Il comunismo in ginocchio

3 06 2008

<B>Cina, rabbia dopo il terremoto<br>i boss del regime in ginocchio</B>

Un capo comunista in ginocchio davanti a parenti
dei bambini morti nel crollo di una scuola

PECHINO – L’uomo di mezza età è prostrato in ginocchio, fa una smorfia di tensione e di paura. Jiang Guohua è il boss del partito comunista a Mianzhu, una delle cittadine devastate dal terremoto nel Sichuan. Due mamme gli urlano in faccia la loro rabbia. Mostrano le fotografie dei loro figli uccisi sotto le macerie di una scuola, crollata alla prima scossa il 12 maggio.

E’ una delle sei scuole schiantate in un attimo dal sisma. Costruzioni fragilissime, sotto accusa per non aver rispettato le regole antisismiche. Il boss della nomenklatura implora di interrompere la protesta. Si sottomette simbolicamente. Di fatto chiede perdono. Nell’imbarazzo estremo riscopre un antico gesto orientale di contrizione, trova nella tradizione ancestrale il gesto del rispetto per quel dolore.

La scena fissata nella foto avviene dopo i funerali. Descrive una situazione senza precedenti, un segnale di grave difficoltà per il regime cinese. Fino a poche settimane fa il capo del partito di Mianzhu non avrebbe degnato di attenzione quelle donne del popolo. Sarebbe sfilato a gran velocità in mezzo a loro su un’auto nera di servizio. In caso di protesta avrebbe scatenato contro la folla i reparti della polizia antisommossa. Ma ora l’autorità vacilla di fronte ai contraccolpi politici del terremoto. Quel gerarca in ginocchio è l’immagine di un’umiliazione inaudita.

Il partito comunista che governa la nazione più grande del mondo sente che sta rischiando molto. Nelle zone del sisma, al centro di una visibilità insolita nei mass media cinesi, il regime è sotto processo. Sono diecimila i bambini morti, almeno duemila massacrati sotto le rovine delle scuole. Da diversi giorni ogni funerale di massa si trasforma in una manifestazione di protesta. I genitori sfilano in corteo agitando le foto delle vittime. Gridano “tofu! tofu!”. E’ il modo per dire che quegli edifici erano di cartapesta (il tofu è una gelatina di soya), troppo fragili, illegali.


Al funerale di sua figlia, una quindicenne uccisa mentre era nella classe di biologia, il minatore Liu Lifu ha afferrato un megafono e ha gridato: “Abbiamo il diritto di esigere che il governo punisca gli assassini, tutti i responsabili del crollo delle scuole. Per favore firmate la petizione per chiedere la verità”.

Quella verità nel Sichuan, e anche nel resto della Cina, tutti la conoscono. Una complicità criminale lega i palazzinari ai politici corrotti. Le leggi sono state ignorate, chi doveva vigilare ha chiuso un occhio in cambio di favori. A fianco alle scuole che sono cumuli di detriti, altri edifici hanno retto allo choc: palazzi governativi, alberghi, anche alcuni licei di élite per i figli dei ricchi, sono stati costruiti con materiali più solidi. La strage dei bambini rivela il volto feroce della corruzione, il prezzo di sangue pagato dal popolo cinese per l’autoritarismo che non ammette contestazioni.

A Pechino hanno avvertito subito il pericolo. Non a caso la risposta al cataclisma è stata eccezionale: il premier Wen Jiabao era già nell’epicentro due ore dopo la scossa del 12 maggio, per coordinare personalmente le squadre dei soccorsi. Gli aiuti internazionali sono stati accolti senza esitazione. I mass media di Stato hanno avuto la possibilità di informare con una trasparenza insolita. All’inizio la mobilitazione delle autorità è sembrata efficace. Nei commenti sui siti Internet il premier Wen è stato paragonato al sindaco di New York Rudolph Giuliani l’11 settembre.

Ma il tempo passa, il bilancio delle vittime continua a crescere (è ormai a quota 80.000), le scosse di assestamento esasperano la tensione, i laghi tracimano. Cinque milioni di terremotati senza case sono un esercito di reclute potenziali per la protesta. Lo spettro di Cernobyl – la tragedia nucleare che nel 1986 mise a nudo l’inefficienza dell’Unione sovietica – è il nuovo incubo dei leader cinesi.


(29 maggio 2008)


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