Liberazione comandato da Mao Zedong arrivarono a poca distanza da New Delhi. L’attaccamento all’arsenale nucleare si rafforzò per l’appoggio dell’America al Pakistan, con cui l’India ha combattuto diverse guerre. Per queste ragioni strategiche gli indiani per un terzo di secolo hanno sfidato l’ira delle altre potenze, hanno incassato tutte le sanzioni. Ora di colpo cosa è cambiato? Non il comportamento dell’India, ma il “valore” dell’India. Di fronte all’ascesa della potenza cinese – non solo sul piano economico ma anche militare – gli Stati Uniti si sono convinti ad accantonare ogni principio pur di corteggiare l’India. La speranza degli americani è di poter coinvolgere l’India in un ruolo amico, per contenere l’espansione dell’influenza cinese nel mondo. L’India non ha mai detto che ci sta a giocare questo ruolo. Ma per ingraziarsela gli americani le hanno fatto un regalo eccezionale. Poco prima dell’uscita di scena di George Bush, la sua Amministrazione ha convinto il Congresso a levare l’embargo sulle forniture di tecnologia nucleare civile all’India. La stessa cosa faranno le altre 45 nazioni che avevano aderito alle sanzioni contro New Delhi, comprese la Francia e la Russia che sono anch’esse interessate a entrare nel business della vendita di reattori nucleari. E così di colpo l’India diventa il mercato più desiderato da tutta l’industria atomica mondiale. New Delhi non ha concesso praticamente nulla in cambio: solo un simbolico diritto d’ispezione nelle 14 centrali nucleari già esistenti; ma restano top secret gli otto impianti militari. Il via libera alla costruzione di molte centrali atomiche aggiuntive, insieme con il sacro rispetto per la Bomba, è uno degli aspetti dell’India contemporanea che stupiscono gli occidentali. Si concilia male con la semplificazione stereotipata che descrive il gigante asiatico come un paese impregnato di pacifismo e nonviolenza. Il paradosso è che tra i maggiori difensori dell’arsenale nucleare ci sono proprio gli indù. Lo spiega bene Sunil Khilnani, un giovane intellettuale di New Delhi allevato a Trinity Hall e al King’s College di Cambridge. Acuto studioso della storia del suo paese, Khilnani ha fatto la sua carriera accademica all’estero tra Inghilterra, Stati Uniti e Francia. La sua opera più importante, “The Idea of India” ha ricevuto il plauso del premio Nobel Amartya Sen. Khilnani sfida gli stereotipi che abbiamo sull’India. “Una delle più inquietanti immagini nella storia recente del mio paese – ricorda – è la processione di fedeli indù vestiti di tuniche color zafferano che nel 1998 andarono nel deserto del Rajahstan dove l’India aveva appena compiuto cinque test nucleari: i pellegrini raccoglievano sabbia radioattiva da portare in giro per il paese come una reliquia sacra. Fu una svolta, un cambiamento repentino dell’idea che l’India ha di se stessa. Un paese costruito sul pluralismo religioso e il pacifismo è minacciato da uno sciovinismo religioso che inneggia all’atomica”.

Di Federico Rampini





Come mandare sms a basso costo – FishText.com

24 07 2008
Ecco la homepage

Ecco la homepage

Tempo fa vi avevo segnalato Vyke per mandare sms a costi molto inferiori rispetto a quelli degli operatori italiani, ma recentemente Vyke ha cambiato molte cose e ha raddoppiato il costo degli sms: rimane, a mio avviso, comunque un ottimo servizio (visto che gli sms vengono inviati con il vostro numero di telefono come mittente) che permette di inviare sms a 3€cent verso qualsiasi operatore.

Adesso ho scoperto FishText.com

Servizio analogo, sempre disponibile un client java valido per qualsiasi telefonino voi abbiate, bonus di 30€cent alla registrazione (gratuita), possibilità di inviare sms con il proprio numero come mittente, messaggi gratis tra gli utenti fishtext registrati

A differenza di Vyke, FishText differenzia i costi degli sms a seconda del Paese verso cui li si invia. Per l’Italia il costo è di 3€cent a sms: uguale a vyke…ma…

C’è un’offerta lancio che scade il 1° Agosto: se ricaricate con 20€ (postepay è ben accetta !) vi danno altri 20€ di bonus per cui il prezzo degli sms si dimezza e diventa 1,5€cent a sms..NON MALE !

Diversi prezzi x diverse destinazioni

Diversi prezzi x diverse destinazioni





Schei #2

14 07 2008

Lucilla Incorvati per “Il Sole 24 Ore”

Roman Abramovich

Da pochi anni l’accumulo di ricchezza e quindi la crescita degli High net worth individual (Hnwi, chi ha risorse finanziarie superiori al milione di dollari) e degli Ultra high net worth (Uhnw, i soggetti con risorse superiori a 30 milioni di dollari) è negli emergenti. Secondo una ricerca Merrill Lynch-Capgemini, nel 2007 la Cina è arrivata al quinto posto nella classifica mondiale per numero di individui con patrimoni elevati.

