La crisi irlandese

7 02 2011

di Michele Paris

Lo scioglimento del Parlamento irlandese e le imminenti elezioni anticipate, rappresentano l’ultimo atto di una farsa politica che ha segnato la fine della disastrosa esperienza di governo del primo ministro Brian Cowen. Mentre il voto del 25 febbraio prossimo produrrà un’inevitabile quanto umiliante sconfitta per il suo partito (Fianna Fáil), il nuovo Esecutivo che uscirà dalle urne è destinato a seguire lo stesso percorso fatto di devastanti misure di austerity per ripagare il prestito erogato dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale seguito alla crisi che ha sconvolto l’ormai ex “Tigre Celtica”.

 

Le tensioni sociali che attraversano l’Irlanda da oltre due anni a questa parte si sono amplificate nel corso delle ultime settimane, fino a produrre un totale sconvolgimento del panorama politico. Al centro delle trame dei vari partiti – alternativamente preoccupati per la loro sopravvivenza politica o decisi a sfruttare l’occasione per conquistare il potere – ci sono le sorti del Taoiseach (primo ministro) Cowen. A preannunciare il destino di quest’ultimo era stato peraltro uno scoop giornalistico, che aveva rivelato la sua complicità con il mondo della finanza responsabile del tracollo dell’economia irlandese.

In un recente libro, infatti, è stata descritta una telefonata e un amichevole incontro di golf tra lo stesso Cowen e Sean Fitzpatrick, già presidente di Anglo-Irish Bank. Il finanziere irlandese, nel 2008, si sarebbe sentito con l’allora ministro delle Finanze per concordare il salvataggio della propria banca sull’orlo del collasso. Poco più tardi, il governo di Dublino avrebbe incluso la Anglo-Irish Bank nel provvedimento di emergenza adottato per garantire tutti i depositi degli istituti bancari del paese, una decisione che avrebbe trasferito i circa trenta miliardi di debito della banca guidata da Fitzpatrick ai bilanci pubblici.

Con la prospettiva di un rovescio memorabile nelle prossime elezioni, a fare il passo decisivo verso la crisi di governo sono stati i Verdi, principale partner del partito di maggioranza. Allarmati per la loro stessa sopravvivenza politica, un paio di settimane fa i Verdi hanno così ritirato il proprio sostegno al gabinetto Cowen, passando all’opposizione. Nel frattempo, per il primo ministro la situazione ha cominciato a farsi critica anche sul fronte interno al proprio partito. I vertici del Fianna Fáil hanno cercato di dargli la spallata per presentarsi al voto anticipato con un leader meno impopolare. Brian Cowen, sostituito dal suo ex ministro degli Esteri, Michael Martin, è stato dunque costretto a farsi da parte, diventando il primo Taoiseach nella storia irlandese a non ricoprire contemporaneamente la carica di segretario del partito di maggioranza relativa.

Il tentativo di proseguire nella propria azione di governo è stato poi ostacolato dalle dimissioni di otto ministri. Dopo il fallito tentativo di rimpasto, Cowen si è ritrovato con soli sette ministri per guidare quindici dicasteri. Definitivamente alle corde, l’ex leader del Fianna Fáil ha alla fine informato i membri del Dáil, la camera bassa del parlamento irlandese (Oireachtas), di aver chiesto ufficialmente alla presidente dell’Irlanda, Mary McAleese, lo scioglimento delle camere con oltre un anno di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura. La fine della carriera politica di Cowen, assieme al riconoscimento dei disastri provocati dalla sua gestione, era giunta pochi giorni prima con la rinuncia ufficiale alla sua candidatura nelle prossime elezioni.

Dopo essere diventata un modello di crescita economica, l’Irlanda ha visto crollare miseramente la propria economia con l’esplosione nel 2008 di una gigantesca bolla immobiliare speculativa. Da allora si sono susseguite una serie di misure di emergenza per salvare le banche più esposte, e ora nazionalizzate, che sono costate centinaia di miliardi di euro.

