LONDRA AL TEMPO DELLA CRISI SEMBRA UNA CITTÀ FANTASMA

16 05 2009

John Carlin, “El Paìs”, Spagna (da “Internazionale”)
Molte giovani promesse della gastronomia internazionale si sono ispirate alla cucina di El Bulli e del suo chef Ferran Adrià, il più celebre cuoco del mondo. Ma quello che ha imparato meglio la lezione del maestro è l’inglese Heston Blumenthal. Molte guide gastronomiche sostengono che il suo ristorante, The fat duck, è secondo solo al locale catalano di Adrià.

The fat duck è diventato uno dei simboli della ricchezza di Londra, capitale finanziaria e culturale del mondo negli ultimi dieci anni, protagonista di un boom planetario apparentemente destinato a durare in eterno. Miliardari vecchi e nuovi venivano a vivere nella capitale britannica da tutto il pianeta. E una volta saziato il loro appetito di Ferrari, Bentley e case di lusso, spendevano una fortuna in champagne, potage di lumache con prosciutto spagnolo e gelati al bacon nel ristorante più famoso della breve ma intensa storia dell’alta cucina britannica.

Emblema di quel periodo di crescita che Alan Greenspan ha definito “esuberanza irrazionale”, Londra è oggi una città in difficoltà: secondo il Fondo monetario internazionale la Gran Bretagna è il paese sviluppato con le prospettive economiche peggiori. E uno dei simboli di questa crisi è proprio il locale di Blumenthal. Dopo una megaintossicazione che tra gennaio e febbraio ha colpito centinaia di clienti, The fat duck è stato costretto a chiudere i battenti per qualche settimana. Esattamente la stessa cosa che sta succedendo ad altri negozi, ristoranti e aziende della capitale britannica, dove anche l’entusiasmo sembra in via di estinzione.

A Londra tutti sono preoccupati, ma il settore coni problemi più gravi è quello finanziario. È stato la prima fonte di ricchezza della città, il motore che ha creato un’infinità di posti di lavoro per avvocati, consulenti, pubblicitari, agenti immobiliari e cuochi, e che ha fatto guadagnare enormi quantità di denaro, spesso in modo poco trasparente e irresponsabile.

Ragazzi di venticinque anni appena assunti in qualche banca d’affari riuscivano a comprarsi un’Aston Martin o una casa da milioni di sterline grazie ai bonus annuali, mentre manager di medio livello di 35 o 40 anni, con stipendi da 200 milioni di sterline all’anno, ricevevano spesso premi da diversi milioni. Quanto più denaro (altrui) rischiavano, tanto più ne guadagnavano. E i soldi circolavano per tutta la città. Il clima di fiducia era tal-mente diffuso che i mutui venivano distribuiti come pinte di birra in un pub. Tutti hanno creduto di essere ricchi e hanno speso più di quanto potevano.

Romàn Zurutuza, un consulente finanziario spagnolo che vive da dieci anni a Londra, mi spiega che l’errore di molti banchieri è stato sopravvalutare la loro capacità di fare soldi. “Convinti che i bonus fossero garantiti a vita, hanno speso e si sono indebitati per l’auto, la casa, la scuola privata dei figli. Gli uomini, del resto, hanno la tendenza a pensare che il presente si ripeta all’infinito. È stata proprio questa debolezza a farci sprofondare nel caos in cui ci troviamo. In nessun’altra città questi errori hanno pesato come a Londra”.

I FANTASMI DI CANARY WHARF
Dopo l’ubriacatura è arrivato il brusco risveglio. E oggi si percepiscono dappertutto ansia e paura. “Quando sono arrivato, Londra era il centro dell’universo, il posto in cui tutto era possibile”, ricordalo statunitense Robert Taylor, direttore generale della banca Kleinwort Benson. “Oggi tutti vivono con l’incubo del licenziamento. Nel migliore dei casi i sogni per il futuro si sono ridimensionati. I bonus sono quasi scomparsi e molta gente che fino a poco tempo fa era ricca non riesce più a pagare il mutuo. Chi aveva progettato di arricchirsi, smettere di lavorare e andare a vivere in una villa sulla costa spagnola ha dovuto cambiare idea”.

L’ufficio di Taylor è a Canary Wharf, un agglomerato di grattacieli di vetro sulla sponda del Tamigi, costruito negli ultimi vent’anni per soddisfare le richieste di spazio del mondo della finanza. Dalla fine degli anni ottanta il numero delle banche internazionali presenti a Londra è cresciuto da 73 a 479. Dal punto di vista dei guadagni, New York ha sempre tenuto il passo della City, ma in quanto a prospettive globali negli ultimi anni Londra non ha avuto rivali.

Per la sua situazione geografica, a metà strada tra gli Stati Uniti e l’Asia, per la lingua, per il suo sistema legale perfetto per gli affari e per la sua tradizione millenaria nel commercio, Londra è diventata il principale centro della finanza mondiale. E con i soldi sono arrivate l’arte, la moda, la musica, l’architettura. Norman Foster e Richard Rogers, i due grandi architetti britannici, hanno avuto carta bianca per cambiare drasticamente la topografia della città.

La Manhattan in miniatura di Canary Wharf – un tempo la zona portuale della città, poi abbandonata fino alla ristrutturazione degli anni novanta – è l’esempio più visibile di questa costosissima trasformazione, inimmaginabile in qualsiasi altra metropoli europea. Oggi, però, l’area ha un aspetto quasi sepolcrale. Gli edifici più alti, come quello di Citigroup, sono rimasti semivuoti dopo i licenziamenti degli ultimi mesi, e a mezzogiorno per strada non si incontra quasi nessuno. I taxi, che fino a qualche mese fa raccoglievano i passeggeri quasi senza fermarsi, oggi formano code lunghe duecento metri: il volume degli affari, mi spiegano, è diminuito di almeno il 30 per cento.

