Alla scoperta dell’Idaho

4 01 2008
Stati Uniti

Idaho privato

DI di Barbara Lanati
Bello e deserto. Set ideale per i film western. Uno Stato che nessuno pensa mai di visitare. Di cui gli americani si ricordano solo in tempo di elezioni. Dweb

Il 30 ottobre 1885 a Hailey, Idaho, nacque Ezra Pound. Il padre Homar, uomo scanzonato e irrequieto, si era trasferito nella cittadina di cui aveva faticato a trovare il nome sulla cartina geografica, come direttore dell’ufficio fondiario e supervisore di alcune miniere di famiglia. Sposatosi con una jeune fille bien rangée di New York, l’aveva portata in Idaho. Qui, undici mesi dopo, era nato Ezra, che nel suo divertente pamphlet autobiografico, Une revue de deux mondes (per il lettore italiano Indiscrezioni, a cura di Caterina Ricciardi), si dilunga sulla storia della famiglia compresa la fuga dei tre, padre, madre e piccolo Gargantua, cioè Ezra, dall’Idaho alla volta di New York e poi di Philadelphia.

Ezra Pound, che sarebbe diventato uno dei maestri della poesia del Ventesimo secolo, tra i ricordi, ovviamente riportatigli poiché aveva due anni quando ritornò alla “civiltà” dell’Est, annota proprio a proposito dell’Idaho: “Terra nuova dove si estrae l’argento dal suolo. C’era pure lo scenario, ce ne era a miglia, miglia di vera proprietà, le cascate Shoshone “più grandi di quelle del Niagara” in larghezza e altezza, ma per qualche ragione trascurate dalla voga”. Ezra Pound ricorda anche la catena montuosa di Saw Teeth e, a proposito di Hailey, un albergo, una strada, quarantasette pub e un giornale locale. Da adulto avrebbe scelto l’Europa e non risulta sia mai più tornato a vedere se e come si fosse trasformato lo Stato in cui era nato.

Poco in voga da sempre, dunque, ma strepitosamente bello e insieme deserto. Ecco l’Idaho, che nessuno pensa mai di visitare. Per gli abitanti, gli Stati Uniti costituiscono una sorta di grande trapezio in cui, in realtà, contano soltanto i due lati estremi: l’Est e l’Ovest. Quello a Nord, troppo impervio, collima con il Canada a sua volta smisurato territorio con pregi e difetti. Esiste la costa orientale raffinata, abitata, disegnata, impreziosita, fin dal Seicento, dai coloni che da Leida-Amsterdam vi emigravano e oggi ingioiellata da città come Boston, Philadelphia, New York, dalle sue preziose università, case editrici, gallerie e musei strepitosi.

Esiste quella occidentale, la costa californiana, lussureggiante e reclamizzata, nell’immaginario collettivo, dalla bellezza di chi la abita, dal cinema, dal gossip a volte improbabile, dalla luminosità delle spiagge e delle piscine private sulla cui superficie blu cobalto si riflettono ville miliardarie e vite eccellenti. Tra i due lati si stende, si direbbe, il vuoto. Si spalanca un regno a noi ignoto, di cui sappiamo ben poco anche perché ben poco, si direbbe, vi accade. Vi regna il silenzio di esistenze rassegnate alla “mediocrità”, alla ripetitività delle strutture degli edifici, delle planimetrie delle città, spesso molto distanti l’una dall’altra. Quasi proprio la distanza fosse la cifra della solitudine – brevemente interrotta dal rintocco annuale delle feste comandate – delle vite vissute in quei paesaggi spogli che si aprono gli uni sugli altri.

Un tempo lo Stato dell’Idaho, come quelli a esso confinanti, Utah e Nevada verso sud, a est Montana e Wyoming, a ovest Oregon e Washington, costituiva il set ideale per romanzi (Roughing It, 1872, di Marc Twain, o The Virginian, 1902, di Owen Wister, che del genere furono le forme archetipiche) e per film western. Era l’Ovest lontano, il Far West lungo le cui impervie piste si muovevano nell’Ottocento dalla costa orientale i pionieri alla ricerca di esistenze migliori. Erano lunghe carovane guidate da apripista a pagamento o da indiani che in quelle lande erano di casa, cui toccava attraversare larghi fiumi, e percorrere varchi impervi di montagna, le tremende Rocky Mountains o gli assolati tratti desertici. Tutti alla volta dell’Eldorado. Alle loro spalle restavano in pochi: coloro che cedevano alla fatica oppure i sopravvissuti o coloro che erano partiti alla conquista di terre da coltivare.

