La Mecca SpA

24 06 2008

Enrico Franceschini per “la Repubblica”

Fino ad oggi le uniche torri che svettavano tra le sue cupole erano quelle dei minareti dai quali si alza, cinque volte al giorno, la preghiera ad Allah. Ma un grandioso investimento immobiliare sta per riempire di ben centotrenta nuovi grattacieli l’orizzonte della Mecca, la città più santa dell’Islam, meta dello haji, il pellegrinaggio che milioni di musulmani compiono ogni anno da tutto il mondo.

Le autorità dell’Arabia Saudita hanno annunciato infatti questa settimana un piano per fare un colossale “facelift” alla Mecca, spianando case popolari e perfino intere colline per fare posto ad alberghi, appartamenti, shopping centre, negozi, ristoranti. L’ordine viene da re Abdullah in persona, che intende trasformare la città per metterla meglio in grado di ospitare moltitudini di fedeli.

E l’eco dell’iniziativa giunge fino alla City di Londra, dove grandi banche islamiche, come la Saudi British Bank, uno dei maggiori fornitori di credito della casa reale saudita, calcola che nei prossimi quattro anni verranno spesi 15 miliardi di sterline, pari a circa 20 miliardi di euro, per finanziare il progetto.

L’intento è di rendere più confortevole, più agevole e anche più moderna la “capitale” mondiale dell’Islam, con un occhio agli affari, visto che il pellegrinaggio è una garanzia sicura di almeno quattro milioni di visitatori nei giorni dello haji e di milioni di altri durante il resto dell’anno, e un occhio alla sicurezza, poiché il sovraffollamento e un sistema di viabilità inadeguato, insieme all’eccitazione per la vicinanza con i luoghi santi, sono stati spesso causa di tragici incidenti in passato, con centinaia di vittime stritolate o soffocate nella calca.

Ma l’idea non piace a tutti. “Questa è la Manhattanizzazione della Mecca“, protesta da Londra Irfan al Alawi, fondatore ed ex direttore esecutivo della Islamic Heritage Research Foundation, una fondazione che si batte per conservare le tradizioni e le bellezze monumentali del mondo islamico. “I sauditi dicono che vogliono costruire grattacieli, ma la preoccupazione è che, nel demolire colline e spianare montagne, essi distruggeranno luoghi di grande valore e interesse culturale”.

Parole che lasciano intravedere un timore non solo urbanistico o architettonico: l’ipotesi di una commercializzazione della città santa, un passo nella direzione non solo di un’americanizzazione incarnata dal modello della lontana Manhattan, ma degli assai più vicini Emirati Arabi, dove Dubai e Abu Dhabi fanno ormai a gara nel progettare grattacieli sempre più alti, centri commerciali più avveniristici e strutture turistiche.

Il maggiore cambiamento previsto sarà nell’area circostante la Grande Moschea, che può contenere almeno 100 mila pellegrini durante i periodi di preghiera. Il progetto voluto da re Abdallah ha già portato alla demolizione di mille proprietà private nella zona di Shamilya: le autorità saudite hanno stanziato 80 milioni di sterline solo per compensare i proprietari espropriati.

Ci sarà poi un nuovo quartiere residenziale a sud ovest della moschea. I bulldozer stanno già scavando per creare una piazza di 230 mila metri quadri, che comprenderà grattacieli di appartamenti e centri di preghiera ad aria condizionata per 120 mila fedeli.

Fra i 130 nuovi grattacieli progettati, svetteranno le Abraj Al Bait Towers, sette torri di cristallo che saranno uno degli edifici più alti del mondo, con un hotel da duemila stanze, un centro congressi per 1500 persone, eliporti e un centro commerciale di quattro piani con centinaia di negozi, boutique, ristoranti.

Intanto, scrive il quotidiano “Guardian”, un evento di rilievo è già in calendario la prossima settimana alla Mecca, che rimane strettamente proibita ai non musulmani: una conferenza di tre giorni, inaugurata dal re, sull’importanza del dialogo con altre religioni.


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