Yemen, protettorato USA

17 07 2012

di Michele Paris per AltreNotizie

Uno dei paesi che negli ultimi anni ha attirato maggiormente l’attenzione degli Stati Uniti è senza dubbio lo Yemen. L’impoverito paese della Penisola Arabica, a partire dallo scorso anno, è stato anch’esso attraversato da un massiccio movimento popolare di protesta che, come altrove, si è risolto in una soluzione inoffensiva per gli interessi di Washington. Le manifestazioni contro il regime trentennale di Ali Abdullah Saleh, già stretto alleato degli USA, sono infatti finite con la deposizione del presidente grazie ad una iniziativa patrocinata da quegli stessi americani che continuano a mantenere uno stretto controllo sulle sorti dello Yemen.

A mettere in luce come il presunto nuovo corso del quadro politico yemenita sia manovrato in gran parte dagli USA è stato un articolo pubblicato la settimana scorsa dal quotidiano libanese Al Akhbar. L’intermediario tra l’amministrazione Obama e il nuovo regime è rappresentato dall’ambasciatore americano a Sana’a, Gerald Feierstein, che la testata libanese non esita a definire “il nuovo dittatore” del paese più povero dell’intero mondo arabo.

La realtà dello Yemen smentisce in maniera clamorosa ogni pretesa da parte di Washington di aver favorito una transizione democratica in seguito ai disordini provocati dalla rivolta esplosa sull’onda della Primavera Araba. Con il presidente Saleh deciso a rimanere al potere ad ogni costo, dopo lunghe trattative gli Stati Uniti e i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), con Arabia Saudita in prima fila, qualche mese fa erano finalmente riusciti a trovare un accordo per sbloccare la situazione di stallo.

Grazie alla cosiddetta “Iniziativa del Golfo”, infatti, Saleh ha accettato di farsi da parte, così che lo scorso febbraio sono potute andare in scena elezioni-farsa che hanno portato al potere il suo vice, Abd Rabbuh Mansour al-Hadi, solo ed unico candidato ad apparire sulle schede elettorali.

La “transizione” senza scosse pilotata da Washington e Riyadh ha fatto in modo che la situazione non sfuggisse di mano ai due paesi che esercitano la maggiore influenza sullo Yemen, così da evitare un contagio della rivolta in Arabia Saudita e poter mantenere il controllo su un paese situato in posizione strategica nella Penisola Arabica. L’importanza dello Yemen è d’altra parte testimoniata dal coinvolgimento degli Stati Uniti, i quali hanno rafforzato i legami con il regime e avviato una intensa campagna militare per mezzo dei droni. Il pretesto per l’interventismo USA in Yemen è dato dalla presenza nel paese di Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), secondo la propaganda ufficiale l’organizzazione terroristica attualmente più pericolosa per la sicurezza americana e dell’Occidente.

In questo modo, lo Yemen sembra essere diventato poco più che un protettorato degli Stati Uniti, come conferma, ad esempio, la vicenda descritta da Al Akhbar del giornalista Abdel Ilah Shaeh, condannato a 5 anni di carcere per aver rivelato che un attacco con un drone americano nel dicembre 2009 aveva causato la morte di 35 tra donne e bambini.

In un’apparizione alla TV yemenita, l’ambasciatore Feierstein ha recentemente dichiarato che gli USA “non avrebbero permesso” la liberazione di Shaeh poiché, a causa dei suoi presunti legami con Al-Qaeda, il giornalista rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti. Secondo Al Akhbar, questa è stata la seconda volta che gli USA hanno messo il veto sulla scarcerazione di Shaeh, il quale aveva ottenuto la grazia dal presidente Saleh prima dello scoppio della rivolta nel paese. La prima fu tramite una telefonata di Barack Obama allo stesso Saleh.

Inoltre, quando un gruppo di giornalisti yemeniti ha tenuto una marcia di protesta contro la mancata liberazione del collega davanti all’ambasciata USA di Sana’a, in molti hanno notato veicoli delle forze di sicurezza locali, utilizzate per il trasferimento di prigionieri, entrare nell’ambasciata stessa, con ogni probabilità per trasportare da una vicina struttura detentiva sospettati di terrorismo da sottoporre a interrogatori ad opera di personale americano.

