Paradisi fiscali

4 03 2008

Ettore Livini per “la Repubblica”

Il tesoretto italiano nei forzieri dei paradisi fiscali ammonta secondo le stime più attendibili a circa 500 miliardi di euro. Una cifra pari al 40% del debito pubblico nazionale, più del doppio del Pil svizzero, il quadruplo di quello di Hong Kong. Ma come ha fatto questo fiume di denaro a fuggire dal Belpaese? Il silenzio, in questo mondo, è più che mai d´oro. Ma grazie a tre diversi incontri con altrettanti banchieri attivi nel campo – coperti da un rigoroso anonimato – abbiamo provato a ricostruire le mille strade e i tanti rivoli di questo immenso (e ininterrotto) esodo di capitali.

CONTATTO ED ESPATRIO. Chi si muove per primo importa poco. Spesso è il cliente. Ma ormai le grandi banche internazionali fanno anche da sé, con un porta a porta discreto mirato sulle categorie più “sensibili”: imprenditori, commercianti e liberi professionisti in prima fila. La legge, in teoria, è chiara. Chi porta all´estero più di 12.500 euro deve segnalare nel quadro Rw della dichiarazione dei redditi tutti i suoi beni oltrefrontiera. Ma è tutt´altro che un ostacolo insormontabile. «Quando un cliente arriva nei nostri salotti – spiega una delle tre fonti – è convinto di imbarcarsi in una sorta di spy-story ad alto tasso di rischio e di brividi». L´iter al contrario è asettico, quasi banale. «Lui deve solo metterci a disposizione la liquidità da trasferire – racconta il banchiere – al resto pensiamo noi».

L´organizzazione è oliata a puntino da una pratica lunga quattro decenni. E viaggia su tanti percorsi paralleli. Se il denaro è “pulito” e deve solo espatriare senza dare nell´occhio il lavoro è semplice. Basta spostarlo sotto mentite spoglie. Chi dispone di società all´estero, ad esempio, realizza un acquisto fittizio oltrefrontiera, oppure ne sovradimensiona uno reale. A chi è meno organizzato pensa la banca: «Si aprono operazioni finanziarie, derivati o equity swap, che generano una forte perdita in Italia e un guadagno offshore». Il segno più e quello meno però fanno capo alla stessa persona. Che sposta così i suoi sudati risparmi fuori dal radar dell´erario.

Se il denaro è frutto di “nero” (e quindi non depositabile in un conto italiano per non squadernarlo sotto il naso del fisco) c´è un problema più serio: va trasportato oltrefrontiera. Come? Come si faceva una volta. Con gli spalloni. «L´unica differenza è che i soldi non passano più il confine sui sentieri di montagna, nelle bricolle dei contrabbandieri, ma in classiche valigette a bordo di macchine o camion». Guidati da “padroncini” «che nel giro conosciamo tutti».

Il prezzo di queste operazioni è sempre più abbordabile. «Una volta si pagava una commissione, la tariffa dell´intermediario o dello spallone, quello che rischia di più curando il passaggio del confine». Ma oggi siamo in clima di saldi. «Il trasporto, fisico o meno, lo offriamo noi – spiegano gli esperti –. Paghiamo volentieri pur di conquistare la gestione di questi soldi…».

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DESTINAZIONI E VANTAGGI. La Svizzera resta il paese più appetito dagli esportatori di capitali tricolori. Nel caso dello scudo fiscale – quello che ha rimpatriato quasi 80 miliardi dai paradisi fiscali nel 2001-2003 – più del 40% di questo gruzzolo è arrivato dalla Confederazione mentre solo l´1%, per dare un´idea, è riapparso dal Liechtenstein. «I motivi sono chiari – concordano i banchieri –. Il primo è geografico. La Svizzera è dietro l´angolo. Poi c´è l´appeal del segreto bancario». Nel senso che a Berna e dintorni i soldi perdono l´identità.

«La banca conosce il nome del titolare dei conti – spiegano –. Chiediamo i dati anagrafici perchè aderiamo alle normative Gafi antiriciclaggio. Ma poi li teniamo rigorosamente per noi». Certo, esistono le rogatorie internazionali per alcuni reati, come si è visto da Tangentopoli ai furbetti. Ma per problemi di evasione fiscale (in Svizzera come in tutti i paradisi) le autorità non “dialogano” con stati esteri. «Capirà, è uno dei segreti del nostro successo…».

E chi vuole proprio sparire del tutto? «Allora consigliamo Singapore o Panama, dove i conti sono cifrati al 100%». In queste oasi offshore si può arrivare direttamente. Ma molti transitano prima a Berna con una triangolazione che cancella il fastidioso cruccio dell´euroritenuta, quella tassazione al 15% degli interessi obbligazionari (ma solo quelli…) accettata da Berna, Montecarlo, Lussemburgo e Liechtenstein in cambio dell´ok Ue al segreto bancario. «Nei paradisi più esotici l´unica traccia è il recapito dell´interlocutore, spesso un anonimo indirizzo “civetta” sul taccuino dell´intermediario».

IL CAMBIO DI RESIDENZA. Se non si vuole esportare il capitale, l´altra soluzione per schermare patrimoni è quella di esportare il contribuente. Cambiando residenza. L´hanno fatto, senza troppa fortuna, Valentino Rossi, Ornella Muti e Giancarlo Fisichella. Colti dal fisco con le mani nel sacco. Ma oltre a loro, con risultati per ora migliori, l´hanno fatto migliaia di altri italiani. Trasferendosi soprattutto in Svizzera (dove i Paperoni forfettizzano ad personam le tasse con i Cantoni) o a Montecarlo, dove i redditi di persone fisiche sono esentasse. La pratica, spiega un nostro interlocutore, è semplice. «Si va in Comune e ci si cancella dall´anagrafe della popolazione residente per trasferirsi quella degli italiani residenti all´estero». Poi si va al nuovo domicilio (spesso è richiesto in loco l´acquisto di un´abitazione) e si comunica in ambasciata con il nuovo contratto.

I rischi? Se si risiede davvero in loco, non c´è problema. Se, come accade spesso, si vive in realtà in Italia, le cose si complicano. L´agenzia delle Entrate, in questo campo, ha più margini di manovra. Con i paesi più aperti allo scambio di informazioni – come la Gran Bretagna nel caso di Rossi – parte l´accertamento con l´onere a carico del fisco di dimostrare la residenza reale del contribuente. Per Svizzera, Montecarlo e le nazioni nella “black list” fiscale (tutti i paesi offshore) l´onere si ribalta. Le Finanze avviano l´accertamento e poi tocca all´espatriato provare di risiedere davvero oltrefrontiera. Un indirizzo non basta. Bisogna dimostrare che lì vivono i familiari, vanno a scuola i figli, lì si va dal barbiere e si butta ogni giorno la pattumiera. Altrimenti, com´è successo a tanti – da Tomba alla Loren fino a Pavarotti – il braccio di ferro (ogni tanto accade persino questo) lo vince il fisco.

Dagospia 03 Marzo 2008


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One response

8 03 2008
Jessica

Ciao,
ti cito un articolo dove si parla in maniera non tanto lusinghiera di questi “paradisi fiscali”:

http://www.settimopotere.com/index.php?option=com_content&task=view&id=168&Itemid=32

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