Alessandro Del Piero si racconta su “La Repubblica”

6 12 2010
Fonte: di Dario Cresto-Dina per “La Repubblica”
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

A Vinovo, quando finiscono le colonne e il ruminare ferroso dei tir e comincia una strada dal nome senza battesimo, Débouché, una strada che sembra andare da nessuna parte, c’è un prato dove si allena Alessandro Del Piero. Per guardarlo si sale sul tetto piatto di un edificio prefabbricato, uno spiazzo da cecchini, sopra un posto chiamato “Mondo Juve”, una specie di lunapark senza le giostre. È un lunedì pomeriggio e si gela. Sul terreno corrono i ragazzi della Primavera, della prima squadra ci sono soltanto i tre portieri, un paio di riserve e lui, il capitano. Più tardi dirà, offrendomi un bicchiere di tè: «Volevo fare un po’ di palla. Vedi, ho sempre dato molta importanza al mio piede sinistro. Ci lavoro da quando avevo nove anni, incoraggiato dal mio primo maestro, Umberto Prestia. Il mio piede destro è più sensibile e preciso, è quello delle punizioni. Il sinistro è più potente». In campo l’esercizio è questo: i giocatori stanno in fila indiana a una trentina di metri dalla porta con un pallone tra le mani, lo lanciano a un preparatore che glielo restituisce facendolo rimbalzare sul prato. Loro devono calciarlo al volo. Del Piero compie sedici ripetizioni e fa nove gol, tra questi un pallonetto di destro con tocco sotto il cuoio e un sinistro violento che riprende il precedente destro respinto dall’incrocio dei pali. Nessuno in Italia calcia come lui. Qualcuno ha detto: è un robot. Quando abitava nel centro di Torino, ogni mattina entrava in un piccolo bar di via Carlo Alberto. Jeans, giubbotto di pelle, cappellino calato sugli occhi. Ordinava una spremuta. La beveva al banco, le spalle all’ingresso. Gentile e lontano. Un singolarista. «Un timido diventato diffidente. Non credo che un rapporto professionale, un incontro, un’amicizia debbano per forza trasformarsi in una seduta di psicanalisi. Avevo tredici anni quando sono andato da San Vendemiano a Padova. Ero solo, ero un bambino di campagna costretto a lasciare la famiglia per inseguire un pallone. Padova mi sembrava una città enorme. Mi mozzò il respiro».
Lo sistemarono in un appartamento assieme a altri quattordici ragazzi. Ogni due o tre settimane c’era chi se ne andava, chi arrivava. Adolescenti pieni di storie differenti che non osavano raccontarsi, o forse non c’era il tempo per farlo. «È stata un’esperienza dura e formativa, con gli anni il calcio mi ha dato sicurezza. E mi ha condotto dentro la solitudine. Sembro un paraculo, sono un introverso. Trascorro spesso quattro giorni la settimana con i compagni. Ventiquattro ore su ventiquattro. Alla fine voglio vedere altre persone. Vado a cercare chi mi è mancato». Bigatto, Rosetta, Monti, Varglien, Rava, Parola, Boniperti, Sivori, Castano, Salvadore, Furino, Scirea, Brio, Tacconi, Baggio, Vialli, Conte. Sono stati i capitani della Juventus. Alessandro Del Piero è il diciottesimo. Lo è diventato nel 2001. Nello stesso anno ha perso il padre, Gino. «La sua scomparsa mi ha reso più forte, so che dovrò fare i conti con il destino e che potrà dipendere da come tiro i dadi. Gli ostacoli si sono abbassati. Parlo ogni giorno con mio padre. Ho cercato di conservare in me la sua parte migliore. Se n’è andato in un momento difficile della mia carriera. Avevo i soldi per fare tutto, non ho potuto fare nulla. Papà era silenzioso, concreto, leale. Al paese sono andato a parlare con chi lo aveva conosciuto per conoscerlo a mia volta meglio attraverso i loro racconti. Mi porto dentro rimpianti. Le parole che non sono riuscito a dirgli, il tempo che non gli ho riservato, i sorrisi e il pudore che non ho saputo interpretare». Che cosa comporta essere il capitano? «Essere educato, essere un esempio, essere un riferimento. Lo so, può sembrare una frase scontata. Il capitano regola la