Franchino

19 07 2011

Malcom Pagani per l’Espresso

Le albe da trovare dentro l’imbrunire, la prima canzone in arabo, un titolo “I telegrafi del martedì grasso” rimasto nelle nebbie di un angiporto inglese. «Durante un tour a Manchester vidi una scritta sul muro. Invitava ad arruolarsi. Mi appropriai dell’idea e scrissi una canzone. Poi usai la frase per inclinare ereticamente il piano del mio disco». “Up patriot to arms”. L’esortazione pretendeva una scelta e Franco Battiato indossò la divisa di complemento. Era il 1980.

Franco BattiatoFRANCO BATTIATO

Da allora, non è cambiato molto. «Mi parve giusto usarlo e oggi lo riutilizzo in una nuova tournée che parte da Roma perché questo Paese, come allora, ha bisogno di svegliarsi». All’epoca, il viso lungo del siciliano che scelse di naufragare a Milano ai tempi in cui la vita era agra e Luciano Bianciardi faceva notte al Bar Jamaica, cambiò le regole d’ingaggio della musica italiana. Due milioni di copie in tre anni. Estati solitarie, bandiere bianche, cinema all’aperto, voci del padrone, zingari, alberghi a Tunisi e sirene di Ulisse che non hanno mai conosciuto il difetto del calcolo.

BattiatoBATTIATO

Da allora Battiato, che crede nella reincarnazione, ha interpretato molte vite. Pittore, scrittore, regista, mentore, operista. Eremitaggi, sveglie alle cinque di mattina e ascese velocissime che a 66 anni lo hanno legato al palco. Ama schermirsi, definire «grossolano» ogni tentativo di interpretazione del reale, cambiare d’abito. Anche se il contesto, come la madre di una sua canzone è definitivamente imbiancato, la rabbia è rimasta giovane.
Voleva pensionare gli addetti alla cultura.

«Alla furia iconoclasta e dissacrante, in “Up patriots to arms” univo l’autoironia. Cantavo le pedane piene di scemi che si muovono e parlavo anche di me».

Riemergeva dalla musica elettronica. 
«Ho avuto una fortuna spudorata. Lei non ha la minima idea di cosa fossero davvero gli anni Settanta. Un delirio di suoni, viaggi improbabili, slogan inutili. Un’ipnosi collettiva, non sempre lieta».

Franco BattiatoFRANCO BATTIATO

Ricordi? 
«La sperimentazione era puro pauperismo. Interpolavo le composizioni aiutandomi con il Revox, uno strumento a nastro che avevo dominato a fatica, da autodidatta».

Cova qualche nostalgia? 
«È incredibile che qualcuno abbia creduto nella mia follia. Quando un po’ rivendicativi e fintamente nostalgici mi dicono: “Franco, ti ricordi quanto venivamo a vederti in quattro?”, mi irrito. L’approvazione unanime non è mai stata un mio problema. Non sapevo neanche che hit parade significasse classifica».

Erano in quattro o era una balla? 
«Non è vero ma non me ne è mai importato nulla. Il successo non era ancora diventato una legge di natura. Se cerca l’artista originale e incompreso casca male. Non ho mai sofferto perché il pubblico non mi assecondava. E comunque, tra il ’72 e il ’74, i miei primi due dischi superarono le 20 mila copie».

battiatoBATTIATO

Quali erano i suoi riferimenti? 
«Le influenze sono complesse. Mi sono progressivamente arricchito di insegnamenti che non posso considerare casuali. Ho scoperto la meditazione quando ero sopraffatto dalle nevrosi, i mistici quando la necessità di una sfera spirituale diventò urgente e i tibetani da dieci anni, studiandoli dal 1100 a oggi. Praticamente, non leggo altro».

Battiato aspira ancora all’ascesi? 
«Nella vita ho incontrato persone interessantissime e confrontato punti di vista. Più di tutto ho osservato. Aeroporti, comportamenti, malinconie. Ho imparato che le categorie sono la cosa più stupida che esista. Ho visto intellettuali volgarissimi, geni e tassisti filosofi».

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A Milano divenne amico di Giorgio Gaber
«Giocavamo a poker a casa sua con Roberto Calasso e sua moglie Fleur. Il premio, per chi vinceva, erano i libri Adelphi. Ho conosciuto i russi, gli americani, i francesi, la letteratura. Era un bel periodo. La sera in cui Ombretta Colli conobbe Calasso gli disse: “Senti Roberto, io scrivo poesie, ti sarei grato se le potessi leggere”. Tirò fuori un foglio e glielo porse. L’altro lo prese, lievemente in imbarazzo e poi rise. Il foglio era bianco, fu spiritosa».

