La strada cinese

17 01 2008

Li DatongLe pressioni internazionali per le riforme politiche sono essenziali per lo sviluppo della Cina

Internazionale 723, 13 dicembre 2007

Qualche giorno fa sono stato invitato a cena da un diplomatico occidentale. Parlando della Cina, il mio ospite ha sollevato un problema interessante: “Penso che le critiche dei mezzi d’informazione occidentali alla Cina siano spesso eccessive.

La giudicano in base ai valori occidentali. E se la Cina riuscisse a trovare una nuova via alla modernizzazione e allo sviluppo diversa da quella seguita dall’occidente?”. In termini economici, a me sembra che la Cina abbia già rinunciato all’economia pianificata in favore del mercato.

Quindi ho interpretato quella domanda così: nel suo sviluppo politico la Cina può imboccare una strada diversa dalla democrazia occidentale?

Gli studiosi di tutto il mondo discutono il problema dello sviluppo della Cina fin dalla metà dell’ottocento. In base al modello stimolo-risposta, la tesi prevalente è che la Cina non ha mai avuto stimoli interni sufficienti per favorire il cambiamento, e quindi tutte le trasformazioni della sua storia recente sono state una reazione a incursioni economiche, culturali e militari esterne.

Ma negli ultimi tempi alcuni hanno cominciato a sostenere che, anche senza stimoli esterni, prima o poi la Cina avrebbe cominciato a modernizzarsi. Mi rendo conto che tutte queste teorie accademiche hanno una loro logica, ma non credo che la Cina riuscirà mai a trovare un modello di sviluppo squisitamente “orientale”.

In duemila anni, quali progressi ha fatto la Cina da sola? Praticamente nessuno. Per usare le parole di Hegel, la Cina “non ha avuto una storia”, ha avuto solo una ciclica ascesa e caduta di monarchi, da cui non può nascere nessun progresso. Nella storia recente, il primo caso di qualcuno che sia andato a studiare la Cina per conto del proprio paese è stato quello di lord Macartney, nel 1793.

Macartney andò in Cina quando la dinastia Qing era al massimo della sua potenza, durante il regno dell’imperatore Qianlong. La sua missione fu un fallimento a causa dell’arroganza di Qianlong, ma Macartney tornò con molte informazioni dettagliate sul grande paese orientale. Secondo lui, l’impero Qing era un gigante dai “piedi di argilla”: da quando i manciù avevano conquistato la Cina, non solo non c’era stato nessun progresso, ma la società era regredita.

A suo parere, i rapporti sociali dei cinesi erano fondati su uno sciocco “formalismo” che rendeva le persone “vigliacche e crudeli”.

Circa due secoli dopo, lo storico francese Alain Peyrefitte avrebbe scritto: “Tra l’agosto e il settembre del 1960 partii da Hong Kong per il mio primo viaggio esplorativo in Cina. Rimasi sconvolto da quanto quella società somigliasse alla descrizione che ne aveva fatto Macartney”.

Immobilismo e regressione sono le caratteristiche peculiari della Cina autocratica. Dalla caduta dell’impero, i suoi leader – Sun Yat-sen, Yuan Shikai, Chiang Kai-shek e Mao Tse-tung – sono stati degni successori degli imperatori. E rappresentano tutti la tradizionale mancanza di stimoli interni cinese.

Gli studiosi cinesi vedono nelle riforme degli ultimi trent’anni motivazioni simili a quelle dell’ultimo periodo della dinastia Qing. Osservano che in entrambi i casi la Cina si è trovata in una situazione in cui, se le riforme fossero fallite, avrebbe perduto terreno rispetto all’occidente e il paese avrebbe rischiato di perdere la sua sicurezza e il suo status di grande potenza.

Le manifestazioni di piazza Tiananmen del 1976 dimostrarono che la gente era abbastanza arrabbiata da sfidare il potere assoluto di Mao Tse-tung. Le riforme nacquero dalla paura del governo di perdere il controllo. La base di quelle riforme – “l’accettazione della scienza e della tecnologia dell’occidente e il rifiuto del suo sistema politico” – era una versione moderna delle scelte dei Qing: le riforme miravano a consolidare il potere e non a migliorare la vita della popolazione.

Questa è la vera essenza della tradizione politica cinese. L’ingresso nell’economia di mercato ha soddisfatto il desiderio represso di benessere dei cinesi. Oggi la Cina è più potente che mai. Ma la ricchezza crescente si sta concentrando nelle mani di pochi, e questo provoca dei problemi sociali. Le proteste sono sempre più frequenti e il governo ricorre sempre più spesso alla forza per soffocare il risentimento della società.

In duemila anni di tradizione politica cinese, non c’è mai stato un sovrano illuminato che sia stato capace di proporre politiche in grado di garantire un regno lungo e pacifico. Il popolo ha reagito con violenza alla violenza dei suoi governanti e le dinastie sono sempre cadute, per essere sostituite da altre molto simili.

Non credo esistano stimoli interni per far uscire la Cina da questo circolo vizioso. Oggi la Cina è ormai integrata nell’economia globale. Ma nel paese qualsiasi cambiamento è ancora il risultato delle pressioni internazionali. Se queste dovessero diminuire, la Cina tornerebbe alle sue “tradizioni” e rimarrebbe con il tipo peggiore di economia di mercato, il capitalismo selvaggio.

Quindi, le pressioni internazionali a favore delle riforme politiche sono essenziali per lo sviluppo della Cina. Senza di esse, i suoi governanti (imperatori o funzionari di partito che siano) ricadrebbero nella confortante sicurezza del potere illimitato.


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