Sono fatti cosi’ !

11 11 2008

Perché i cinesi risparmiano


Tra le spiegazioni per il rimbalzo positivo di Wall Street venerdì, c’era la speranza dei mercati che il G 20 convocato per il weekend a San Paolo del Brasile decidesse “qualcosa”. Quel qualcosa effettivamente c’è stato, anche se è stato deciso a migliaia di chilometri da San Paolo, cioè a Pechino (addirittura il ministro cinese delle Finanze è dovuto tornare precipitosamente in patria disertando proprio il G 20 in terra brasiliana). Il “qualcosa” non è poco visto che si tratta di una manovra di bilancio biennale pari a quasi 600 miliardi di dollari, e cioè il 20% del Pil cinese, annunciata dal governo di Pechino per rilanciare la crescita. L’annuncio è stato accolto con rialzi delle Borse asiatiche questa mattina. La manovra cinese contiene un misto di nuovi investimenti pubblici, spesa sociale e sgravi fiscali, la cui efficacia resta però da verificare.

L’obiettivo è rilanciare i consumi. Ma per cambiare sensibilmente il comportamento di spesa delle famiglie cinesi è essenziale ridurre la loro elevatissima propensione al risparmio: attualmente accantonano in media il 40% del reddito. Ridurre la propensione al risparmio è un’operazione di lunga lena e dai risultati incerti, perché si scontra con motivazioni profonde. I cinesi sono così parsimoniosi non solo per il retaggio culturale di una civiltà contadina, ma anche per motivi del tutto moderni e razionali. Sanno di essere vulnerabili all’invecchiamento demografico (tanto più a causa della politica del figlio unico), e non hanno un sistema previdenziale che garantisca pensioni adeguate. Anche la sanità pubblica lascia molto a desiderare. Dunque l’alto livello di risparmio è una “privatizzazione” del Welfare. In mancanza di profonde riforme che costruiscano uno Stato sociale è difficile che i risparmi scendano molto. Sicuramente non lo faranno nel breve termine: del resto il Giappone da decenni prova a diminuire il quoziente di risparmio, con risultati modesti. Ma senza un significativo rialzo della percentuale dei consumi sul reddito nazionale, la Cina continuerà ad avere un attivo strutturale nella bilancia commerciale, quindi il suo ruolo di “locomotiva” della crescita altrui non potrà dispiegarsi pienamente.

Le preoccupazioni delle autorità cinesi non riguardano solo il brutale rallentamento della crescita (11,7% di aumento del Pil nel 2007, 10% nel primo semestre 2008, 9% nel trimestre luglio-settembre, forse 7% l’anno prossimo). C’è anche un versante finanziario nel contagio che viene dall’America. La Bank of China – che non è la banca centrale bensì il secondo istituto di credito nazionale – ha rivelato di avere in portafoglio 3,2 miliardi di dollari di titoli strutturati legati ai mutui subprime americani. Non basta: se vi si aggiungono altre obbligazioni “tossiche” comprate in America, dal valore potenzialmente nullo, il portafoglio di titoli-spazzatura della sola Bank of China raggiunge quasi 9 miliardi di dollari. La banca centrale di Pechino ha annunciato ieri che prepara un piano per fornire liquidità d’emergenza alle aziende di credito che dovessero avere difficoltà improvvise, sul modello di quanto è stato fatto con i vari “sportelli straordinari” aperti dalla Bce e dalla Fed.


(10 novembre 2008)


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