Oggi Battiato è un uomo diverso? 
«Quando qualcuno mi chiede di che segno sono, rispondo “ero dell’Ariete”».

Perché decise di cambiare? 
«Non volevo rimanere lo stesso artista di prima. Non è il pubblico ad aver mutato parere su di me. Sono io che ho cambiato genere, decidendo di spostarmi con un certo apparente cinismo verso la musica commerciale».

battiato GIOVANEBATTIATO GIOVANE

Le spiace se parliamo di politica? 
«Se proprio vuole».

Silvio Berlusconi sta tramontando? 
«Somiglia a una vecchia gloria in declino che alla prima bottiglia piovuta sul palco, in un istante, capisce che la festa è finita».

Come ha fatto a rapire il senso comune?
«Certi programmi televisivi radicano il proprio consenso in un’area che, al pari dei rettili, accudisce solo tre esigenze fondamentali. Mangiare, defecare e procreare».

Procreare? 
«Fare l’amore è già un concetto di ordine superiore».

Per “Radio Varsavia” subì un processo popolare. Le diedero quasi del fascista. 
«I totalitarismi sono osceni. Comunque destra e sinistra mi annoiano. Cerco complessità differenti, più alte».

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La classe politica non la convince. 
«Non si può sparare nel mucchio. In generale, la detesto. Alcuni politici spendono in trucchi e illusionismi e negano le pensioni sociali. Quando vedo famiglie che risparmiano 5 euro mi sento male».

Povera patria? 
«Il Paese si divide in tre micronazioni. Una schifosa, un’altra disillusa, che se ne frega di chiunque e l’ultima, che è eccezionale. È incredibile che nessuno abbia fatto una rivoluzione per liberarsi di manigoldi e cricche».

Duro. 
«Giusto. Quella è gente capace di buttare via trenta milioni di euro per una piscina il cui tetto crolla ancor prima dell’inaugurazione o stanziarne seicento per un G8 mai realizzato. La moglie di un noto gentiluomo di Sua Santità attingeva direttamente ai finanziamenti statali. Non so se è chiaro. Se mi sono spiegato».

FRANCO BATTIATOFRANCO BATTIATO

Chiarissimo. 
«Allora devo essere severo e notare che l’opposizione ha sicuramente qualcosa di non limpido da nascondere».

Lei è più arrabbiato di Beppe Grillo. 
«Grillo la sa lunga e ha rivelato non poche verità. Ma è troppo agitato e rischia di respingere. Se calma l’eloquio, si farà capire anche da chi si rifiuta di ascoltarlo».

Le donne nella politica del 2011? 
«Non riesco a considerare le moderne ministre alla stregua di esseri umani tradizionali. Forse è un problema visivo. Portano occhiali eccessivi, montature allusive, sembrano le professoresse di certi film pornografici che a un tratto, senza preavviso, si rivelano».

monda19 fr battiato

Non l’abbiamo mai vista partecipare a un dibattito politico. Ascoltandola, non è difficile intuire il perché. 
«Sarei dovuto andare da Santoro, ma non mi potevano garantire l’assenza di parlamentari. Odio litigare, ma sapevo che con loro, in pochi minuti, si sarebbe superato il limite della decenza. E all’impudicizia bisogna rispondere, scendendo in campo aperto. Con i professionisti del nulla perdi. Perdi sempre. Il problema è un altro».

Quale Battiato?
«Io sono contrario alle cavallerie pelose. Ricorda quando Veltroni, con la sua imperturbabilità si presentò alle elezioni sostenendo di stimare Berlusconi?».

Non disse esattamente così.
«Lo fece capire e partì male. Se avesse detto: “Io con questo signore non parlo, fino a quando non smetterà di insultarci”, gli avrei creduto. La gentilezza formale opposta agli slogan non ha aiutato chi cercava un’alternativa».

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Questa è un’epoca per gli sloganatori come li chiamava Arbasino. 
«I pappagalli, ma sarebbe più giusto chiamarli servi, sono abituati a ripetere a memoria la lezioncina».

In Italia siamo rapidi a deificare e abbattere illusioni in un lampo. 
«È una vecchia storia. Questo è il Paese del colonialismo che infilzava i bambini libici con le baionette. Del fascismo alleato con i tedeschi che tagliavano la gola con le corde di violino perché la sofferenza durasse più a lungo. C’è una zona nera, di una violenza inaudita».

