Il nuovo Sudan

4 02 2011

Il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan (ora Repubblica del Sud Sudan) è stato un plebiscito e ha segnato la nascita di una nuova nazione africana. A smentire la folla di “esperti” pagati un tanto al chilo per difendere l’Occidente dalle sue evidenti responsabilità, è arrivata di seguito la presa d’atto del governo di Karthum, che ha augurato buona fortuna agli ex compatrioti e auspicato un futuro di buoni rapporti tra i due paesi. Secondo gli “esperti” il governo sudanese non avrebbe mai rispettato i patti, ma solo secondo gli esperti, visto che il regime sudanese non ha mai speso una parola che non fosse per confermare la sua adesione agli impegni presi.

Termina così una saga che è passata attraverso il processo di de-colonizzazione e la successiva lotta per la secessione sudista sostenuta in particolare da Gran Bretagna e Stati Uniti. Il Sudan era in effetti un aborto della colonizzazione, il più grande paese africano (otto volte la Germania riunificata, più dell’Europa senza la Russia), un enorme contenitore di decine di etnie al quale i britannici non avevano offerto e lasciato nulla che non fosse la cultura del dominio in punta di fucile e la divisione della società lungo linee razziali, ad emarginare le etnie più “primitive” e a sottometterle promuovendo a classe dirigente gli arabi, che nel paese rappresentavano decisamente la parte più sviluppata e moderna del paese.

L’indipendenza del Sudan è stata, come quella di molti paesi dopo l’indipendenza, una lunga teoria di dittature sostenute dai referenti occidentali, fino a quando nel Sud del paese sono stati scoperti vasti giacimenti petroliferi. Da allora la voglia d’indipendenza dei sudisti ha trovato un buon numero di fan. Per vent’anni il Sud e il Nord si sono fatti la guerra e il Sud è stato presentato alle opinioni pubbliche occidentali come la vittima del Nord “musulmano”e per mantenere viva questa narrazione è stata prodotta una mole di menzogne che ha ben pochi paragoni.

C’erano persino organizzazioni umanitarie gestite da personaggi come la baronessa inglese Caroline Cox che raccontavano che gli “arabi” del Nord riducevano in schiavitù e vendevano i “cristiani” del Sud,  anche se i cristiani al Sud non sono poi così tanti e, soprattutto, anche se non era vero. Si è scoperto poi che nessuno schiavizzava nessuno e che con i soldi che la Cox raccoglieva per “ricomprare” gli schiavi in realtà comprava armi inglesi, che giungevano in Uganda come “pezzi di ricambio” e da lì finivano all’esercito sudista, alla faccia dell’embargo dell’ONU.

 

Ora la pantomima è finita. Anzi, è finita nel 2004 quando sono stati siglati gli accordi che hanno portato all’indipendenza, firma alla quale i tutori occidentali tenevano così tanto da chiudere gli occhi mentre il regime di al Bashir stroncava nel sangue la rivolta del Darfur fomentata da alcune delle dittature confinanti, quella del Ciad su tutte.

Oggi nasce un nuovo paese, nel quale non c’è nulla, non ci sono infrastrutture, non c’è un governo e non esiste nemmeno una classe dirigente che non sia quel che resta della catena di comando dell’SPLA, l’Esercito di Liberazione del Sud Sudan una volta guidato da John Garang, il leader un po’ ingombrante (e non solo perché iscritto nella lista internazionale dei terroristi) opportunamente sparito in un incidente aereo all’indomani della firma degli accordi. Il destino di questa neonata nazione dipenderà ancora una volta dalla qualità e quantità delle ingerenze occidentali e per questo non è il caso di coltivare eccessivi ottimismi, piuttosto c’è da temere l’ennesimo saccheggio delle ricchezze di un paese per mano di un’associazione a delinquere tra i poteri locali e alcune potenze e corporation straniere.

C’è da scommettere che ora l’interesse per il Sudan “cattivo” e il suo regime adesso scemeranno dalle nostre parti, al Bashir ha le sue gatte da pelare con la rivolta che si è accesa sull’esempio di Tunisia ed Egitto e fino a che non si riaccenderà un nuovo conflitto per il petrolio scoperto nel Darfur meridionale, le faccende del Sudan non faranno più notizia. Che è esattamente ciò di cui hanno bisogno i soggetti che nei prossimi anni s’impegneranno nella facile impresa di saccheggiare le risorse di un paese inerme e privo di una classe dirigente capace di difenderne gli interessi.

 


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4 02 2011
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