Ancora meglio la Russia, che ha conquistato il quarto posto per crescita degli Hnwi, dopo Indonesia, India e Singapore. Si collocano bene anche alcuni Paesi del Sudamerica (in testa il Brasile) dove, per effetto del rialzo del prezzo delle materie prime, il tasso di ricchezza è in crescita.

«L’aumento della ricchezza apre in questi Paesi enormi prospettive per chi fa private banking», spiega Thomas R. Meier, ceo per Asia, Medio Oriente ed Est Europa di Julius Baer, terza banca svizzera per dimensione (il patrimonio era di 400 miliardi di franchi svizzeri a fine 2007) ma la più importante realtà di pura gestione patrimoniale. Anche secondo Meier il futuro sarà trainato dalle attività negli emergenti, dove è attesa una crescita a doppia cifra.
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Cronache dall’altro mondo…

17 02 2008

Tipi strani...

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Mi cade un mito !

13 02 2008




Meraviglie dell’edilizia futura #2

28 11 2007

Il progetto del Chicago Spire

Il progetto del grattacielo Aqua di Chicago

 

 

La Russia Tower: una volta realizzata sarà l’edificio più alto d’Europa

 

 

Il progetto del Residence Antilia, che sorgerà a Mumbai, in India

 

 

 





Paese che vai, usanze che trovi

25 10 2007

MILANO -Paese che vai, usanza che trovi. Il vecchio adagio non ha mai perso di attualità. E, anzi, in un’epoca come l’attuale, in cui le comunicazioni di massa e la maggiore facilità nel compiere viaggi intercontinentali accorcia drasticamente le distanze, è importante essere preparati e conoscere bene le regole della «global etiquette», le norme di comportamento e di buona educazione che permettano di evitare gaffe o di creare imbarazzi e irritazione nelle popolazioni locali. E per aiutare a districarsi nella giungla di riti e consuetudini worldwide, è ora uscito un libro, «Going Dutch in Beijing», a cura del giornalista e scrittore britannico Mark McCrum. Un ampio vademecum dei suggerimenti, il suo, a cui l’Independent ha dedicato ampio spazio presentando tutta una serie di riti e abitudini che caratterizzano la vita da un capo all’altro del pianeta. Ecco allora un saggio di ciò che è utile sapere per essere sempre in grado di salvare la faccia negli spostamenti da un continente all’altro. AL RISTORANTE – Le regole e i riti legati ai pasti sono molto variegati. In Giappone, ad esempio, prima di un pranzo viene spesso offerta una salviettina calda, chiamata oshibori: usatela solo per le mani, evitando di passarla su volto e collo e, ovviamente, non utilizzatela per soffiarvi il naso. Sempre in Giappone c’è un preciso rituale legato ai chopsticks, le tradizionali bacchette: vanno utilizzate per mangiare fino all’ultimo chicco di riso e solo per il sushi è consentito l’uso delle mani (mentre per la zuppa, è possibile bere il brodo direttamente dalla ciotola, ma solo dopo aver “pescato” con i bastoncini tutte le parti di cibo solido). Alla fine vanno riposte nella loro confezione: in questo modo il cameriere capirà che il pasto è concluso. In Cina e Taiwan i bastoncini possono essere utilizzati anche per rimuovere piccoli pezzi di cibo rimasti incastrati tra i denti: assolutamente vietato, invece, usare le dita. Lecito anche sputare in un lato del piatto, pratica che invece farebbe inorridire in un qualunque ristorante europeo.

I noodles si prestano bene allo «slurping»: un modo per gustarli meglio e per esprimere complimenti allo chef (Reuters)

Altra cosa da non fare dalle nostre parti è produrre rumori sgradevoli durante la masticazione. Nell’est asiatico, invece, lo «slurping» è raccomandato perché, soprattutto nel caso di alcune pietanze, come i noodles, intensifica il sapore ed è inoltre considerato una sorta di complimento allo chef. Così come il rutto a fine pasto, gradito – ma solo se discreto e contenuto – in alcuni Paesi dell’Africa settentrionale e centrale e in Cina.

Ma alla fine chi paga il conto? Dividere la spesa (ovvero fare «alla romana» o, per dirla alla britannica, «going Dutch», fare all’olandese) è considerata buona norma in Scandinavia, Olanda, Australia e Stati Uniti. Nell’Europa meridionale, nel Medio Oriente e in America Latina è invece usuale che qualcuno si proponga di pagare per tutti e nessuno starebbe a sindacare sulla quantità di portate che ogni partecipante al pasto ha consumato pretendendo di calcolare al centesimo quanto ciascuno debba sborsare. In Cina il concetto di ripartire il conto è considerato assolutamente offensivo: chi vi invita al ristorante sa che poi dovrà anche pagare. E’ possibile tentare per tre volte di proporsi di saldare in sua vece (e ogni tentativo fallirà). Ma assolutamente da evitare è l’idea di dare un contributo o di fare «fifty-fifty»: sarebbe un imbarazzo imperdonabile per il vostro ospite. Piuttosto, è possibile ricambiare nel corso di una seconda cena, cosa che al contrario risulterebbe particolarmente apprezzata. Quindi, in sostanza, mai provare a fare all’olandese a Pechino (da cui il titolo del libro, «Going dutch in Beijing»).

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