L’ambasciatore Feierstein è stato bersaglio di accese critiche anche per una serie di lettere, pubblicate recentemente dalla stampa yemenita, inviate al ministro degli Interni, Abdul Qadir Qathan, per “suggerirgli” alcuni cambiamenti ai vertici delle forze di sicurezza, necessari per mantenere la pace nel paese. Feierstein, infine, appare costantemente sui media locali dove, violando le consuete regole diplomatiche, discute apertamente le questioni politiche all’ordine del giorno in Yemen. Per Al Akhbar, in definitiva, il potente ambasciatore americano “ha assunto di fatto un ruolo di governo in Yemen, agevolando il progresso ma solo nella misura in cui esso non contrasti con gli interessi USA”.

Il ruolo di Feierstein riflette l’intreccio esistente tra Washington e Sana’a, un rapporto fondamentale per la salvaguardia degli interessi di entrambi i governi. Come ha spiegato il ricercatore di Princeton, Gregory Johnsen, in un’intervista all’agenzia di stampa IPS a fine giugno, “il presidente Hadi e Obama si trovano in un rapporto di mutua dipendenza sempre più profondo.

Quando Hadi è salito al potere non aveva una base di supporto sicura in Yemen, perciò aveva bisogno dell’appoggio americano e della comunità internazionale. Allo stesso tempo, gli USA necessitavano di Hadi per continuare a colpire AQAP” o, meglio, per mantenere la propria influenza sul paese della Penisola Arabica.

Precisamente per quest’ultimo scopo, Washington ha promosso assieme all’Arabia Saudita l’Iniziativa del Golfo, cioè l’accordo che ha rimosso il presidente Saleh, tanto che recentemente Obama ha emesso un decreto esecutivo che consente agli Stati Uniti di adottare misure punitive contro qualsiasi individuo o gruppo che ostacoli l’implementazione dell’accordo stesso.

La difesa dei termini dell’Iniziativa del Golfo, assieme alla minaccia terroristica, hanno così fornito agli USA la giustificazione per intervenire in maniera diretta a fianco del regime yemenita, trovandosi ufficialmente a combattere con organizzazioni estremiste che, in realtà, risultano essere in gran parte forze di resistenza che si oppongono al governo centrale, come i separatisti attivi nel sud del paese e i ribelli sciiti a nord.

L’impegno americano in Yemen continua in ogni caso a crescere sia in termini di aiuti finanziari sia dal punto di vista militare. Un articolo del Los Angeles Times del 21 giugno scorso ha ad esempio rivelato che Washington starebbe addirittura valutando la possibilità di inviare per la prima volta nel paese aerei militari americani per facilitare il movimento delle truppe governative nelle zone coinvolte nel conflitto con Al-Qaeda nella Penisola Arabica. Questo ulteriore sforzo per aiutare il regime a soffocare il dissenso interno arriverebbe in aggiunta alle decine di truppe delle Operazioni Speciali americane da tempo presenti in territorio yemenita.

Dietro le apparenze di cambiamento, insomma, il regime che guida lo Yemen e i rapporti con i propri sponsor internazionali rimangono pressoché immutati anche dopo le oceaniche manifestazioni di protesta dell’ultimo anno e mezzo.

Non solo Saleh e il suo clan continuano a mantenere un forte ascendente sulla vita politica del paese, ma la transizione voluta dagli USA e dall’Arabia Saudita ha fatto in modo che a tutt’oggi non sia stata avviata alcuna forma di dialogo nazionale tra il governo, le opposizioni e la società civile. Allo stesso modo, non è stata approvata una nuova Costituzione né sono state indette elezioni credibili.

La strategia americana e dei paesi del Golfo in Yemen rischia perciò di risolversi in una ricetta che finirà per alimentare sempre maggiore instabilità e malcontento in un paese che fa segnare un livello ufficiale di disoccupazione superiore al 40 per cento.

L’insofferenza verso il regime, infatti, rimane intatta, mentre la campagna di assassini condotta con i droni contribuisce a diffondere tra la popolazione un odio sempre più profondo verso gli Stati Uniti e i loro alleati.