Spera nei giovani? 
«Mai stato giovanilista, neanche nell’adolescenza. Puntavo alla vecchiaia e in effetti, mi trovo meglio adesso. Il vitalismo dei 16 anni è un inganno. Senza l’esperienza mancano gli strumenti per orientarti».

Lei li possiede? 
«Li cerco. Quando ascolto qualcuno che ha i mezzi per interpretare la realtà mi inchino. Lo riconosco come simile».

Lei vive a Milo, in un eremo tra pietre, sole, vulcani e silenzio. Insegue come in una sua vecchia canzone: “La misantropia celeste di Benedetti Michelangeli”? 
«Non sono un misantropo. Provo compassione, conservo le amicizie, amo la compagnia non meno della solitudine. Ho vissuto un’infanzia tribale con compagni di strada con i quali condividevo l’avventura di un genitore emigrante».

Suo padre saliva sui piroscafi, sudava nei porti americani e sembrava un manifesto vivente del Nuovo mondo. 
«Amava la musica, ma temeva che ne facessi un mestiere. Era spesso lontano e i soldi erano pochi. Sono cresciuto tra le donne. Con mia nonna, mia madre Grazia, una mia zia sarta e un gruppo di allieve che avrebbe fatto impazzire Roman Polanski. Divertimento puro. Attraverso la loro semiologia sentimentale, i racconti e la descrizione del contesto ho imparato a leggere i volti e ciò che trasmettono».

Battiato è lombrosiano? 
«Non sono così schematico. Per me la fisognomica è una questione di vibrazione. Di empatia con il prossimo. Se sento che la persona che mi sta davanti e non per motivi estetici, che pure contano, non mi piace, io scappo a gambe levate».

La sua spiritualità ogni tanto esonda. Con la chiesa del teologo Joseph Ratzinger non è stato tenero in passato. 
«Come diceva Jung, un conto è la teologia, altro è l’esperienza».

Però lei suonò per Wojtyla. 
«Mi chiamò un dirigente della Emi: “A Battia’, te cerca er Papa”. Riflettei il giusto e poi andai».

Da trent’anni, la critica musicale la incensa senza percepibili dissonanze. Al cinema le cose vanno diversamente. Il suo “Musikanten”, al Festival di Venezia venne fischiato. 
«Quando la critica non codifica, stronca. Venezia purtroppo è quel che è. Una gogna dove il gaudio massimo è il dileggio. Durante la proiezione entrarono ragazzi che telefonavano e ridevano».

Franco BattiatoFRANCO BATTIATO

Inaccettabile?
«Non so se li abbia mandati qualcuno, ma in un Paese serio i critici si alzano e bloccano immediatamente la proiezione. Invece non è successo niente. È triste. Capita anche ai maestri comunque».

A chi si riferisce? 
«Sono andato a vedere “L’albero della vita” e la gente sembrava a un concorso di barzellette. Malick avrebbe potuto tagliare qualcosa, ma meritava rispetto».

Lei però continua a pensare al cinema. 
«Preparo un’opera su Haendel. Il mio documentario su Gesualdo Bufalino è stato proiettato in mezza Europa. E il pubblico altrove è più libero. Da cantante posso fare qualsiasi cosa. Dietro la macchina da presa sono in viaggio. Cerco lo straniamento, una fotografia impervia, la mia maturità. Ho molto da dire, mi creda».

Chi la conosce la descrive permaloso. Ha ascoltato l’imitazione di Fiorello? 
«Fiorello è simpatico. Ci siamo incontrati: “La potresti fare meglio”, gli ho detto. “Esageri con l’accento siciliano”».

Lui? 
«Si è divertito. L’avevo studiata e ho scambiato i ruoli: “Un oceano di silenzio, scorre lento…”. (stavolta è Battiato a imitare Fiorello, ndr.). Non voleva crederci».

Tra il 1979 e l’82 vendette un milione e mezzo di dischi. Poi confessò che considerava “Centro di gravità permanente” un motivo banale salvato da un buon testo. Un’abiura?
«Che le posso dire? Ancora oggi eseguo in concerto alcuni pezzi di allora. Gli sono affezionato. Cambiamo tutti e, invecchiando, andiamo all’essenziale. La mia radice è assolutamente metafisica. Non avrebbe bisogno di parola né di spiegazione».

Progetti? 
«Ultimamente ho lavorato a un’opera su Bernardino Telesio. Abbiamo debuttato a maggio al teatro Rendano di Cosenza che ce l’ha commissionata. Mi ha fatto bene. Preferisco essere in una zona in cui la necessità di comunicare urgentemente sia bandita come la peste. È la mia natura».


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