A sud di un altro Vietnam

7 08 2009

Nessuno la chiama più Ho Chi Minh City.
Per i giovani viet è una nuova Singapore.
Ritratto di una metropoli mutante

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A Saigon si va per cercare fantasmi. Ma non si trovano, e un po’ si resta male.

Questa non è più una città maledetta dalle sue memorie. Le memorie, in realtà, sono nostre.

È per noi che Vietnam è una tag, che subito se ne porta dietro delle altre: napalm, vietcong, guerra, “Apocalypse now‘”.

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Ma per i giovani saigoniti di oggi questa è la città dove far tardi al Tempie club.
Portatevi dietro, se volete, “Un Americano tranquillo” di Graham Greene: è un libro bellissimo.

Ma non sperate di trovare ancora la Casa delle 500 ragazze. :fu fi:

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I ricordi si impolverano a Saigon, che nessuno chiama più Ho Chi Minh City, e la statua dello zio Ho davanti al Municipio diventa come da noi quelle di Mazzini: qualcuno che dovremmo conoscere, ma di cui ci rammentiamo poco.

I turisti francesi si indispettiscono, nessuno parla più la loro lingua, i giovani vietnamiti massacrano invece volentieri l’inglese, come spesso fanno gli asiatici: sulle loro labbra diventa un altro idioma, misterioso, da decodificare sperando in qualche segnale.

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Ai ragazzi di qui piace immaginare Saigon come una nuova Singapore, un’altra Bangkok.
Questa è una città dove tutto sta cambiando.

I cyclo sono spariti, ci sono sempre più macchine, motorini, mototaxi.

Ma allo stesso tempo resta una città per biciclette, non è preparata a tutte queste auto, e il suo traffico pazzesco peggiora perché non ci sono parcheggi e gli autisti, quando hanno lasciato i loro padroni, continuano a girare.

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I primi tratti della metropolitana dovrebbero aprirsi nel 2014.

Intanto, si ingorgano le strade del distretto nil, quello dove inevitabilmente finiscono gli stranieri.

Perché Saigon è una città enorme, 24 distretti e otto milioni di abitanti, ma tutto si concentra in un’area alla fine minuscola, che si può girare anche a piedi – a parto di non soffrire troppo il caldo – o più saggiamente sul sedile posteriore di un mototaxi.

Si contratta il prezzo, si va. :pat:

Ci sono tappe obbligatorie.

Il Museo dei crimini di guerra americani, ora più diplomaticamente Museo dei ricordi di guerra, il Palazzo della Riunificazione, il tempio taoista dell’Imperatore di giada, la cattedrale di Notre Dame e il vecchio Post Office, costruito da Gustave Eiffel.

Ma ci troverete soprattutto altri viaggiatori.

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La Cattedrale di “Notre Dame” di Saigon

Se volete incrociare la città dove si mischiano i locali, gli expat e i Viet Kieu (i vietnamiti d’oltremare, cresciuti in America, in Francia o in Australia), i saigoniti di nascita e quelli per scelta, che danno alla città il suo pulsare e il ritmo da grande metropoli d’Asia, i luoghi sono altri.

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Miss Saigon!! :love:

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Basta procurarsi una buona guida, la “Saigon city pass” per esempio, o la “Luxe Ho Chi Minh City”, e poi muoversi tra poche strade: Dong Khoi, Le Thanh Thon, Ton That Thiep, Rue Pasteur.

Senza dimenticare i mercati: quello di Ben Thanh e quello della. Chinatown di Saigon, Cholon.

La Dong Khoi va percorsa tutta, dal Majestic alla cattedrale.

Nessuno la chiama più rue Catinai, ma è sempre il cuore della città.

È il simbolo della sua trasformazione: perché qui, nella strada dello storico caffè Givral, del Continental e del Grand Hotel, sta sorgendo una torre di 43 piani, Times Square.

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Il caffè Brodard non c’è più, soppiantato dall’americano Gloria Jean’s Coffee bar.

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Fermate inevitabili: Khaisilk, per le sete e gli ao dai (il lungo abito-tunica portato sui pantaloni che rende folgoranti le ragazze vietnamite) e il più sorprendente Mai Lam.
Il negozio di questa stilista è davvero splendido, con l’Harley parcheggiata all’entrata, le marsine di velluti fucsia, i giubbotti militari impreziositi da ricami fatti a mano, le collane ricavate da rosari.

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Un modello della stilista Mai Lam

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I prezzi, impossibili: guardare e salutare.

Merita una deviazione fino a Hai Ba Trung Street, vicino al Park Hyatt, Dragon Smile: è il negozio di uno svizzero trasferito a Saigon, le lacche e i dipinti sono notevoli.

I fashion victim a Saigon hanno gioco facile: da IpaNima e LaBella, su rue Pasteur, all’intera Ton That Thiep, dove si snodano in poche centinaia di metri il divertente Saigon Kitsch (bigiotteria e poster pop-comunisti di fronte a un tempio induista), il caffè lounge Fashion tv, lo store Life Impression e le belle lacche di MH, c’è da divertirsi.

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Per una pausa, il Cantina Central e il Temple Club sono a due passi.

Ma sarebbe un peccato trascurare le gallerie d’arte: con un’avvertenza, la città giusta per questo sarebbe Hanoi, a Saigon si rischiano patacche. Prima di avventurarsi, una buona idea è fare un Art Discovery Tour con una storica dell’arte, Helene Hagemans.

E se volete vedere come un ao dai diventa opera d’arte, l’indirizzo è Si Hoang (vicino all’lndependence Palace): una piccola e sofisticata galleria, sarà difficile uscirne.

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