Gooryo

23 02 2012

Federico Rampini per “la Repubblica

HyundaiHYUNDAI

«Ero appena uscito da un incontro con il presidente della Corea del Sud che mi aveva fatto la richiesta seguente: vogliamo importare a Seul insegnanti di inglese madrelingua, dagli Stati Uniti, perché i nostri ragazzi imparino meglio e più in fretta. Arrivo alla conferenza stampa, e qual è la prima domanda che mi rivolge un giornalista americano? Se ho letto il libro di Sarah Palin».

Lo sfogo di Barack Obama è raccolto dalla reporter del New York Times Jody Kantor nell´ultima biografia presidenziale. Sottolinea la sfasatura tra il gossip politico che insegue Obama sull´altra sponda del Pacifico, e la capacità di fare progetti di lungo periodo, di investire nel futuro, che il presidente americano ammira nei suoi interlocutori asiatici. Presto Obama tornerà in Corea del Sud, il 25 marzo, e sarà la terza volta in tre anni.

Un´attenzione giustificata: questo dragone asiatico continua a stupire per la sua competitività, la sua capacità di sfornare innovazioni a gettito continuo. In questi giorni alcuni taxi gialli di New York sperimentano una nuova tecnologia che consente di fare la spesa col proprio telefonino: seduti in mezzo al traffico di Manhattan i passeggeri possono scegliere cosmetici e altri prodotti di lusso, al momento del conto pagano infilando la carta di credito in un mini-terminale installato sul taxi.

Samsung Electronics Co.SAMSUNG ELECTRONICS CO.

È tecnologia sudcoreana, già collaudata da tempo a Seul. Il recente rapporto dell´Unione europea sulla performance dei vari sistemi-paese nell´innovazione, s´inchina di fronte alla superiorità sudcoreana. Nella classifica Pro Inno Europe, il dragone asiatico «supera i 27 paesi dell´Unione europea in sette indicatori, inclusi gli investimenti in ricerca e sviluppo e la quantità di brevetti internazionali registrati», si legge nel rapporto. Dietro questi risultati ci sono dei colossi industriali che non hanno mai lesinato risorse per essere all´avanguardia mondiale nelle invenzioni.

La Samsung Electronics quest´anno ha già stanziato 40 miliardi di dollari per investimenti nella ricerca, e assumerà 26.000 nuovi addetti. Ha superato la Nokia come primo produttore mondiale di smartphone, anche se proprio negli ultimi giorni ha dovuto cedere per poche lunghezze lo scettro del numero uno mondiale alla Apple. Nel mercato dell´auto Hyundai e Kia hanno visto salire le loro vendite del 17% l´anno scorso, e quest´anno prevedono di fare ancora meglio grazie ai due trattati di liberoscambio firmati con Usa e Ue. La Elantra della Hyundai ha vinto l´ambìto trofeo “North American Car of the Year” al salone dell´automobile di Detroit, per la seconda volta.

Telefonini e automobili non sono le uniche meraviglie della tecnologia sudcoreana, che si applica in campi ben più importanti per la qualità della vita. Solo pochi esperti lo sanno in Occidente, ma la Corea del Sud ha fatto meraviglie nella scienza medica e nelle tecnologie biogenetiche, con risultati notevoli nella guerra contro il cancro. Il tasso di sopravvivenza ai tumori è salito dal 59% nel 2008 al 62%. Le statistiche sanitarie dell´Ocse rivelano che Seul ha fatto i migliori progressi del mondo per la sopravvivenza dal cancro allo stomaco (65% contro il 26% negli Usa e il 25% in Europa) e tocca punte di sopravvivenze del 90,6% per i tumori al seno.

Dietro questa eccellenza scientifica e tecnologica c´è un fenomeno più vasto. È il miracolo di una rinascita che sembrava impossibile. In fondo la Corea del Sud poteva essere una storia di successo consegnata irrimediabilmente nel passato, come lo è in parte il Giappone (in stagnazione da vent´anni). L´ascesa della Cina, il colosso che sta alle sue frontiere, ha messo in campo un concorrente formidabile, imbattibile per la stazza e per il livello dei suoi costi.

