Meno tasse per tutti (era una balla ovviamente)

11 08 2010

di Ilvio Pannullo

Stanno cadendo, cadono e continueranno a cadere uno dopo l’altro, come in un domino ben progettato, i pezzi del mosaico dorato disegnato da Berlusconi e spacciato all’Italia intera come il dipinto di un successo inarrestabile. La crisi politica in atto, ormai cristallizzata nell’immotivata richiesta di dimissioni di Gianfranco Fini da Presidente della Camera dei Deputati, avanzata scompostamente da un iracondo Presidente del Consiglio  – da sempre scarso conoscitore delle norme costituzionali che disciplinano le varie istituzioni che compongono il nostro ordinamento – segna la fine del grande sogno.

E con esso, una dopo l’altra, vengono sbugiardate tutte le promesse fatte per ottenere quel consenso popolare utilizzato solo per fuggire dalla giustizia dei tribunali. Dopo quindici anni il berlusconismo, il sogno americano all’italiana, getta la spugna e si rivela per ciò che è, che è sempre stato: una maschera si ottimista e sorridente, ma pur sempre una maschera imposta ad un’Italia troppo brutta per essere vera.

Esemplificativa, se non addirittura paradigmatica, è la vicenda che ha interessato il fisco. Chiunque ricorderà il mantra azzurro del “meno tasse per tutti”. Uno slogan vincente, un progetto politico, un’idea propulsiva ora ridotta ad un clichè; un’utopia, un motivetto consolante da ripetere davanti le telecamere, nella speranza che ci sia ancora qualcuno disposto a credere alle favole. Purtroppo la realtà è ben diversa da come l’avevamo immaginata, da come ce l’avevano fatta immaginare attraverso descrizioni luminose, plastici lucidi e cartine dello stivale magicamente ridisegnate in quei grandi consessi autocelebrativi che sono diventati i salotti tv.

Sono i numeri, le proporzioni matematiche, i rapporti economici tra indicatori socialmente apprezzabili a spazzare via il campo da ogni ambiguità dialettica. E i numeri non hanno voce; posso essere interpretati, ma mai fino al punto di rovesciarne il significato originario (come invece puntualmente accade con le parole). E cosa dicono i numeri del decennio azzurro? Eccoli qui.

Nel 2000 le entrate complessive dello Stato rappresentavano il 45,4% del Pil; nel 2009, alla fine del decennio berlusconiano, questa percentuale è salita al 47,2%, il valore più alto mai raggiunto. In termini assoluti, nello stesso periodo le entrate sono cresciute del 33%, un valore superiore di ben 12 punti percentuali rispetto alla crescita dei prezzi, ferma al 20,6%. In altre parole, il costo della macchina statale aumenta con il passare degli anni molto più di quanto non sia ammesso dall’aumento dei prezzi causato dall’inflazione.

Un simile dato economico non potrebbe essere politicamente più pregnante. Non vi è dubbio infatti che nell’immaginario collettivo i governi Berlusconi (siamo arrivati a quattro, con buona pace per i pronostici di Montanelli) si sono caratterizzati come quelli che “non hanno messo le mani nelle tasche degli italiani”. Al contrario, gli stessi slogan del centrodestra (oltre ovviamente all’intero impero mediatico berlusconiano, tv e giornali in testa) hanno accreditato i governi di centro sinistra come quelli che hanno sempre puntato ad alzare le tasse. E il fatto che sulla questione fiscale gli italiani siano particolarmente recettivi lo dimostra l’esito della campagna elettorale del 2006: Prodi perse terreno sulla base della martellante campagna mediatica di Berlusconi. Con il risultato che quella che fino a poche settimane prima sembrava per il centrosinistra una marcia trionfale, si trasformò invece in una risicata vittoria, per non dire una mezza debacle, come si vide meglio un anno mezzo dopo.

Si penserà allora che i dati sono fasulli, i numeri taroccati o magari forniti da qualche società schermo dei soliti pericolosissimi comunisti. Consultando però quelli che emergono nella relazione annuale della Banca d’Italia, ciò che s’impone all’evidenza dei fatti è la categorica smentita di quella narrazione di cui sono state colonna sonora le roboanti affermazioni che il nostro premier ci ha regalato in tutti questi anni. Dal meno tasse per tutti al meno burocrazia per tutti, passando per il presidente operaio al servizio della nazione.

In estrema sintesi, i numeri evidenziano con chiarezza due circostanze: la prima riguarda le entrate dello Stato nel decennio berlusconiano, la seconda fa riferimento all’incremento delle stesse. Nel primo caso si sottolinea come l’incidenza dell’intera  struttura amministrativa e politica sulla produzione, non soltanto non é diminuita, ma risulta sia addirittura aumentata, in relazione sia all’inflazione, sia al prodotto interno lordo. Non soltanto non c’è quindi stata la promessa riduzione delle tasse, ma al contrario è aumentata la voracità dello Stato.

