Non ci vuole un genio per bocciare la 3+2

13 06 2008

I «figli della riforma» sono cresciuti, e tirano le somme sul passato. Più giovani, più numerosi, più esperti in stage e tirocini. Ma anche molto meno convinti del valore di quel pezzo di carta, guadagnato a suon di crediti e tesine. A quasi sette anni dalla riforma universitaria — datata 1999, ma entrata in vigore nel 2001 —, il coro di critiche è (quasi) unanime: il 3+2, così com’è, non funziona. Per i ragazzi, che vivono il triennio «base» come un prolungamento delle superiori; per i docenti, che spesso considerano i laureati di I˚ livello come «dottori di serie B»; per il mondo del lavoro, che sembra non apprezzare i nuovi titoli di studio. Il modello, quindi, va corretto, se non addirittura abrogato. Per ripartire non da zero, ma da 4, 5 o 6: gli anni della laurea, secondo il vecchio ordinamento.

Più dottori, ma di «lungo corso»
È dal X Profilo targato AlmaLaurea — il consorzio creato nel 1994 dall’Osservatorio statistico dell’Alma Mater bolognese — che emerge il primo confronto tra i laureati pre e post riforma; e i risultati del «terremoto » di 7 anni fa, sostiene il direttore Andrea Cammelli, iniziano ad assumere contorni definiti. I numeri, innanzitutto: ci si laurea prima (dai 28 anni pre riforma ai 27 dei dottori usciti complessivamente nel 2007), si resta di più in corso. E soprattutto, aumenta il totale dei laureati. «La triennale — conferma il chimico Guido Scutari, prorettore per la condizione studentesca a Padova — ha portato a un aumento sensibile del numero di iscritti che provengono da ambienti di livello culturale o economico non elevato». Cresce il «capitale umano disponibile per il Paese», come lo definisce Cammelli, e crescono anche le esperienze di stage e tirocinio: ferme al 17,9% per i «ragazzi del 2001», schizzate a quota 50,8% per i «figli della riforma». Tutto bene, dunque? Certo. Non fosse per il calo della partecipazione ai programmi Erasmus, sacrificati a un calendario troppo fitto di corsi e scadenze. E, soprattutto, per quell’80,5% di laureati triennali (il 42,9% dopo la specialistica) che si dichiarano fermamente intenzionati a proseguire gli studi. Laureati «non più “fuori corso”, ma di “lungo corso”», scrive AlmaLaurea; «Lauree brevi e molto inutili», titolava l’Espresso un paio di settimane fa. Perché il rovescio della medaglia, che rischia di prevalere sui benefici, è la svalutazione di quel pezzo di carta conseguito dopo 3 anni di esami dalla «taglia» ridotta e a distanza ravvicinata. Una didattica che favorisce un’interpretazione riduttiva, in primis da parte dei ragazzi: «Il sistema di studio, molto compresso tra lezioni e verifiche — chiosa Scutari —, non fa percepire lo stacco con le scuole superiori». Cammelli è ancora più severo: «Temo che la specialistica abbia acquisito una preponderanza qualitativa anche nella testa dei professori. Il triennio andava curato con puntualità, fornendo una preparazione di base solida, ma anche i primi elementi di comprensione del mondo esterno. Invece, buona parte della classe docente si è ben guardata dal mettere in atto questa piccola rivoluzione culturale». «La laurea breve esiste in tutti i Paesi, l’Italia doveva uniformarsi», scrive il semiologo Umberto Eco; il problema «non è la brevità della laurea, bensì l’intensità della frequenza». Il motivo della crisi: «un’interpretazione restrittiva e fiscale dei “crediti”». Cammelli ridimensiona, «il 3+2 non è fallito, ma a rischio. I docenti, l’opinione pubblica, il mercato del lavoro in difficoltà: tutti hanno concorso alla svalutazione del titolo di I˚ livello. La sensazione è che il “parcheggio” degli anni ’60, quando si diceva che si andava all’università perché non c’era lavoro, si sia trasformata in una specie di autosilo a due piani».

Inversione di tendenza
La riforma è entrata a regime, ma il mondo universitario non ha mai smesso di discuterne. Anzi, «proprio partendo dall’esperienza e dagli errori commessi — interviene Andrea Lenzi, docente di Endocrinologia alla Sapienza di Roma — è stata applicata la 270/2004, una “riforma della riforma”». Meno corsi, ma dal contenuto più definito; un taglio netto alla proliferazione degli esami; più docenti di ruolo. L’esito del decreto, Lenzi lo sta toccando con mano, nel suo ruolo di direttore del Cun (Consiglio universitario nazionale): «Ci sono arrivati 1.840 ordinamenti didattici modificati». Un terzo delle facoltà, insomma, ha deciso di ricalibrarsi. «In alcuni ambiti il 3+2 ha funzionato benissimo — prosegue Lenzi —, in altri si è replicato al mercato con un eccesso di fantasia, creando figure troppo variegate, per cui non c’era capacità di assorbimento». Ora, invece, «stiamo assistendo a un cambiamento di rotta. Ci arrivano decine di domande per lauree in inglese, ad esempio, o per lauree interclasse, a cavallo tra ingegneria e giurisprudenza, agronomia ed economia… Figure ibride, che vanno incontro al mercato». Se Lenzi si definisce «cautamente ottimista», altri continuano a osservare il tutto con preoccupazione. «Nonostante la mia tendenza autolimitativa — esordisce ironicamente Luciano Canfora, filologo classico — mi potrei (senza orgoglio) attribuire il rango di oppositore da sempre di questa follia». Ricorda, lo studioso barese, l’appello stilato con Angelo Panebianco sul Corriere «e firmato da migliaia di colleghi, in cui chiedevamo che non entrasse in vigore quella mostruosità ». Il motivo è la «follia duplice» intorno a cui ruoterebbe l’università del 3+2: «Da un lato si creano 3 anni che non servono a nulla, veloci e in pillole, con programmini che non debbono debordare un certo numero di pagine e una tesina finale senza secondo relatore; poi, con un termine ridicolo e pomposo, si va alla specialistica, con un’altra corsa a perdifiato, un sacco di esami e una tesi che deve per forza nascere negli ultimi mesi del biennio…». Per Canfora, non c’è abbassamento di età che tenga: «Il presupposto, volgarmente sbagliato, dei ministri di allora fu che fosse un crimine avere dei fuori corso. Ma l’università non produce barattoli di carne in scatola, un tot all’anno, bensì studiosi: un processo che richiede tutto il tempo necessario». Benvenuta, dunque, un’eventuale abolizione del sistema dei crediti; ma Canfora non ha paura di spingersi ancora più in là, fino all’abolizione tout court del 3+2. Che «come è stato instaurato si può “destaurare”, perché no? Quando è partito il nuovo sistema, in parallelo c’era il vecchio, “in esaurimento”. Ora potrebbe avvenire lo stesso, in senso inverso». Da viale Trastevere fanno sapere che il ministro Mariastella Gelmini è «in attesa». Perché «il settore è sensibile, e prima di intervenire andrà analizzata la risposta del mercato». Quella che, fino ad oggi, sembra non esserci stata.

Gabriela Jacomella per La Repubblica
09 giugno 2008


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