Poi uno si domanda il perche’

29 08 2008

Glauco Maggi per La Stampa

La sfida del Cremlino

Poti, Sukhumi e Batumi, i tre porti sul Mar Nero in territorio internazionalmente riconosciuto come georgiano, sono l’immagine della «non» Guerra Fredda del Duemila che in realtà sta pericolosamente montando.

Poti è a sud delle coste dell’Abkhazia, la regione all’estremo nord-ovest del Paese, di cui il Cremlino ha già riconosciuto ufficialmente l’indipendenza, come ha fatto per l’Ossezia del Sud, in spregio al resto della comunità internazionale e allo stesso documento di tregua sponsorizzato dal presidente francese Sarkozy e firmato dai leader di Tbilisi e Mosca.

Poti si trova dunque nella Georgia controllata da Tbilisi, e per di più al di fuori dell’area-cuscinetto che i russi hanno deciso di presidiare dopo l’occupazione, malgrado l’impegno a ritirarsi interamente: nonostante ciò, le forze russe arrivate nella città nei primi giorni dell’attacco sono restate, e ora altre navi si stanno aggiungendo a nord, nel porto di Sukhumi, capitale dell’Abkhazia. Tra le altre unità, c’è l’ammiraglia della Flotta nel Mar Nero, l’incrociatore lanciamissili Moskva, che secondo il vice ammiraglio russo Sergei Menyailo è lì per «sostenere la pace e la stabilità nell’Abkhazia e nelle sue acque territoriali».

Ottanta chilometri più a sud, quasi al confine con la Turchia, c’è l’altro porto georgiano di Batumi, che gli americani hanno scelto come base di approdo per le tre navi di aiuti umanitari che si sono mosse verso il Caucaso nel momento in cui Bush ha annunciato il ponte aereo con Tbilisi.

Ieri la situazione logistica si è dunque chiarita, con l’America che ha fissato la base delle sue operazioni marine nel porto meridionale. È arrivata la lancia guardacoste USS Dallas e in precedenza era giunto il cacciatorpediniere USS McFaul, che dopo aver scaricato la sua merce ha ripreso il mare ma è ancora nel Mar Nero, davanti alla Georgia. Le due unità sono arrivate prima perché partite dal porto greco di Souda Bay, a Creta, ma Batumi è anche la destinazione della nave di comando delle operazioni, la USS Mount Whitney, che ha lasciato giorni fa la base italiana di Gaeta carica di vettovaglie e materiale di soccorso.

Lo stesso presidente Dmitry Medvedev non crede agli sbarchi per aiuti pacifici, e ha accusato Washington, in una intervista alla BBC, di consegnare armi alla Georgia via mare, ma ha chiarito che i suoi incrociatori non avrebbero ostacolato le operazioni: «Ciò che gli americani chiamano carichi umanitari sono, ovviamente, armi e munizioni», ha detto Medvedev. «Ridicola», ha definito un portavoce della Casa Bianca l’insinuazione russa. Resta il fatto che Mosca sta a sua volta prendendo delle «misure di precauzione» contro le navi da guerra degli Stati Uniti e della Nato dispiegate nel Mar Nero, pur dicendo di sperare di evitare lo scontro. Lo ha dichiarato un portavoce del primo ministro Vladimir Putin, Dmitry Peskov: «Certamente alcune misure cautelative sono state prese. Speriamo, tuttavia, di non dover ricorrere ad alcun confronto diretto».

La decisione Usa di scaricare le merci a Batumi ha contraddetto le dichiarazioni dell’ambasciata americana di Tbilisi di un paio di giorni fa, quando era stato comunicato che la Dallas sarebbe invece arrivata a Poti, affiancata dalla McFaul. Per qualche ora, il giallo sulla destinazione delle due navi si è aggiunto alla tensione diplomatica tra i Paesi dell’Ovest e la Russia, che a sua volta ha approcciato Pechino per ottenere un suo appoggio nella crisi, diplomatico se non ancora militare. «Questa decisione è stata assunta al più alto livello del Pentagono», ha detto alla agenzia Reuters il portavoce dell’ambasciatore americano a Tbilisi.

Dagospia 28 Agosto 2008


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