#Lo schifo persiste #29

12 10 2010

Stefano Sansonetti e Roberto Gagliardini per “Italia Oggi”


È la storia di un disastro tutto italiano. Ancor più amaro se si considerano tutte le discussioni, reiterate come un mantra dalla politica, su quanto sia importante investire in Cina. Piazza Italia, ovvero il più grande food center italiano nel mondo, avrebbe dovuto rappresentare l’eccellenza gastronomica nostrana a Pechino.

Peccato che dopo un paio di anni già piuttosto tribolati, la società chiamata a gestire il progetto, al cui capitale ha partecipato anche lo stato attraverso la Simest, abbia chiuso alla svelta i battenti, oberata dai debiti e da costi insostenibili. Il tutto con una coda dai risvolti quasi diplomatici: Emanuele Plata, presidente di Crai Beijing, ovvero della società di gestione di Piazza Italia, è da sei mesi costretto a rimanere in Cina. Secondo le leggi locali, infatti, finché la società non paga i creditori, i suoi manager non si possono muovere dal paese.

La società in questione è la Crai Beijing, società di diritto cinese partecipata al 61% dalla Tac (Trading Agro Crai) spa. Quest’ultima, con l’interessamento dell’allora ministro delle politiche agricole Paolo De Castro, venne costituita nel 2007 da un drappello di soci tutti attivi nell’agroalimentare: Crai (catena di supermercati), Consorzio Grana Padano, Cavit (produzione di vini), Conserve Italia, San Daniele Service (braccio operativo del consorzio del prosciutto), Frantoi artigiani d’Italia, Boscolo Etoile (ristorazione) e lo stesso Emanuele Plata. È nel marzo del 2008, però, che i soci della Tac decidono di giocare la carta cinese.

E così la Tac costituisce la Crai Beijing co. ltd. A dare una mano, coprendo il 39% del capitale della società che dovrà gestire il food center, c’è però anche lo stato, attraverso la Simest (Società italiana per le imprese all’estero), controllata al 76% dal ministero per lo sviluppo economico. Il progetto viene fatto partire a razzo, con l’affitto di un immobile di tre piani e 3.600 mq in quel di Pechino.

Poi qualcosa comincia a non andare. Costi eccessivi, i primi debiti, la formazione di centinaia di dipendenti che occupa più risorse del previsto. La situazione precipita, nonostante le visite fatte al food center dal premier, Silvio Berlusconi, e da un altro grande sponsor del progetto, il viceministro dello sviluppo economico, Adolfo Urso.

Il 30 settembre del 2009 i soci decidono di mettere in liquidazione la Tac. Del resto a fine anno ci sono debiti saliti da 2,7 a 4,3 milioni di euro, costi di produzione schizzati da 422 mila a 3,5 milioni, trascinati da ammortamenti e svalutazioni varie, una perdita secca di 6,4 mln (l’anno prima il rosso era stato di 375 mila euro). In liquidazione finisce naturalmente anche la Crai Beijing, fonte primaria di tutti i guai della controllante. E c’è da far fronte alle richieste della Simest, con cui era stato siglato un accordo per rilevare il suo 39% per un valore complessivo di 1,3 milioni.

Tutti i dettagli vengono fuori da una allarmata relazione firmata il 26 aprile 2010 da Bruno Calzia.

Si tratta del liquidatore della Tac, che però a suo tempo compariva tra i consulenti dello stesso De Castro.

Dalla sua relazione si apprende della situazione in cui sta vivendo Plata, l’ex presidente di Crai Beijing. Il manager, contattato telefonicamente da ItaliaOggi, conferma. «Sono qui bloccato a Pechino da aprile», precisa, spiegando che le leggi cinesi pretendono il pagamento dei creditori. Tra questi, aggiunge Plata, «il più esposto è la società proprietaria dell’immobile, per svariati milioni di euro, dal momento che abbiamo 5 o 6 mesi di affitto arretrato». Insomma, i destini di Plata sono appesi alle mosse dei soci, privati e pubblici, che devono pagare i creditori.


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13 10 2010
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