Forever Young

5 01 2011
The corner of Wall Street and Broadway, showin...

Image via Wikipedia

Il primo gennaio il signor Nachreiner, detto Butch, residente a Buffalo, nello stato di New York, ha compiuto 65 anni. Secondo il New York Times è il primo figlio del baby boom americano ad andare in pensione. In America sono 79 milioni i figli di quel boom di natalità tra il 1946 e il 1964, il 26% dell’intera popolazione. Si sono ribellati alla prudenza della società, alla cautela dei costumi, all’autorità dei genitori e si sono pure divertiti molto. Nei prossimi 19 anni saranno diecimila i signor Nachreiner che ogni giorno supereranno quota 65 e riceveranno una pensione dallo stato.
La generazione forever young è super attiva, non vuole invecchiare, mangia cibi sani, si tiene in forma, legge, viaggia, si affida ai maghi della chirurgia estetica e al Botox. Le aspettative di vita sono migliori rispetto al passato, tanto che al World Science Festival di due anni fa si discuteva sul tema «I 90 anni sono i nuovi 50». Per la generazione che non si fidava di chi aveva più di 30 anni, però è dura. E non solo perché è la generazione che ha sperperato di più, risparmiato di meno e per certi versi anche quella che ha cancellato l’idea stessa della responsabilità personale. La crisi economica, i mutui da pagare, i costi alle stelle del college per i figli, la stagnazione degli stipendi, il crollo dei fondi pensione, i saccheggi a Wall Street e tutto il resto non lasciano immaginare scenari di riposo e un futuro di dolce vecchiaia.

I baby-boomers che hanno frequentato l’università, però, sono stati la prima generazione americana con molto tempo libero a disposizione e abbastanza denaro da potersi permettere di inventarsi stili di vita alternativi, di partecipare alle estati dell’amore, agli happening di autocoscienza e alle sedute di yoga. Sono più felici dei genitori e, secondo l’Economist, più felici rispetto a quando erano giovani e, per questo, anche più produttivi. La formula individuata dall’Economist è quella della curva a U: all’inizio della vita adulta c’è molta vivacità, meno al momento del raggiungimento della mezza età. A 46 anni la vita ricomincia. Non si hanno più vitalità, freschezza e prestanza dei giorni migliori, ma si ha la cosa inseguita per tutta la vita: la felicità. Il signor Nachreiner lavora ancora, segue il football, usa il computer, ascolta Elvis, si rilassa con il suo terrier e al New York Times dice: «Ce l’ho fatta».

I giornali e i blog si interrogano sulla fine di un’era gloriosa e sull’inizio di una nuova fase catastrofica e depressiva sia per i figli del boom sia per le casse dello stato. Politici ed economisti si dividono sulla necessità di intervenire nei conti pubblici per garantire la pensione a tutti e non far fallire il governo federale. Un mese fa il rapporto commissionato da Obama a un gruppo di esperti bipartisan ha proposto di alzare l’età pensionabile a 69 anni, altrimenti il sistema previdenziale pubblico, Medicare, collasserà.
Quando si parla di baby boomers si intendono i nati in quei diciannove anni, ma non è facile definirli. Tra di loro c’è chi è andato a combattere in Vietnam, chi ha partecipato alle marce per la pace, ma anche chi in quegli anni non frequentava nemmeno le elementari. Gli studiosi, a cominciare da Steven Gillon, autore di Boomer Nation, provano a spiegare che il tratto comune dei boomers rispetto alle generazioni precedenti è quello di essere cresciuti sotto l’influenza delle teorie pediatriche del dottor Benjamin Spock, quindi abituati all’indipendenza di pensiero, addestrati a dire sempre la loro invece che a stare in silenzio e ad aspettare di essere interpellati dagli adulti. I boomers sono anche i primi figli della televisione (Mamma Rai, si dice in Italia), oltre che del benessere economico. Sono cresciuti, ha scritto Gillon, con l’idea di avere diritti acquisiti e inalienabili, più che doveri. Si sono appropriati del rock and roll e delle battaglie del movimento dei diritti civili per ampliare l’offerta di scelte di vita individuali.

Si dice che i figli del boom abbiano in comune il rifiuto dei valori tradizionali, ma secondo lo studioso libertario Brink Lindsey non è così. Nel saggio L’età dell’abbondanza, Lindsey associa la generazione del boom al benessere economico. Prima del boom, scrive, la battaglia quotidiana di gran parte degli americani era quella di trovare da mangiare e di che vestirsi. Ma grazie al benessere e all’abbondanza è cresciuta la prima generazione di americani che non ha conosciuto la povertà e non ne ha avuto paura. Di conseguenza è emersa una nuova serie di bisogni da soddisfare: non solo la ricerca dell’autodeterminazione individuale, ma anche la richiesta di un ritorno ai valori tradizionali.
Quel benessere diffuso, secondo Lindsey, ha creato due movimenti culturali che ancora adesso dominano la vita politica e sociale americana. Il primo è quello della sinistra progressista, i cui seguaci volevano esplorare le nuove libertà e si sono impegnati per i diritti delle donne, dei gay e per la salvaguardia dell’ambiente. Il secondo movimento, nato in reazione agli eccessi di sex, drugs and rock & roll, è il cristianesimo socialmente conservatore. Ma forse questa è una battaglia del passato. Oggi la notizia non è solo quella del primo baby boomer che va in pensione, ma anche quella che l’ultimo baby boomer, quello nato il 31 dicembre 1964, ha appena compiuto 46 anni. L’età in cui, secondo gli studi dell’Economist, la vita ricomincia.
Christian Rocca
Articolo sul Sole 24 Ore di oggi


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