La seconda circostanza, che emerge da un’analisi interna dei dati riguardanti l’innalzamento delle entrate, indica come questo incremento non sia stato causato da un apprezzamento omogeneo delle principali fonti di gettito, cioè le imposte dirette (quelle sul reddito), le imposte indirette (Iva e accise) e i contributi previdenziali (essenzialmente Inps e Indap). Analizzando le principali componenti delle entrate dello Stato, si osserva infatti che le imposte dirette, quelle generalmente prelevate alla fonte e già pagate in busta paga, sono cresciute tra il 2000 e il 2009 del 33%, una percentuale più alta di quasi 12 punti percentuali rispetto al 20,6 dell’inflazione. In relazione alla crescita del Pil sono invece rimaste sostanzialmente immutate (soltanto 0,2 punti percentuali in più nello stesso periodo).

È quindi corretto ammettere che il gettito delle imposte che si pagano con la busta paga (lavoratori dipendenti) o con la dichiarazione dei redditi (autonomi e partite Iva) non è aumentato nel suo complesso. Quanto questa tenuta generale sia poi il frutto in realtà di uno strano equilibrio raggiunto tra l’inferno delle tasse prelevate alla fonte ed il paradiso di quelle pagate sulla base della dichiarazione dei redditi è tutto da apprezzare. Questo risultato può infatti dipendere anche da altri fattori, come il livello di evasione fiscale. Confrontando, infatti, le aliquote Irpef (l’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche, ndr) per gli anni 2000, 2005 e 2009, non si riscontra una palese riduzione delle stesse, anzi queste paradossalmente – se si considera che secondo l’articolo 53 della Costituzione “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità produttiva” –  tendono ad aumentare per i redditi più bassi, sebbene tale incremento possa risultare neutralizzato da maggiori detrazioni.

È invece leggermente diminuito il cerchio delle imposte indirette, ossia Iva e accise. Se lo si rapporta all’andamento dell’inflazione (meno  2,3% nel periodo considerato), ed in particolare, se lo si confronta con il Pil: da un 14,7% nel 2000 si è scesi ad un 13,6% nel 2009. In particolare c’è da notare che la riduzione più accentuata è avvenuta negli ultimi due anni, cioè nel 2008 e nel 2009 (nel 2007 era ancora uguale a quella del 2000). Ben conoscendo tutti l’incapacità cronica – evidentemente voluta, cercata e realizzata – della complessa macchina statale di dotarsi degli strumenti necessari per contrastare efficacemente i fenomeni dell’evasione e dell’elusione fiscale, si può capire come questi dati, se calati nella situazione italiana caratterizzata conseguentemente da un’evasione fiscale impressionante (si stimano ormai 120 miliardi di euro d’imposte non pagate), indicano come la riduzione del gettito delle imposte indirette che si è verificato – ad aliquote Iva ed importi delle accise invariati – potrebbe segnalare una maggiore evasione.

Con il duce di Arcore al potere la fedeltà fiscale – è noto crolla come una diga logora e consunta che si sbriciola sotto l’impulso antisociale – ma umano, troppo umano – di autoconservazione economica, acutizzato dall’incancrenirsi della crisi che infiamma la rivalità sociale. Va comunque detto che il calo delle imposte indirette rilevato negli ultimi due anni è certamente da mettere in relazione anche con la crisi economica. Da notare, poi, che nel decennio considerato l’anno in cui il gettito delle imposte indirette è stato più alto in assoluto è il 2007, al tempo del secondo governo Prodi: 227 miliardi, poi scesi a 216 nel 2008 – anno della vittoria berlusconiana e dello scoppio della bolla immobiliare negli USA – e 207 nel 2009.

Anche qui, ancora una volta, un dato che segnala come nulla sia stato fatto per migliorare il sistema tributario e fiscale al fine di meglio cogliere il flusso della ricchezza, per poi andarla a colpire lì dove si ammassa artificiosamente, diventando capitale finanziario e producendo una ricchezza virtuale destabilizzante per gli stessi sistemi produttivi del paese. Anzi, un altro dato molto interessante viene dalla voce contributi sociali, che in assoluto è la componente della pressione fiscale cresciuta di più (+46,6% in nove anni), sia rispetto all’aumento del costo della vita (+26% nello stesso periodo), sia rispetto al Pil (dal 12,4% del 2000 al 14,1% del 2009). In altre parole è aumentata di molto la pressione fiscale sul fattore lavoro, in particolare su quello dipendente.

Che cosa dunque si desume dai numeri sopra indicati? Innanzitutto che, aldilà degli alti sonanti proclami su una loro riduzione, le tasse non sono complessivamente calate. Se si considera poi che tutte le vergognose leggi che sono state fatte ingoiare alla Repubblica sono state considerate dal popolo telespettatore come un sacrificio necessario per quella rivoluzione liberale da tutti desiderata ma mai realizzata, il fallimento politico non potrebbe essere più eclatante.

Non si può dunque che prendere atto del disastro politico, economico e fiscale, e dunque inevitabilmente sociale, reso sempre più evidente e irrimediabile da una crescente finora spesa pubblica e da un debito pubblico che ha continuato la sua ascesa ininterrotta, assumendo proporzioni ingestibili nel lungo periodo a seguito del perdurare di una situazione di recessione economica.


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