vita di una squadra. Ci sono rospi da ingoiare, bisogna imparare a accettare una sostituzione, a mostrarsi ogni tanto altruista. Non è una questione di giovani e vecchi, né di intelligenza. Oggi non esistono giocatori stupidi. Mi è successo di bussare alla porta di un compagno per cercare di tranquillizzarlo, ci sono stati ragazzi che sono venuti a cercarmi per confidarmi un problema, una sconfitta privata, un dolore. Con altri ho litigato sul campo e fuori, senza mai fare depositare il rancore. Nel 2005 avevamo una squadra con nove capitani. Ho giocato con campioni dal carisma superiore al mio. Penso a Cannavaro, Buffon, Thuram, Vieira, Emerson, Nedved, Peruzzi, Deschamps, Zidane, Van der Sar, Di Livio, Montero. Padroni degli spogliatoi, fratelli in partita. Ho affrontato decine di volte un altro capitano storico, Francesco Totti. Siamo agli opposti. Io quasi un torinese compassato, lui un romano sanguigno. Francesco non verrebbe mai tra questi inverni, io non mi sono mai neppure domandato se riuscirei a amare Roma. Ci sentiamo al telefono, qualche sms dopo l’ultima Juve-Roma. Mi viene da ridere. Mi ha fatto i complimenti. Ero entrato al decimo del secondo tempo e non avevo combinato granché… So di incarnare un simbolo. La battaglia contro la violenza e il razzismo sarà lunga perché non basta sbattere fuori dagli stadi teppisti, delinquenti e idioti. Vanno educati i ragazzi, le famiglie, la scuola, la società, la politica. Ero un bambino di undici anni quando avvenne la strage dell’Heysel. Quella notte rappresentò per l’Inghilterra una linea di demarcazione tra il prima e il dopo del Paese, non solo del calcio. Serve un confine morale anche all’Italia. Quando non vedrò più padri che insegnano al figlio di sette o otto anni tenuto per mano come si insulta l’arbitro, un giocatore della squadra avversaria o il tifoso del seggiolino accanto, allora comincerò a sperare che le cose possano cambiare. Sono immagini tristi, mi fanno vergognare. A quindici anni, quando stavo in mezzo ai grandi con indole da spaccone, facevo il bulletto pure io, ma da solo, sotto lo sguardo severo di mia madre Bruna, mi pisciavo addosso». Sonia è la moglie. Tobias ha tre anni, Dorotea uno e mezzo. Tra pochi mesi nascerà il terzo figlio. Non hanno voluto sapere se maschio o femmina. Del Piero aveva una Ferrari nera, l’ha venduta. La vita plasma anche gli spazi, i posti a sedere. «Sono un padre mammone, cambio i pannolini, passo notti insonni, serate in cucina. Ho imparato da ragazzo, soprattutto pasta e riso. Il mio futuro è qui. Torino. Ci sono sbarcato a diciotto anni, tremavo davanti alle sue strade larghe e squadrate, alla sua cupezza, alla sua fatica operaia. Ma avrei accettato di dormire anche in una baracca. Oggi è una città trasformata, possiede una dimensione umana e un profumo internazionale. In queste ultime settimane ha ospitato uno dopo gli altri gli U2, Lady Gaga, Shakira. Montagne bellissime, il mare vicino. Oggi mi voglio godere ciò che mi sono guadagnato». Un’altra vita, da Harry Potter a Sun Tzu, passando attraverso Faletti. I libri lo hanno aiutato a parlare pulito, a cercare sinonimi. «Sono diventato un curioso della psicologia. Ho da poco terminato di leggere L’Arte della guerrae Lo Zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel. Mi piace l’idea di focalizzare filosoficamente un gesto. La linea che unisce tiratore, freccia e bersaglio. Vedi, quando segni un gol, mentre aspetti che il pallone ti cada sul piede o ti arrivi rasoterra e poi lo calci, fai tutto in un momento di trance, dentro un vuoto della mente. Vorrei riuscire a fermare il pensiero che regge questo mistero, o almeno quella scheggia di pensiero che ti fa organizzare il gesto, le tre perle della collana: tiratore- freccia-bersaglio. Ho segnato gol bellissimi, ne ho sbagliati di clamorosi. Sono stato un fenomeno e una pippa. Papà teneva i taccuini delle partite. Formazione, risultato, marcatori. Io