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Per di più la Corea del Sud subì in pieno lo shock di due crisi relativamente ravvicinate, quella del sudest asiatico scoppiata nel 1997 e poi quella venuta dall´America nel 2008. E invece il piccolo dragone torna a sputare fuoco come ai tempi del suo decollo iniziale. Il prestigioso istituto di ricerca Bruegel di Bruxelles (che ebbe Mario Monti tra i suoi fondatori) ha appena pubblicato uno studio che indica la Corea del Sud come un modello virtuoso di uscita dalla crisi, un esempio che i governi europei farebbero bene a studiare.

Grazie a vigorose iniezioni di spesa pubblica, spiega il ricercatore Zsolt Darvas dell´Istituto Bruegel, «la Corea del Sud dopo una pesante caduta del Pil, analoga a quella europea, si è ripresa a tale velocità che nel terzo trimestre del 2011 superava già del 10% i livelli pre-crisi del 2008». Un risultato non banale per chi deve difendersi dalla macchina da guerra dell´industria cinese, indiana, vietnamita.


Qual è il segreto più importante della rinascita sudcoreana? È proprio quello catturato da Obama, nella sua ammirazione per la richiesta del presidente sudcoreano di “importare” interi contigenti di prof d´inglese dagli Stati Uniti. L´investimento nell´istruzione è la base di tutto: senza questa premessa, non basterebbero neppure le decine di miliardi stanziati da Samsung e altri colossi industriali nella ricerca. L´uno è la condizione per il successo degli altri. Ed è una storia che ha radici molto antiche.

Nel 1543, per la precisione. Hanno quasi mezzo millennio, infatti, gli undici istituti di studi confuciani di Sosu Seowon, cittadina che si trova 160 km a Sud di Seul. Queste accademie da cinque secoli trasmettono i valori fondamentali del filosofo Confucio: che sono “l´armonia della comunità” ovvero il senso civico; il rispetto degli anziani; la lealtà verso lo Stato; e più di ogni altra cosa il valore dell´istruzione.

Il revival che gli studi confuciani hanno conosciuto negli ultimi anni, va di pari passo con il “culto della scuola”. Ogni anno il 10 novembre la Corea del Sud è il teatro di uno spettacolo unico al mondo. Quel giorno gli aeroporti interrompono le operazioni di decollo e atterraggio. Gli uffici ritardano l´apertura. I pendolari non si mettono in viaggio. La polizia e le ambulanze sono mobilitate per assistere gli studenti che si presentano al grande esame nazionale di ammissione alle università.

Una nazione intera si ferma e sospende il fiato, durante il test. Una selezione spietata, estremamente competitiva, è l´approdo finale di anni di dedizione assoluta allo studio. È un sistema severo, talvolta anche feroce, ma ha un grande merito: la meritocrazia vige incontrastata, anche i giovani coreani delle famiglie più povere possono arrivare al top grazie agli esami.

L´Ocse promuove la Corea del Sud come la nazione che ha i risultati migliori del mondo nella qualità dell´apprendimento dei suoi liceali: le celebri classifiche internazionali Ocse-Pisa includono altre eccellenze asiatiche, limitate però a singole metropoli o città-Stato (Singapore, Shanghai, Hong Kong), solo la Corea ce la fa a raggiungere quelle vette portandoci l´intera nazione. Con oltre i due terzi della sua popolazione giovane (ventenni e trentenni) che ha una laurea o un titolo post-laurea, nella competizione della materia grigia Seul ci sta dando molte lunghezze di distacco.





Il Bahrein non è la Libia

19 04 2011

di Carlo Musilli 

“E’ necessaria un’azione decisiva e immediata per fermare la repressione in Bahrein“. L’ha scritto Ali Akbar Salehi, ministro degli esteri iraniano, in una lettera spedita la settimana scorsa al segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon. In questo momento l’unica voce interessata a riportare l’attenzione internazionale sul piccolo arcipelago del Golfo sembra essere quella di Teheran. Il mondo occidentale, Stati Uniti in testa, ha scelto di nascondere la crisi del Bahrein sotto al tappeto. “Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu – ha aggiunto Salehi – pur avendo svolto un ruolo determinante a favore delle rivolte in altri Paesi arabi, sembra rimasto indifferente di fronte alla morte di molti civili bahreiniti”.

