Carramba che sorpresa !

23 07 2011

Livia Manera per il “Corriere della Sera”

Questa è una storia sorprendente, una storia conosciuta a pochi e una storia molto americana, accaduta quando a New York – poco dopo la metà degli anni 80 – Andy Warhol teneva spettralmente corte nei ristoranti alla moda di Downtown, i mercanti d’arte si litigavano i quadri di Jean-Michel Basquiat, e i lettori e i critici, per una volta d’accordo, incoronavano star letteraria dell’anno una ragazza di ventinove anni che si chiamava Mona Simpson e aveva appena pubblicato un bel romanzo d’esordio intitolato «Anywhere but here» («Dovunque ma non qui» , nell’edizione Mondadori).

Mona SimpsonMONA SIMPSON

 

Ricordo ancora come cominciava: due parole seguite da un punto che ai miei occhi portavano la firma di Gordon Lish, l’editor che sarebbe stato riconosciuto- non senza polemiche e strascichi- come l’inventore del minimalismo americano. Erano gli anni in cui Lish, lavorando alla Knopf, infieriva genialmente sulla prosa di Raymond Carver – ma anche di altri – mozzando interi paragrafi e facendo strage di aggettivi e avverbi che non corrispondevano alla sua estetica inflessibile.

Non so se fosse sua o di Mona Simpson la scelta dell’incipit di «Anywhere but here» : «We fought» . Ma so che suonava più aggressivo del nostro «Litigavamo» , e che aveva il sapore e l’intenzione di una di una sfida. Quella di raccontare il turbolento rapporto tra una ragazzina dodicenne e la sua giovane madre, che a bordo di una Lincoln Continental fuggono da un’esistenza mediocre attraverso un’America assolata e poco ospitale. Il padre della ragazzina le aveva abbandonate. Era un romanzo che colpiva, letterario e muscoloso, ma in Italia sarebbe passato inosservato.

MONA SIMPSONMONA SIMPSON

Accade dunque che a New York, nel dicembre del 1986, Mona Simpson dà una cena nel suo appartamento dell’Upper West Side per una dozzina di persone, tra cui i miei migliori amici- lui scrittore, lei storica dell’arte – che mi estendono l’invito. C’è l’aria calorosa di una celebrazione in famiglia (la famiglia dei giovani newyorkesi sradicati, cioè il giro degli amici stretti), e a tavola mi accorgo di conoscere tutti i presenti, tranne un ragazzo a cui do non più di venticinque anni (ne aveva qualcuno di più), che siede davanti a me ed è troppo sicuro della propria intelligenza per essere simpatico.

Ha un grande ciuffo di capelli neri e porta i jeans e un maglione scuro. Quando parla col mio vicino di destra- il giovane scrittore con cui sono arrivata- lo fa con l’aria di volerlo sfidare- anzi, di volerci sfidare tutti. Viene dalla California, e tutti quei giovani brillanti che chiacchierano dando per scontato di essere al centro del mondo perché vivono a New York, gli danno fastidio. Il suo argomento è un’ipotetica superiorità della California. Il mio vicino di destra ci casca e la conversazione diventa tesa. Il giorno dopo alle dieci ricevo una telefonata.

È Jenny, l’unica degli amici stretti che la sera prima non è potuta venire, che chiede: «Allora, come ti è sembrato il famoso fratello di Mona?». Capisco subito che si riferisce al ragazzo che a tavola mi sedeva davanti, anche se Mona è bionda, sottile e angolosa, e lui non le somiglia affatto. «Perché famoso?», chiedo. E quando Jenny me lo dice confesso di rimanere perplessa. Il mio orizzonte di conoscenze è, evidentemente, molto limitato.

Ed ecco la storia che avevo promesso, quella sorprendente, conosciuta a pochi e molto americana. È la storia di una ragazza (Mona Simpson) abbandonata dal padre quando ha cinque anni e afflitta da un rapporto conflittuale con la madre, che mentre scrive un romanzo autobiografico sulla propria infanzia («Anywhere but here» ) decide di rivolgersi a un detective privato per rintracciare il padre scomparso.

LIVIA MANERALIVIA MANERA

Il detective lavora a lungo ma alla fine deve confessare di non essere riuscito a trovare neanche una traccia di quell’uomo. Quello che ha trovato, invece, è un altro detective che nella West Coast sta cercando da anni invano la stessa persona per conto di un altro figlio. Così Mona scopre di avere un fratello, nato due anni e mezzo prima di lei, che è stato dato in adozione a una coppia californiana. Gente modesta: il padre adottivo del ragazzo è un meccanico.

Mentre Mona si fa strada all’università e approda a New York alla Columbia, il fratello abbandona il college, parte per un viaggio in India e quando torna si mette a trafficare in garage. Lei scrive un bestseller, lui inventa la Apple computers. Considerato che stiamo parlando del 1986, la sera di quel party nell’Upper West Side Steve Jobs era già stato estromesso dalla Apple (l’avrebbe riconquistata nel 1997), e si trovava nella bizzarra posizione di un genio che ha fallito. Forse per questo, rifletto mentre parlo con Jenny al telefono, la sera prima era così competitivo e risentito.

«He’s a has been» , dicono gli americani dei prodigi che non mantengono la promessa. È un’espressione meravigliosamente cinica per dire che una persona importante non conta più nulla. Non so se ho sognato che qualcuno l’abbia detto di Steve Jobs quella volta. Ma se penso a tutto quello che quel ragazzo arrogante ha fatto da quella sera di dicembre ad oggi, è di un’ironia ancora più sublime, e mi piace pensare che sia andata così.


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