L’India pacifica

20 10 2008
Venerdì, 3 Ottobre 2008

Vittoria nucleare per l’India

Quale paese del mondo è pronto a spendere 175 miliardi di dollari per costruire nuove centrali nucleari, diventando un protagonista mondiale del “revival” dell’energia atomica? Se questa domanda viene posta a un cittadino europeo o americano, è poco probabile che indovini la risposta giusta. E’ l’India la nazione a cui guardano oggi la General Electric, Westinghouse e gli altri colossi occidentali che fabbricano reattori nucleari. Mentre il resto del mondo aveva gli occhi puntati altrove – sulle crisi bancarie o sulle elezioni americane – l’India è stata al centro di una svolta storica. Ha spezzato 34 anni di isolamento e sanzioni, un vero e proprio “apartheid nucleare” che le impediva di acquistare tecnologia atomica nel resto del mondo. L’embargo scattò in seguito a uno strappo indiano, quando New Delhi decise una fuga in avanti per dotarsi dell’arma nucleare. Nel 1974 e nel 1998 fece dei test condannati dalla comunità internazionale. Rifiutò di aderire al trattato sulla non-proliferazione. Lo rifiuta tuttora, e sostanzialmente la sua posizione non è cambiata dai tempi in cui Indira Gandhi varò il programma dell’atomica. Da allora si sono succeduti governi di diverso colore, maggioranze con dentro i comunisti oppure i nazionalisti indù, ma sulla Bomba la linea è la stessa. L’India si convinse di averne bisogno quando fu sconfitta dalla Cina e le colonne dell’Esercito Popolare di Liberazione comandato da Mao Zedong arrivarono a poca distanza da New Delhi. L’attaccamento all’arsenale nucleare si rafforzò per l’appoggio dell’America al Pakistan, con cui l’India ha combattuto diverse guerre. Per queste ragioni strategiche gli indiani per un terzo di secolo hanno sfidato l’ira delle altre potenze, hanno incassato tutte le sanzioni. Ora di colpo cosa è cambiato? Non il comportamento dell’India, ma il “valore” dell’India. Di fronte all’ascesa della potenza cinese – non solo sul piano economico ma anche militare – gli Stati Uniti si sono convinti ad accantonare ogni principio pur di corteggiare l’India. La speranza degli americani è di poter coinvolgere l’India in un ruolo amico, per contenere l’espansione dell’influenza cinese nel mondo. L’India non ha mai detto che ci sta a giocare questo ruolo. Ma per ingraziarsela gli americani le hanno fatto un regalo eccezionale. Poco prima dell’uscita di scena di George Bush, la sua Amministrazione ha convinto il Congresso a levare l’embargo sulle forniture di tecnologia nucleare civile all’India. La stessa cosa faranno le altre 45 nazioni che avevano aderito alle sanzioni contro New Delhi, comprese la Francia e la Russia che sono anch’esse interessate a entrare nel business della vendita di reattori nucleari. E così di colpo l’India diventa il mercato più desiderato da tutta l’industria atomica mondiale. New Delhi non ha concesso praticamente nulla in cambio: solo un simbolico diritto d’ispezione nelle 14 centrali nucleari già esistenti; ma restano top secret gli otto impianti militari. Il via libera alla costruzione di molte centrali atomiche aggiuntive, insieme con il sacro rispetto per la Bomba, è uno degli aspetti dell’India contemporanea che stupiscono gli occidentali. Si concilia male con la semplificazione stereotipata che descrive il gigante asiatico come un paese impregnato di pacifismo e nonviolenza. Il paradosso è che tra i maggiori difensori dell’arsenale nucleare ci sono proprio gli indù. Lo spiega bene Sunil Khilnani, un giovane intellettuale di New Delhi allevato a Trinity Hall e al King’s College di Cambridge. Acuto studioso della storia del suo paese, Khilnani ha fatto la sua carriera accademica all’estero tra Inghilterra, Stati Uniti e Francia. La sua opera più importante, “The Idea of India” ha ricevuto il plauso del premio Nobel Amartya Sen. Khilnani sfida gli stereotipi che abbiamo sull’India. “Una delle più inquietanti immagini nella storia recente del mio paese – ricorda – è la processione di fedeli indù vestiti di tuniche color zafferano che nel 1998 andarono nel deserto del Rajahstan dove l’India aveva appena compiuto cinque test nucleari: i pellegrini raccoglievano sabbia radioattiva da portare in giro per il paese come una reliquia sacra. Fu una svolta, un cambiamento repentino dell’idea che l’India ha di se stessa. Un paese costruito sul pluralismo religioso e il pacifismo è minacciato da uno sciovinismo religioso che inneggia all’atomica”.

Di Federico Rampini


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