Si chiamava “corsa per la terra”: si occupava uno spazio piantandovi una bandiera, così che quella terra fosse tua, come bene illustra il film di Ron Howard Cuori Ribelli del 1992, o Silverado del 1985 di Lawerence Kasdan, o ancora Balla coi lupi del 1990 di Kevin Costner, il cui protagonista diserta l’esercito e la civiltà perché vuole “vedere la frontiera prima che scompaia”.

Allora non esisteva ancora lo Stato dell’Idaho, esplorato per la prima volta nel 1805, presto diventato un’importante zona di passaggio verso l’Ovest, dichiarato “territorio” nel 1863 e infine vero e proprio Stato, il quarantatreesimo dell’Unione, nel 1890. Eppure, nonostante la sua identità ufficiale, l’Idaho continuava a essere percorso da spostamenti continui, non più di carovane, ma di beni e ricchezza – la scoperta dell’oro e poi dell’argento, gli investimenti, gli scioperi e i crolli economici – e soprattutto da riposizionamenti di confini simbolici al proprio interno: le riserve indiane che venivano istituite e poi smantellate o rimosse in zone diverse, le guerre tra indiani e bianchi che infine, nel 1879 a Big Creek e Loon Creek, portarono i primi alla resa totale. Di nuovo il mito dell’argento e la nascita di piccole comunità quali Bellevue, Hailey e Ketchum. Sono gli anni Ottanta del Diciannovesimo secolo e dall’Est si riparte, una volta ancora per investire capitali e perderli.

Di nuovo il miraggio dell’oro, nuova inutile corsa nel 1884. Una terra variegata, i cui colori registrano il verde intenso delle foreste (quelle che attireranno Ernest Hemingway), il blu cristallino delle cascate, il giallo sbiadito del deserto che scivola nell’azzurro afoso del cielo, anno dopo anno, siccità dopo siccità: l’ultima, che ha toccato ventiquattro contee del Paese, risale al 2001. Fu un disastro nazionale. E poi i fiumi, lo Snake, il Salmon e il Clearwater River, in parte ceduto nel 2005 agli Indiani così che a loro volta cedessero lo Snake River Basin. E le cascate Shoshone che prendono il nome dalla tribù omonima. Gli Indiani sono sparsi ovunque nelle “zone” riservate: gli Shoshone nella zona occidentale, i Bannock in quella meridionale e Nez Perce e Coeur d’Alene verso nord. Ai margini dello Stato, lontano da Boise, la capitale.

E ancora, come non ricordare le Lost River Mountains e Boise, appunto, “la città degli alberi”, nella parte meridionale di uno Stato ricco di bellezze quanto di contraddizioni? Per esempio la nascita, in un contesto notoriamente conservatore come quello dell’Idaho, di gruppi di estrema destra, uno dei quali esplicitamente neonazista, dal nome sinistro The Aryan Nations nel 1980. Si stabilirono a Haiden Lake, ma nel 2001 vennero processati ed espulsi dall’Idaho nello stesso momento in cui a Boise era stato inaugurato un monumento alla memoria dei diritti umani, con tanto di statua in bronzo di Anna Frank e insieme citazioni illustri che sollecitavano libertà ed eguaglianza, tratte non soltanto dal diario di Anna.

L’Idaho vanta nei suoi annali letterari una partenza e un arrivo. Se a partire era stato Ezra Pound, l’arrivo fu invece quello di Ernest Hemingway che non vi era nato, ma che scelse di trascorrervi i suoi ultimi anni. Nel 1930 aveva visitato il parco naturale di Silver Creek, a trenta chilometri di distanza dalla cittadina di Ketchum. Gli piacque e decise di tornarci; vi comperò anche una casa, in cui si trasferì dopo aver lasciato Cuba nel 1959. Amava cacciare al Sun Valley Ranch, come Gary Cooper. Dopo la sua morte, nel 1961, la moglie resterà nella stessa casa isolata fino al 1986 quando, ormai meta di continui pellegrinaggi dei suoi fan, l’abitazione venne acquistata dal demanio ed entrò a far parte del Patrimonio Forestale. Così, si ha la sensazione che in qualche modo Pound abbia aperto la storia dell’Idaho nel Novecento e Hemingway, dotato di un carisma mediatico capace di trasformare un panorama aspro e riservato in un luogo di pellegrinaggio culturale, ne abbia segnato un punto di chiusura. O di svolta. E forse, il fatto che oggi lungo i pendii nevosi del Sun Valley Resort vadano regolarmente a sciare Bruce Willis e Arnold Schwarzenegger non è del tutto irrilevante.


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