Così parlò Isozaki

10 12 2008

BOLOGNA — Vestito rigorosamente di nero (l’abito potrebbe essere firmato da Yohji Yamamoto ma la domanda sembra troppo banale per un maestro dell’architettura). Gli occhi come due fessure. I capelli bianchi raccolti in una piccola coda di cavallo che, quando esce per una breve passeggiata al freddo delle vie di Bologna, nasconde sotto un pesante colbacco di pelliccia tipo-astrakan. Impassibile come un monaco zen.

Isozaki
Isozaki

Questa l’apparenza di Arata Isozaki, uno delle celebrities dell’architettura moderna, un’archistar (insomma), forse la più enigmatica e tra le meno «sovraesposte». Un maestro, appunto: qualifica che l’architetto giapponese (nato nel 1931 nel distretto di Oita, seguace di Le Corbusier, collaboratore di Kenzo Tange) apprezza molto. Ma quello stesso maestro che ad un primo impatto mostra davvero ben poco di sé, una volta seduto nel salotto di un grande albergo che ben poco si adatta al suo rigore, finisce per rivelare poi entusiasmi quasi infantili. Come quando dimostra la sua (recentissima) passione per il molto milanese «marocchino» (cappuccino in piccolo con aggiunta di cacao); come quando taglia l’aria con le mani raccontando i suoi progetti più recenti; come quando ride rumorosamente.

Giapponese fin nel midollo, Isozaki può contare su un’ispirazione molto versatile: il Museo d’arte contemporanea a Nagi, gli uffici della Disney a Orlando, l’edificio di Postdamer Platz a Berlino, lo Zendai Art Museum Hotel a Shanghai. E, soprattutto, su una fatale attrazione per l’Italia: in particolare per Brunelleschi, per Palladio («domani andiamo a Padova a vedere la mostra» spiega il suo assistente Andrea Maffei). Che trova ulteriore conferma in una serie di appuntamenti «in progress»: dopo aver già firmato il Palasport di Torino e quello di Salerno, Isozaki ha inaugurato giovedì la mostra che celebra la sua vittoria nel concorso internazionale per la nuova stazione ferroviaria di Bologna (dovrebbe essere pronta per il 2015). Mentre a giorni verrà presentato al Comune di Milano il progetto (con le ultime varianti) per la sua Torre dell’ex-Fiera: forse la più classica delle tre previste dal piano Citylife (le altre due, quelle più «storte», sono progettate da Zaha Hadid e Daniel Libeskind), sicuramente il più alto palazzo di tutta la città con i suoi 216 metri. L’inizio dei lavori è previsto tra un anno; a giugno dovrebbero partire i lavori per i due piani di garage; «a dicembre 2014, alla vigilia dell’Expo, tutte le gru saranno sparite» assicura il committente. Anche l’unico momento di imbarazzo dell’intero incontro (un imbarazzo comunque sempre mitigato da un sorriso) è ancora una volta legato all’Italia.

Quando gli si chiede della famigerata pensilina per i Nuovi Uffizi, al centro di furiose polemiche, la risposta di Isozaki è categorica: «no-comment» (un «no-comment» che sembra voler soprattutto dire «non capisco quello che sta succedendo»). Questa Torre di Milano è una sfida alla crisi? «Non direi». Quale, allora, il suo significato?: «Ho scelto come modello la Endless Tower di Brancusi. E quindi mi sono ispirato in primo luogo all’arte, coniugando però questa mia ispirazione con l’intera esperienza urbana di Milano: con la sua Torre Velasca, con il suo Grattacielo Pirelli, con la “scuola” di Giò Ponti. Ho voluto lanciare un segnale, ma non contro la crisi. Piuttosto ho pensato ai campanili delle cattedrali e, dunque, a qualcosa che fosse visibile da lontano, a un vero e proprio “punto di riferimento”. E come modello architettonico ho guardato più ai grattacieli di New York, al loro elemento artistico, che non a quelli di Chicago che erano, in realtà, una sfida prevalentemente economica».

