Gheddafi e buoi dei paesi tuoi

8 03 2011

Federico Fubini per il “Corriere della Sera

A fine febbraio l’Onu decise il blocco dei beni controllati «direttamente o indirettamente» dalla famiglia Gheddafi. Sono bastati dieci giorni – e una breve nota di Tarak Ben Ammar – per capire che una lettura restrittiva di quella risoluzione può creare imbarazzo in tutte le grandi economie avanzate dell’Occidente. Dagli Stati Uniti alla Germania, passando per Italia, Francia e Gran Bretagna, i fondi sovrani della Libia detengono partecipazioni di cui spesso fino a ieri i gruppi coinvolti non hanno fatto sapere nulla.

Di diramare qualche informazione in più si è fatto carico ieri Tarak Ben Ammar. L’uomo d’affari franco-tunisino ha inviato in serata una precisazione all’agenzia Adnkronos, che poche ore prima aveva dedicato un servizio a Quinta Communications. Com’è noto la Quinta Communications di Parigi, a differenza dell’omonima società italiana di Ben Ammar, conta con l’imprenditore franco-tunisino altri due soci di rilievo: con il 10%la società maltese Lafi Trade, controllata dal fondo sovrano Lybian Arab Foreign Investment Company, e con il 22%Fininvest attraverso la controllata lussemburghese Trefinance.

Fin qui la precisazione inviata all’agenzia di stampa. Poi però Ben Ammar coglie l’occasione per mettere in una prospettiva più ampia la posizione dei libici e mostrare come Quinta sia in realtà solo una delle tante società su cui Tripoli ha delle partecipazioni. È vero che i fondi sovrani arabi, che in Europa hanno già investito circa 340 miliardi di dollari, di solito non rendono nota la composizione del loro portafoglio. Ma Ben Ammar dispone di alcuni dettagli di rilievo sulle quote gestite dalla Lafi-Lybian Arab Foreign Investment Corporation.

In Gran Bretagna- scrive- il fondo di Tripoli ha partecipazioni in GlaxoSmithKline, Royal Dutch Shell, nella banca Standard Chartered, in Vodafone, in Pearson e in Bp. Questi ultimi due sono i casi più di rilevo: Pearson, società editrice del Financial Times, è il solo gruppo quotato a Londra ad aver riconosciuto di avere i libici fra i propri azionisti ed il solo ad aver fatto sapere di averne congelato la quota (del 3,2%). Gli altri non hanno reagito in nessun modo al decreto del Tesoro britannico che sette giorni fa ha recepito la risoluzione Onu.

Bp poi, che ora emerge come una delle società partecipate da Tripoli, nel 2004 svolse un ruolo assai controverso nel disgelo con Gheddafi dopo il caso Lockerbie e ha oggi concessioni e investimenti per oltre un miliardo di euro in Libia. Sorprendenti anche le partecipazioni libiche negli Stati Uniti: comprendono Exxon, Chevron, Pfizer, Xerox e due gruppi che lavorano con il Pentagono come Halliburton (la società di infrastrutture petrolifere guidata negli Anni 90 dall’ex vicepresidente Dick Cheney) e Honeywell (aerospazio).

Nei giorni scorsi, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver congelato beni libici per circa 30 miliardi di dollari, senza però specificare di quali investimenti si trattasse. Quote in società sensibili in realtà i libici ne hanno acquistate anche sul Cac 40, il listino di Parigi. In Francia hanno investito in Alcatel Lucent (comunicazioni e difesa), in Lagardère (giornali, tv e il 7,5%del gruppo di difesa aerospazio Eads), in EdF, Vinci e nella banca Bnp Paribas. Per l’Italia note le partecipazioni in Unicredit (7,5%), Finmeccanica ed Eni, mentre erano sconosciute fino a ieri quelle nella tedesca Siemens, nella spagnola Repsol e nella svizzera Nestlé.

Tutti investimenti sui quali l’Occidente si sta muovendo in ordine sparso: l’Italia le rende note, ma non le congela perché mette in dubbio il controllo «diretto o indiretto» di Gheddafi in questa fase di caos. Londra invece agisce a metà e fa trasparenza a metà. Altri, nel dubbio, tacciono.

[07-03-2011]

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One response

24 03 2011
Forex

Gheddafi dovrebbe marcire in prigione per quello che ha fatto, ma purtroppo la guerra che stanno facendo non è per catturare questo dittatore ma piuttosto per i oliti motivi economici

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