Con lo svuotamento delle casse pubbliche e sotto la minaccia crescente della speculazione internazionale, il governo di Dublino ha diligentemente proceduto al taglio della spesa sociale e degli stipendi pubblici, così come all’innalzamento del carico fiscale, provocando una crisi sociale che gli irlandesi credevano di aver definitivamente dimenticato grazie alle promesse della deregulation e del libero mercato. Quando, alla fine, l’unica soluzione è sembrata quella di accettare la medicina del Fondo Monetario e della Banca Centrale Europea per accedere ad un prestito di 85 miliardi di euro, nuovi e ancora più dolorosi provvedimenti sono giunti dal governo Cowen.

Erogata la prima tranche del pacchetto salva-Irlanda da 5 miliardi, FMI e BCE hanno chiesto a Dublino di andare oltre e di affondare ulteriormente gli attacchi ai lavoratori e alla classe media indigena. Per sbloccare il resto degli aiuti era perciò necessario approvare una nuova manovra di bilancio che prevede tagli al welfare per 780 milioni di euro, così da mettere l’Irlanda sulla strada verso la riduzione del deficit al di sotto del tre per cento del PIL entro il 2015.

Nonostante gli attacchi giunti da più parti al primo ministro, praticamente tutte le principali forze politiche irlandesi ne hanno condiviso le difficili scelte di politica economica prese in questi due anni. A conferma di ciò vi è l’ampio consenso raccolto dalla legge di bilancio straordinaria appena approvata. Dal momento che, con la defezione dei Verdi,  Brian Cowen si è ritrovato a guidare un governo di minoranza, per ottenere il via libera dalle due camere il cosiddetto “Financial bill” ha avuto bisogno del sostegno di almeno una parte dell’opposizione, come puntualmente è avvenuto.

Grazie poi alle trattative condotte dal ministro delle Finanze, Brian Lenihan, il governo ha evitato una mozione di sfiducia che i due principali partiti di opposizione – Fine Gael (centro destra) e Laburisti (centro-sinistra) – minacciavano di presentare in caso Cowen avesse rifiutato di dimettersi in tempi brevi. L’accordo siglato ha anticipato le elezioni (inizialmente fissate per l’11 marzo) al 25 febbraio, rivelando la totale sottomissione della classe politica irlandese alle élite finanziarie. Il timore era che, anche in questi pochi giorni di differenza, un governo debole e screditato avrebbe potuto esporre il Paese agli attacchi della speculazione internazionale.

I cambiamenti promossi ai vertici del Fianna Fáil a nulla serviranno per evitare una sonora batosta elettorale ad un partito che, a partire dalla sua fondazione nel 1926, ha governato l’Irlanda per ben 61 anni. A beneficiarne saranno Fine Gael e Labour, entrambi nettamente avanti nei sondaggi, che daranno vita ad un governo di coalizione. Per il partito di Cowen c’è addirittura il rischio di vedersi sopravanzare dai nazionalisti del Sinn Féin che potrebbero diventare la prima forza di opposizione, anche grazie al contributo del leader nord-irlandese Gerry Adams, candidato al parlamento della repubblica d’Irlanda.

La politica economica di Dublino, in ogni caso, non cambierà di molto con il prossimo governo. Fine Gael e Labour si sono infatti limitati a criticare Cowen per i metodi con cui sta implementando le misure richieste dal Fondo Monetario e dalla BCE, non certo per le devastazioni sociali provocate nel paese o per la sostanziale rinuncia alla sovranità nazionale in politica economica. Entrambi i partiti si sono limitati a promettere una rinegoziazione del maxi prestito, così da ottenere al massimo tempi più lunghi per ripagarlo o interessi meno gravosi. Il nuovo gabinetto chiederà insomma altri sacrifici a quegli irlandesi che stanno subendo duramente gli effetti delle misure draconiane già implementate.

Una prospettiva che lascia intravedere un ulteriore aumento del malcontento popolare nel prossimo futuro e con il quale il governo che uscirà dalle urne dovrà fare i conti ben presto, dopo una luna di miele con gli elettori che, è facile prevedere, si annuncia di breve durata.


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