L’ultimo anno dello Zar

9 01 2009

E’ arrivato a Perth con due occhi neri e il labbro spaccato. «Vabbè, è stata rissa, una settimana fa. Diciamo che mi sono trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. E comunque ho vinto io». L’ultima di Marat Safin. Anzi, una delle ultime: «Sì, questo sarà l’anno dell’addio. Il tempo passa, io fatico sempre più a trovare le giuste motivazioni. E’ ora di iniziare una nuova vita, anche se non so ancora cosa farò. Adesso penso a giocare, senza troppa pressione addosso spero di divertirmi e di vincere qualche partita». La rissa non lo ha scosso più di tanto, anche perché, a differenza di Gerrard, Safin ha avuto il buon senso di scazzottarsi in privato: non in un pub, più probabilmente nella camera da letto di qualche marito geloso. Appena sceso dall’aereo in Australia, insieme con la sorellina Dinara – “ina” si fa per dire: 1 metro e 82 di salute moscovita – ha battuto l’Italia del duo Bolelli-Pennetta nel primo turno della Hopman Cup. Tipico di Marat, talento immenso, e immenso, gioioso dissipatore di se stesso. Rivoluzionario e romantico, sciupafemmine e sciupatennis. Uno capace di chiudere per una settimana di fila le discoteche della città, e poi vincere il torneo (è successo davvero: a Tashkent).

Resta memorabile la frase del suo collega Nalbandian, l’anno in cui a Montecarlo lo mandarono in campo alle 10 del mattino: «Non potete farmi giocare all’ora in cui Safin va a letto». Avrebbe potuto far piangere Federer a lungo, Marat, come nella semifinale degli Australian Open 2005. Roger per anni ha sofferto le sue invenzioni, le sue botte di rovescio, il suo carisma. Ma Safin quasi sempre ha preferito far felici signore e signorine in giro per il mondo. A partire dalle “safinette”, tre clamorose bionde che qualche anno fa a Melbourne nel suo box dondolavano il pass davanti a décolleté abissali. E poi giù fino a Dasha Zukhova, l’attuale morosa di Abramovich, per cui aveva quasi messo la testa a posto. «Più sono belle più costano le donne», si lasciò scappare una volta Marat il playboy, russo svezzato al sole di Spagna, bello come un divo di Hollywood e spiritoso come Groucho Marx. «Ma non è vero che le pago per farle venire a letto con me. Le pago per farle andare via dopo». Aveva 23 anni. Nel tennis era piombato 5 anni prima, ottavi di finale dal nulla a Parigi, ottavi agli Us Open. Nel 2000, a vent’anni, fece invecchiare di un secolo Sampras nella finale degli Us Open. Nove settimane da numero 1 Atp, poi tanti infortuni, al polso e al ginocchio, che l’hanno tenuto per mesi lontano dai campi. Un altro Slam vinto (2005) e uno incredibilmente perso in Australia (2004), due Coppe Davis. Quindici tornei e 14 milioni di dollari in totale. Poco, per un unto del signore che non ha mai gradito i calici più amari? «Sapete quante volte alla settimana mi sento ripetere: “Avresti dovuto vincere di più”? Ma io me frego. Sono stato numero uno del mondo, fra i top-5 per cinque anni, ho vinto due Slam, due Coppe Davis. Se avessi avuto una testa diversa forse non ci sarei mai riuscito». Uno spirito libero, una grande anima russa. Drammatica e burlona. Capace di giocare match perfetti e di calarsi le braghe in campo per prendere in giro l’avversario: Mantilla, a Parigi, nel 2004.

Di prendersi in giro, anche: «C’erano alcuni juniores negli spogliatoi, abbiamo parlato di stupidaggini e mi sono sentito davvero addosso tutta la mia età. Cioè 14 anni». Nel 2007 pensò bene di allenarsi scalando il Cho Oyu, la sesta montagna più alta dell’Himalaya, ma mollò dopo tre giorni, quando capì che gli after-hours in quota non facevano per lui. L’anno scorso l’ultimo grande lampo, la semifinale a Wimbledon, torneo che non ha mai amato, persa contro Federer quando i suoi fan già sognavano una favola alla Ivanisevic. Oggi è numero 29 Atp. E a 28 anni la rissa vera, quella con il tempo, Marat – filosofo da campo e da boudoir – ha deciso di giocarsela senza racchetta: «Il tennis mi piace, ma non è tutto. L’importante è vivere intensamente. Perché quello che è stato non tornerà più e nessuno sa cosa succederà domani». Imbattibile, comunque.

fonte:lastampa.it


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