VoltagObama

27 11 2008

Federico Rampini per “la Repubblica”

E´ «la madre di tutti i salvataggi» bancari. Ma basterà? Il Tesoro Usa dopo una convulsa domenica di trattative durate fino a notte inoltrata, ha dovuto mettere in campo il più gigantesco cordone di aiuti mai usato per evitare la bancarotta di un colosso del credito.
Citigroup, che per gran parte della sua storia fu la più grande banca americana e mondiale, non poteva essere abbandonata al suo destino. La settimana scorsa le azioni avevano perso metà del loro valore (90% in meno dai massimi dell´anno scorso) e le voci di insolvenza erano assillanti durante il weekend. Ma tenere in piedi Citigroup costerà molto al contribuente americano.

Il Tesoro si è accollato di fatto 306 miliardi di dollari di titoli-spazzatura, sui quali ha offerto una copertura statale. Se il loro valore crolla a zero il crac sarà ripianato dalla garanzia pubblica. L´onere è talmente gigantesco che l´Amministrazione Bush ha dovuto ripartirlo fra tre istituzioni statali: il Tesoro, la banca centrale (Federal Reserve) e la Federal Deposit Insurance Corporation (l´agenzia che assicura i conti correnti). Inoltre il Tesoro versa 20 miliardi di fondi aggiuntivi per ricapitalizzare Citigroup, che si aggiungono ai 25 miliardi già investiti nella banca poche settimane fa. Con questa emorragia il segretario al Tesoro Henry Paulson ha già esaurito la prima tranche di 350 miliardi di dollari che il Congresso aveva stanziato per venire in soccorso alle banche malate. Una constatazione inquietante, perché non è affatto certo che la lista dei candidati al salvataggio sia finita con Citigroup.

Anzi, non è neppure sicuro che i 326 miliardi di dollari messi in campo questa domenica siano sufficienti a rimettere definitivamente in sesto la stessa Citigroup. The Wall Street Journal ne è tutt´altro che convinto. «Malgrado la dimensione senza precedenti di questo intervento – scrive l´autorevole quotidiano finanziario – non è chiaro se basterà a stabilizzare Citigroup». A rendere particolarmente fragile il colosso bancario globale – che gestisce 200 milioni di conti – clienti in 106 nazioni – c´è la dimensione inaudita che la «finanza ombra» ha nei suoi affari: a fronte di un bilancio di 2.000 miliardi di attivi, Citigroup ha altri 1.230 miliardi di dollari di entità fuori-bilancio: derivati, titoli strutturati legati a mutui e altri debiti a rischio, contratti d´assicurazione anti-insolvenza che valgono come carta straccia.

Malgrado l´euforia iniziale con cui le Borse hanno festeggiato il salvataggio, l´operazione è politicamente controversa. Intanto si è creato un nuovo precedente pericoloso per chiunque voglia pietire aiuti pubblici: come si fa ora a negare 25 miliardi di dollari alle tre case automobilistiche di Detroit, quando un solo istituto di Wall Street si è visto offrire più del decuplo?

Inoltre l´onerosa rianimazione di Citigroup è piena di zone d´ombra, crea sospetti infamanti che lambiscono non solo l´Amministrazione Bush ma anche il futuro governo di Barack Obama.

Genera sconcerto la notizia che alla Citigroup non è stata posta nessuna condizione in cambio del massiccio dispiegamento di aiuti statali: neppure la rimozione del top management figura all´ordine del giorno, un provvedimento che in questi casi è il minimo prezzo da pagare. A condizioni così generose e lassiste, altre banche potranno essere tentate di chiedere «il trattamento Citigroup».

Inoltre poche settimane fa, con la benedizione del Tesoro e la promessa di ulteriori aiuti pubblici, la Citigroup stava per comprare un´altra banca in difficoltà, Wachovia. Per fortuna Wachovia è finita sotto il controllo di Wells Fargo, ma nessuno può fugare il sospetto che il management di Citigroup volesse impadronirsene per «fondere» due voragini di perdite e occultare le proprie responsabilità. Il disastro Citigroup chiama pesantemente in causa la stessa banca centrale. Non essendo una investment bank (come lo erano Bear Sterns, Lehman Brothers e Merrill Lynch) bensì una tradizionale banca di depositi, Citigroup ricade sotto i pieni poteri di vigilanza della Federal Reserve, che non ne esce certo a testa alta. Ma i sospetti più infamanti riguardano Robert Rubin, il vero deus ex machina di Citigroup. Ex trader di punta della Goldman Sachs, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, chiamato ai vertici della Citigroup Rubin è stato il vero ispiratore del nuovo corso che ha portato la banca all´assunzione di rischi sempre più incontrollabili.

Durante questo weekend Rubin ha guidato in prima persona le trattative di Citigroup con il Tesoro. Creando così un pericoloso conflitto d´interessi con il suo altro ruolo: consigliere di Obama. E nello staff economico presentato ieri dal neopresidente figurano l´amico e collega prediletto di Rubin, Larry Summers, nonché il figlio di Rubin, James. Un brutto pasticcio, aggravato dal fatto che Rubin ha ricevuto dalla Citigroup 160 milioni di dollari di compensi mentre gli azionisti della banca perdevano 250 miliardi.


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