mai. Da qualche parte qualcuno ha scritto che un artigiano non smette di costruire un tavolo solo perché la moglie lo ha lasciato. Il giorno dopo i disastri mi sono svegliato, mi sono vestito e ho ricominciato. È stato così dopo la finale europea persa nel 2000. Sbagliai due gol facili, la Francia vinse in quei maledetti dieci secondi. Chiesi scusa a Zoff. Il giorno dopo ricominciai. Nel 2006 sono diventato campione del mondo, non ricordo nemmeno più se ho giocato e quanto ho giocato prima della semifinale. So che in quella partita straordinaria contro la Germania ho siglato il 2-0 con un gol bellissimo e in finale ho calciato uno dei rigori decisivi. Vincere è la sola cosa che conta, se non ci fossi riuscito sarei stato un grido spezzato». Gli dico: Agnelli. Che ti fa venire in mente? «Torino, la Fiat, la Juventus. L’Avvocato, il Dottore, Andrea. Incontrai l’Avvocato per la prima volta a diciannove anni, non si accorse neppure di me. Al di là delle sue battute famose, ricordo due episodi. Il 16 marzo ’94, dopo che il Cagliari ci eliminò dalla Coppa Uefa, si presentò nel ritiro di Villar Perosa con un ritaglio di giornale in mano e mi disse: “Senta Del Piero, qui scrivono che siete dei brocchi, dimostri che non è vero”. La domenica affrontammo in campionato il Parma che aveva superato l’Ajax e vincemmo quattro a zero. Segnai tre gol. Un’altra volta al Delle Alpi, prima di un Juve-Milan, mi chiamò al telefono mentre facevo il riscaldamento. Mi vennero a prendere, mi portarono nel sottopassaggio. Poche parole, pochi secondi: “Come sta? Giochi bene, mi raccomando”. Perdemmo 1-0». Quasi trentasette anni, una vita di rincorse, di rigori, di palloni messi sotto l’incrocio dei pali, eppure c’è ancora chi aspetta la sua punizione perfetta. Lui sta dentro la sua pelle di incompleto come un babà, protetto da una lista di record che riempie una pagina di Wikipedia. L’ultimo lo ha battuto senza muovere un muscolo, accomodato sulla panchina dello stadio di Marassi all’ora di pranzo. È diventato il giocatore con la più lunga militanza in maglia bianconera: 17 anni, 2 mesi e 9 giorni. «Non mi sento vecchio. Dentro sono molto, molto giovane. Certo, cambiano interessi e obiettivi. Non ho paure, le scaccio. Non so se sono coraggioso, prima bisognerebbe capire che cos’è il coraggio. A otto anni una macchina mi centrò in pieno mentre uscivo in bici dal cancello di casa. Era il secondo giorno di scuola. La mamma mi caricò sull’auto della vicina, una vecchia Dyane, mi stringeva tra le braccia e piangeva, io staccavo pelle e carne insanguinata dalla fronte e le mormoravo: guarda, non mi sono fatto niente. Kronos un giorno decreterà la mia fine. Ma il prossimo anno giocherò ancora. Nella Juventus, se la società mi rinnoverà il contratto, altrimenti da qualche altra parte, ma sempre in Italia. Dopo dovrò riorganizzarmi la vita. Non farò l’allenatore». Chissà se un miliardario, che ha avuto in sorte di diventare tale restando un Peter Pan col pallone incollato al piede, coltiva ancora dei sogni. «Sì, forse sì. Quello che faccio non è un lavoro. Il lavoro era quello di mio padre, elettricista. Guadagno molto. Voglio che i miei cari stiano bene. Investo, compro case. Arrivo da una famiglia nella quale si guardava anche alle cento lire. Da ragazzino sognavo di avere due soldi in più per potermi permettere un paio di scarpe nuove, una giaccavento, la bicicletta con il cambio. Oggi di sogni ne ho tre: che i miei bimbi crescano in salute, vincere ancora qualcosa nella Juve, tornare ad arrampicarmi nella campagna di San Vendemiano su un ciliegio alto sei metri. In punta le ciliegie prendevano un sole stupendo, erano dolcissime. Ci salivo di nascosto. Lassù ho avuto un po’ di paura, ma sono stato felice. Dopo, è stata solo fortuna».


Azioni

Information

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




%d blogger cliccano Mi Piace per questo: