Osama Bin Laden è morto

15 01 2008

Giulietto Chiesa per “La Stampa”

Osama Bin Laden

Ieri sera ricevo una mail da un amico: «Hai visto? Osama bin Laden è stato ucciso». C’è un link. Vado a vedere. È Benazir Bhutto che parla, intervistata da Al Jazeera in lingua inglese. Dice, testualmente, tra molte altre cose, che Omar Sheikh è «l’uomo che ha ucciso Osama bin Laden». Riguardo, straluno. Controllo una seconda volta. Inequivocabile.

Un lapsus? Non sembra: Benazir parla con assoluta calma e indica nomi con perfetta precisione. Controllo la data. È il 2 novembre 2007, due mesi e dodici giorni fa. L’intervistatore, David Frost, è giornalista esperto. Ma assorbe la notizia come se non l’avesse sentita. Non chiede nemmeno «quando?». Passa oltre. Sbalorditivo. Guardo il contatore delle persone che, nel frattempo, sono andate a vedere quel filmato: in quel momento sono 292.364. Altre decine di siti web stanno commentando quello che vedo io su You Tube.

Ma anche Wikipedia ne è pieno. Decine di migliaia di persone ne discutono. Ma non un solo giornale ha ripreso la notizia. Da due mesi. Non un solo telegiornale l’ha fatta vedere. Da oltre due mesi. Nemmeno Al Jazeera, stavolta molto distratta. Non un solo governo commenta. Nemmeno la Cia, nemmeno l’Fbi. Neppure per smentire.

Benazir Bhutto

Un silenzio assordante come pochi. Eppure Osama aveva sulla sua testa una taglia americana da 25 milioni di dollari, dead or alive, vivo o morto. Come minimo dovrebbero accertare se devono erogarla a Omar Sheikh, quello stesso che, per inciso, consegnò a Mohammed Atta, secondo l’inchiesta ufficiale, 100 mila dollari qualche giorno prima dell’11 settembre, e che era a Washington, quel giorno fatale, guarda caso. Poi Benazir è stata ammazzata, al secondo tentativo.

E non ci potrà più dire nulla delle sue fonti d’informazione. Nessuno di coloro che l’hanno pianta, o commemorata, ha ricordato la sua rivelazione del 2 novembre. Nemmeno l’illustre “Economist” – che ha dedicato al Pakistan la copertina del penultimo suo numero, con il titolo «Il paese più pericoloso del mondo» – si è accorto di quelle parole di Benazir. Tutti molto distratti.

Resta solo da chiedere al presidente Musharraf – non senza avergli augurato lunga vita – di fornirci qualche ulteriore informazione sul signor Omar Sheikh, che lavorava allora per i suoi servizi segreti. Qualcosa deve saperne, almeno lui, visto che nel suo libro del 2006 («In the line of fire: a memoir», Free Press) affermava di sospettare che avesse lavorato, negli anni ‘90, per il servizio segreto di Sua Maestà britannica, il famoso Mi 6.


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