Seduta al caffè Carluccio’s, un’analista bancaria statunitense mi fa notare che i pochi clienti intorno a noi sono tutti banchieri: alcuni hanno conservato il posto ma non hanno troppo da fare, altri sono disoccupati e si stanno preparando a un colloquio per un lavoro che sarà pagato sicuramente meno di quello che avevano fino a poco fa.

Delle otto persone impiegate nel suo ufficio solo sei mesi fa, l’americana è l’unica ad avere ancora un lavoro. Incerta sul suo futuro e su quello del marito, sta pensando di seguire l’esempio di molti stranieri, manager o elettricisti polacchi poco importa: vendere tutto e trasferirsi in un paese più economico e meno stressante. O, nel peggiore dei casi, tornare a vivere dai genitori. La prima cosa da fare, intanto, è decidere se ritirare i figli dalla scuola privata: una preoccupazione inimmaginabile qualche mese fa, e oggi molto diffusa tra la borghesia londinese. A causa dell’inflazione alimentata dalla crisi, spiega Romàn Zurutuza, la retta dell’asilo di sua figlia ormai è più alta di quella di un master per dirigenti d’azienda.

LA FINE DEL SOGNO
Da Carluccio’s l’atmosfera è deprimente, ma il locale vibra di energia positiva se paragonato a Sumosan, un ristorante asiatico a Mayfair, il quartiere più ricco del centro di Londra. Un anno fa, mi spiega il banchiere straniero con cui sono venuto a pranzo, avere un tavolo era molto difficile. Oggi il locale è quasi deserto. Niente di sorprendente, considerato che molti di quelli che prima lo frequentavano, convinti di essere ricchi e di poter spendere a volontà, si ritrovano con un pugno di mosche.

“Conosco persone che hanno investito i risparmi di una vita in borsa e che hanno perso quasi tutto. Di casi del genere ne ho visti a decine”, dice il banchiere. “La crisi ha provocato anche moltissimi divorzi, soprattutto nelle coppie in cui il marito lavorava nella finanza ed era convinto che avrebbe guadagnato come un calciatore della Premier league per tutta la vita. Spesso, quando vedono che il loro tenore di vita è cambiato, le mogli se ne vanno”.

Il divorzio tra il settore finanziario e il resto della capitale – o meglio, la rottura del cordone ombelicale che li univa – ha privato Londra della sua linfa vitale. Per accorgersene basta fare un giro per Mayfair. A Piccadilly street, dove molti negozi annunciano svendite e liquidazioni, la storica fabbrica di porcellana Wedgwood ha da poco lasciato il suo punto vendita più famoso. La Princes arcade, una strada pedonale per Io shopping di lusso a cento metri da Piccadilly circus, offre uno spettacolo deprimente: metà dei negozi ha chiuso. Sull’elegante Saint James street, cinque minuti a piedi da Buckingham palace, il ristorante Just James offre per pranzo un menù economico da 8,95 sterline: offerte del genere, inimmaginabili fino a poco tempo fa, sono sempre più comuni.

La stessa atmosfera avvilente dei quartieri ricchi la si ritrova anche nelle aree abitate dalla classe media. A Shepherd’s Bush, per esempio, la metà dei ristoranti negli ultimi mesi ha chiuso. Henry Fitzherbert, che scrive sceneggiature per il cinema e vive da queste parti, spiega che tutti i settori hanno risentito della crisi, anche quello delle baby sitter. “Un anno fa ne cercavamo una e in tre giorni hanno risposto venti persone”, racconta. “La settimana scorsa abbiamo messo un annuncio simile e nel giro di 24 ore ci hanno chiamato novanta persone. Qualcuno aveva perfino un master”.

A Londra tutti conoscono gente che viveva nell’abbondanza e che all’improvviso è sprofondata nella disperazione. Fitzherbert cita l’esempio di una coppia di suoi amici: “Lei ha studiato a Cambridge, lui a Oxford. Fino a dicembre lei aveva un ottimo posto alla Bbc e lui lavorava in banca. Poi sono rimasti senza lavoro, e oggi non sanno cosa fare. Quelli che, come me, ancora hanno uno stipendio, ogni giorno ringraziano la buona sorte”.

C’è poi un altro problema di fondo, che forse può servire a spiegare, almeno in parte, i disordini in occasione del G20 di Londra del 2 aprile. L’analista con cui ho pranzato da Carluccio’s è convinta che le tensioni sociali aumenteranno. Finora i guadagni della finanza hanno contribuito a riempire le casse dello stato, ma d’ora in poi il gettito fiscale è destinato a diminuire drasticamente. Diventerà così più difficile trovare fondi per le politiche sociali: prendersi cura dei disoccupati, dei poveri, delle periferie più degradate.

Londra riuscirà a risorgere? Tornerà a essere la capitale d’Europa, o perfino del mondo? I banchieri e gli uomini d’affari con cui ho parlato sono convinti di sì, anche se – sostengono – ci vorrà qualche anno. Il talento, l’esperienza e l’energia della città la trascineranno fuori dalla crisi. C’è perfino chi già intravede la luce alla fine del tunnel. Saremmo tentati di credergli. Ma, ricordando le previsioni economiche fatte dagli esperti nell’ultimo anno e regolarmente smentite dalla realtà, non sappiamo se la luce che s’intravede è quella dell’uscita o di una locomotiva che ci sta per travolgere.


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