La sua torre riproporrà proprio in una serie di moduli (di 6 piani ciascuno) l’idea alla base della scultura di Brancusi: «Di fatto avremmo potuto addirittura continuare all’infinito riproponendo questo stesso modulo». Le ultime varianti? «Riguardano principalmente la nuova uscita della metropolitana che nel mio grattacielo si traduce in uno spazio ampio dove i pilastri, che dovranno reggere l’intera struttura, sono stati trasformati in due enormi sculture d’acciaio». Perché, conclude, «è bello che l’arte si coniughi alla storia dell’architettura. Ma altrettanto essenziale è che si pensi sempre alla funzionalità, a chi quegli stessi edifici deve occuparli e non solo al piacere di chi progetta» (in questo caso si tratterà di chi lavorerà in «open space luminosi» e «con una doppia pelle di vetro che consentirà risparmio energetico»). Il serafico Isozaki non si limita a raccontare il suo nuovo progetto. Propone anche, forse inaspettatamente, qualche motivo di riflessione polemica: «Quando si pensa agli architetti stranieri che lavorano in Italia, si sente spesso parlare di progetti “calati d’alto”. Non è certo il mio caso. Per Bologna, città che è quasi un salotto, dove il “dentro” e il “fuori” quasi non si distinguono, ho immaginato una nuova stazione che si sviluppasse in orizzontale ed è stato proprio questa “orizzontalità” la carta vincente del mio progetto. Per Milano, città dei grattacieli per eccellenza, ho invece pensato di svilupparmi verso l’alto». A proposito di archistar chiarisce: «Non mi piace come definizione, piuttosto penso che una certa spettacolarizzazione della figura dell’architetto sia il frutto di quella evoluzione generazionale che ha catapultato il progettista al centro dell’attenzione mediatica». Drastico il giudizio sullo stato attuale dell’architettura: «Ci siamo ormai allontananti dall’idea più classica, quella della tradizione».

In che senso? «A partire dal 1985, potrei dire dalla Biennale di Venezia di quell’anno, si è cominciato a costruire tutto al computer. Così i giovani architetti non disegnano più, creano bellissime archisculture che nella maggior parte dei casi sono destinate a rimanere tali solo nell’immaginazione, senza diventare realtà». L’architettura è morta? «I giovani oggi vogliono occuparsi soprattutto di design, hanno perso quell’idea di progetto classico, alla Brunelleschi che non a caso costruiva i propri edifici guardando alla classicità e direttamente sul cantiere». Ancora una volta la classicità come modello? «Direi di sì». La scuola americana? «Penso soprattutto a Louis Kahn». E il Giappone? «Non parlerei tanto di maestri quanto di architetture che mi hanno ispirato: Katsura e il tempio Todaiji di Nara». E tanto per ribadire i punti di contatto tra Giappone e Italia cita un suo libro (appena uscito per Mit Press) «in cui si stabiliscono le affinità elettive» tra il Quattrocento italiano e il Sol Levante. Sono tempi di crisi questi. Eppure anche Isozaki si inserisce nella linea di chi (come Achielle Bonito Oliva nell’arte) vede proprio in questa crisi un possibile incentivo alla qualità dell’architettura: «La crisi ci obbligherà a cambiare strada, a progettare edifici che siano davvero costruibili e non più soltanto utopie». E tuttavia ci sarà pure qualcuno da salvare nelle nuove generazioni: «Mi fermo ai cinquantenni, a Zaha Hadid e a Libeskind. Già tra i quarantenni non mi viene in mente nessuno». Quale consiglio vorrebbe dare ai più giovani? «Non credo che la bella architettura si possa imparare sui libri o dalle mie parole. Magari, però, consiglierei ai più giovani di pensare a Brancusi, a Malevitch, a Duchamp senza mai dimenticare la realtà».

Stefano Bucci
07 dicembre 2008


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