La sconfitta della politica politicante

4 01 2008

 VITTORIO ZUCCONI per La Repubblica


CI SONO due ovvi e sensazionali vincitori, in questa prima giornata della lunga stagione elettorale americana, il democratico Barak Hussein Obama e il repubblicano Mike Huckabee. E se entrambi rappresentano la voglia di nuovo e di meglio in una nazione soffocata dai sette anni della burbanzosa inettitudine bushista, è soprattuto una sconfitta sonora quella che fa la notizia. La sconfitta della politica “politicante”, la punizione inflitta dai cittadini dello Iowa a tutti coloro che credono di possedere, per ricchezza, per famiglia, per nome, per superbia, una sorta di diritto permanente a governare.

La batosta subita dalla socia della ditta “Clinton & Clinton”, la Hillary che ancora pochi mesi or sono era considerata come la inevitabile erede del titolo appartenuto al marito, e, sull’altro fronte, dall’ex governatore del Massachussets, Mitt Romney, milionario costruito con tutta la spontaneità e la sincerità di quei robot “animatronic” che a Disneyland interpretano i presidenti passati, è la punizione dell’arroganza degli apparati e dei soldi. Il rifiuto popolare e populista di quel senso di “entitlement”, di diritto naturale, che questi due apparenti candidati di testa incarnavano.

Naturalmente è del tutto prematuro entusiasmarsi o preoccuparsi per i successi di due personaggi del tutto nuovi, il predicatore evangelico del sud dal nome impossibile, Huckabee, o il figlio di un kenyota che porta addirittura come secondo nome quello appartenuto al “demonio”, Barack Hussein Obama.

Sarebbe certamente un evento rivoluzionario se un uomo di pelle scura, cresciuto in Indonesia, educato da bambino in scuole dove si insegnava, insieme con altri testi religiosi, anche il Corano, 40 anni dopo l’assassinio di Martin Luther King, arrivasse anche soltanto alla candidatura per il partito democratica. Ed è già un fatto storico che lui abbia vinto almeno una tappa elettorale, in Iowa, cosa che mai nessuna persona di colore aveva fatto in 230 anni Stati Uniti. Obama è il segno più incoraggiante che, dopo la dolorosa esperienza del dopo 9/11 l’America è pronta a riconciliarsi con il mondo e il mondo a riconciliarsi con essa, attraverso un uomo che è quello che Bush non poteva essere, un figlio del mondo.


Ma se l’entusiasmo, l’elettricità, la gioia che lo circondano sono palpabili, l’esperienza insegna che soltanto una volta chi vinse in Iowa arrivò fino alla Casa Bianca e la strada è lunga.

Palese, invece, è il rifiuto dell’establishment, il disgusto che dai campi gelidi del Midwest si è alzato verso la banda dei “soliti noti”, di quei potenti di professione, delle “solte facce: che si presentano alle urne per timbrare il cartellino, come se il potere fosse loro dovuto per parentela, affinità, matrimonio o danaro.

Può darsi che Hillary, respinta seccamente proprio da un elettorato femminile che non si fa incantare dal richiamo sottinteso alla “sorellanza”, rigettata in massa dai giovani, maschi e femmine, sotto i trent’anni, faccia valere la potenza della ditta “Clitnon & Clinton”, la prossima settimana e che i soldi del mormone Romney pesino più della antipatia che la sua artificiosità, e la sua falsità di prodotto dei sondaggi e dei “focus group” (come la Hillary) hanno suscitato. Ma almeno per un giorno 300 mila semplici cittadini hanno detto quello che i cittadini di molti altri stati, e di altre nazioni, vorebbero gridare insieme con loro. Che in una democrazia autentica, nessuno ha il diritto di posare per sempre il cappello sulla poltrona del potere e di proclamare “occupato”.

(4 gennaio 2008)


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