La caduta dell’Impero Britannico

4 02 2009

Leonardo Maisano per “Il Sole 24 Ore”

Regina ElisabettaChe cosa esporta l’Inghilterra? Bisogna fermarsi a ragionare prima di riuscire a ricordare tre prodotti inglesi che oggi abbiano successo nel mondo. L’associazione mentale fra l’Inghilterra e la City, ovvero la sovrapposizione fra uno Stato e la sua economia di punta (i servizi finanziari), annichilisce la memoria e confonde la storia. Divora il mito.

La Mini? È tedesca. La Jaguar? È indiana. Le scarpe Church’s? Italiane. Le porcellane Wedgwood? Prossimamente americane. Simboli del made in Britain si sono stemperati in un ventennio di trasformazioni al ritmo di un solo mantra: seppellire la società industriale sotto l’opulenza garantita da quella dei servizi in un mondo globale.

Londra si lecca le ferite aperte da una crisi senza uguali e pensa ai danni prossimi venturi, scandagliando i guasti di un sistema squilibrato. Ora che i servizi, almeno quelli finanziari, boccheggiano, torna alla memoria il destino della gloriosa industria nazionale manifatturiera.

Ha ragione, forse, l’Economist quando sostiene che la distinzione fra settori «è ormai solo un retaggio degli uffici di statistica. L’unica differenza che conta è fra lavori ad alto contenuto specialistico e non». Può anche darsi. Eppure, si esemplifica, a queste latitudini circolano troppi master in economia e molto pochi in ingegneria.

Fra il 1970 e il 1995 la quota di oxfordiani che sceglievano di dedicarsi all’insegnamento è passata dal 10 al 3 per cento. S’è moltiplicato il numero di chi, invece, ha lasciato l’augusta educazione Oxbridge per darsi al diritto, alla finanza, alla consulenza.

«Per i giovani in questi anni – dicono con rammarico a Eef, l’associazione delle imprese manifatturiere britanniche – il credo è stata solo la City». Troppa carta e poco acciaio, si potrebbe continuare con estreme banalizzazioni. O meglio, il luccichio dell’oro è stato capace di dissolvere molte aspirazioni intellettuali, annichilire la creatività imprenditoriale, flettere anche i valori della morale. La realtà del dibattito che oggi attraversa l’Inghilterra è quella di un mondo squilibrato, dove l’industria manifatturiera è la Cenerentola di un pianeta accecato dagli artifici della finanza. Più che negli Usa, più che altrove nel mondo.

Gordon Brown

A scuotere il suo Paese, a costringerlo a un’autoanalisi dolorosa, è un signore che rifiuta interviste e luci della ribalta. Sir John Rose, Ceo di Rolls Royce (motori per aerei) ha fatto chiasso nella City con un lungo articolo pubblicato sul Financial Times molte settimane prima dell’esplosione del credit crunch.

Si è ripetuto a novembre, con un intervento alla conferenza annuale della Confederazione dell’industria britannica ( Cbi). Sir John rivendica per l’industria manifatturiera quel ruolo che la società dei servizi ha fagocitato.

«Il nostro errore – ha scritto il Ceo di Rolls Royce – è stato affidarsi all’errata convinzione che il Regno Unito avrebbe condotto il mondo sviluppato in qualche luogo chiamato società post-industriale. Il primo passo è ora smettere di credere che il settore manifatturiero sia una reliquia del passato. La nostra base industriale ci ha garantito grande influenza nel mondo. Cosa accade oggi se Cina o India devono aggiornare le loro infrastrutture? Parlano con Bombardier, Siemens, Alstom. L’idea che il manifatturiero non sia più meritevole in un’economia sviluppata è ancora più insostenibile se si guarda alla Germania o all’Italia del Nord».

Appassionato nella difesa di se stesso, del leader, cioè, di un’azienda di altissima qualità. Appassionato, soprattutto, nella difesa di un mondo che non tutti credono sia così in crisi. «Siamo i sesti produttori sul pianeta», precisa Charles Goodhart, esperto di mercati finanziari, alla London School of Economics.

«Non solo – aggiunge Richard Lambert ex direttore del Financial Times e oggi direttore generale di Cbi, spesso accusato di aver difeso la terziarizzazione estrema dell’economia britannica – ma abbiamo settori di punta. Lei si domanda che cosa esportiamo? Farmaci, difesa, meccanica per aerei. La nostra industria manifatturiera occupa tre milioni di persone».

Jaguar

Abbastanza, ma pur sempre un milione in meno di dodici anni fa e non solo per la delocalizzazione delle imprese low tech, né per l’emancipazione dei processi produttivi. Oggi il manifatturiero, nonostante i primati nel tasso di crescita degli ultimi anni, rappresenta poco più di un decimo dell’economia nazionale, appena più dei soli servizi finanziari (circa il 9%).

E questo al netto della recessione che lo sta travolgendo. «Guardi l’industria automobilistica. È modernissima – continua Lambert – e non accetto l’obiezione di chi la liquida perché non è inglese. Mini e Nissan sono storie di successo. Non torneremo ai campioni nazionali. Averli abbandonati è stato un grande vantaggio per l’economia del Paese».

Nessuno osa sventolare la bandiera di un autarchico nazionalismo, nemmeno Will Hutton, vice presidente della Work Foundation e commentatore molto critico dell’indirizzo assunto dal Paese nell’ultimo decennio: «Denunciare la scarsa attenzione allo sviluppo delle nostre imprese non significa battersi per la creazione e la tutela di campioni nazionali. È stata una marcia a senso unico interamente diretta e concentrata sui servizi finanziari».

Oggi solo un terzo delle imprese manifatturiere britanniche è di proprietà inglese. Epifenomeno, quando erano rose e fiori. Molto meno oggi quando il credit crunch trita tutto, rievoca i fantasmi del protezionismo, fa ripensare a scelte che si perdono nella stagione thatcheriana . In realtà per sir John il problema è un altro: «Il successo nasce dalla concentrazione di attività a valore aggiunto. Il Regno Unito ha poche società che hanno il proprio brand, che sono titolari della proprietà intellettuale, che hanno il controllo della distribuzione».

Basterà il credit crunch per invertire il corso di un’economia squilibrata o ha ragione ancora l’Economist, quando sostiene che è un discettare sbagliato essendo la divisione fra i settori produttivi appena più di una scorciatoia statistica? Carsten Sorensen, docente alla London School of Economics e studioso di innovazione, sta con il settimanale inglese: «Non va invertito nessun corso. Qualsiasi idea di tornare a modelli passati è semplicemente impossibile. L’errore peggiore, oggi, sarebbe penalizzare l’industria dei servizi per via della stretta. Bisognerebbe ricordarsi che il morbo della mucca pazza non ci ha reso tutti vegetariani. È un’industria che va sviluppata e aggiornata e questo, per me, significa coinvolgere il consumatore nelle scelte del produttore».

Church’s

Si disegna la mutazione del concetto stesso di manifatturiero, incatenato a una percezione antica. L’università di Cambridge scardina il luogo comune quando uno dei suoi maggiori ricercatori, Finbarr Livesey, sostiene che «oggi le imprese manifatturiere inventano, innovano, producono manager, e garantiscono servizi. Quella che un tempo era solo produzione oggi è produzione, ricerca, servizi». L’azienda globale, quindi, che con il brand e la proprietà intellettuale contribuisce a consolidare il ruolo del Paese che rappresenta. Come dice sir John, ma come osano pochi altri in Inghilterra. Meglio, osavano. Accadeva fino a ieri.

Oggi è il Governo Brown che fa sue le ansie per liberare un mondo strangolato dalla crisi. Lo Stato torna vicino all’economia e non solo perché l’emergenza costringe Londra a nazionalizzare, di fatto, le banche. Lo teorizza, seppure con garbo, Peter Mandelson, ministro delle Attività produttive: «Ci vuole un nuovo attivismo industriale nel Governo per aiutare il mercato a produrre migliori risultati economici sul lungo periodo. Per sviluppare le capacità, le infrastrutture, l’innovazione necessaria a un’industria manifatturiera di primo livello in una nuova economia mista».

E tanto basta per salutare l’epoca di un infinito mondo di carta sbocciato nel Regno Unito oltre ogni previsione e volontà. Quello che verrà ha i connotati di una parete ripida, un muro di abitudini da superare nella consapevolezza che per andare avanti ci vuole il coraggio di guardarsi anche indietro.

[23-01-2009]

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