Da metà febbraio la maggioranza sciita del Paese (circa il 70% della popolazione) continua a protestare contro la famiglia reale sunnita, gli al-Khalifa, al potere da oltre 30 anni. Con l’autorizzazione degli Usa e in virtù di un trattato di difesa siglato dalle monarchie del Golfo nel 1984, lo scorso 14 marzo il re saudita Abdullah ha spedito in Bahrein mille soldati. Da allora la repressione si è fatta più sanguinosa. Ad oggi, il bilancio è di 24 morti e centinaia di feriti.

Fin dall’inizio della protesta l’Iran ha espresso il suo totale appoggio ai manifestanti, accusando l’Arabia Saudita di aver indebitamente occupato l’arcipelago, “come Saddam fece col Kuwait”. Teheran ha anche intimato al Pakistan e alla Giordania di non inviare più mercenari a Manama. Da questi Paesi infatti proviene la maggior parte degli uomini delle forze di sicurezza sunnite fedeli agli al-Khalifa.

Su una cosa gli iraniani hanno sicuramente ragione: gli Usa e le Nazioni Unite non considerano la sollevazione del Bahrein degna di attenzioni come le altre “primavere” del mondo arabo. Le richieste di democrazia dei ribelli di Manama non vanno sostenute. E questo per una banale valutazione costi-benefici. Il paesetto del Golfo è strategicamente centrale per gli Stati Uniti, che qui hanno stanziato la Quinta Flotta della loro Marina Militare.

Non solo. Se la maggioranza sciita prendesse il potere (ma per il momento si limita a chiedere riforme), il Bahrein entrerebbe facilmente nella sfera di controllo dell’Iran. Una prospettiva inaccettabile anche per il più importante fra gli alleati di Washington, l’Arabia Saudita. Con la minaccia iraniana così vicina alle sue coste, Riyadh vedrebbe moltiplicarsi le possibilità di essere contagiata dal virus della rivolta sciita.

Per queste ragioni, fino ad ora, Ban Ki-Moon non è andato oltre un monito per l’eccessivo uso della forza da parte del regime degli al-Khalifa. Gli americani invece hanno espresso solo “preoccupazione”, ma nessuna vera condanna. Il segretario di Stato Hilary Clinton la settimana scorsa ha chiesto che “sia avviato un processo politico in cui trovino spazio i diritti e le aspirazioni della maggior parte della popolazione del Bahrain”.

Una frase formale, da copione, buttata lì nel mezzo di un discorso generico sulle diverse crisi mediorientali. Niente di più lontano da una reale presa di posizione. L’amministrazione Obama non ha ritirato il proprio ambasciatore da Manama, né tanto meno si è sognata di proporre per il Bahrein le stesse sanzioni imposte alla Libia.

La settimana scorsa Human Rights Watch ha denunciato la morte di quattro delle oltre 430 persone arrestate dal regime bahreinita nell’ultimo mese. Pare che altri tre membri dell’opposizione siano morti in carcere in circostanze sospette: il governo parla di “cause naturali”, ma a sentire l’organizzazione umanitaria i loro corpi rivelavano “segni di orribili torture”. Secondo l’opposizione, addirittura 720 manifestanti sarebbero finiti in galera, mentre altri 210 sarebbero ancora dispersi.

Da circa un mese il principale ospedale di Manama è sotto occupazione militare. I medici sono stati selezionati dall’esercito, che ha anche posto limiti alle attrezzature utilizzabili. Il governo ha giustificato il provvedimento sostenendo che la struttura fosse utilizzata come centro organizzativo delle proteste. Venerdì scorso il regime sunnita ha annunciato un’indagine sull’attività dei principali partiti d’opposizione, gli sciiti “al-Wefaq” e “Azione Islamica”. Tutto lasciava presupporre che le due organizzazioni sarebbero state messe fuori legge, ma alla fine il governo di Manama ha rinunciato al progetto. Sembra che siano arrivate delle tirate d’orecchi direttamente da Washington e da Londra.

La censura dei media invece continua indisturbata. La settimana scorsa è stato impedito a un reporter del Financial Times di prendere un aereo. Un altro giornalista della Bbc è stato trattenuto per ore dall’esercito in aeroporto. Tutto questo senza dare la minima spiegazione. Alcuni giorni fa il regime ha anche messo sotto controllo il principale quotidiano del Paese, costringendo il direttore alle dimissioni.

“Non prendiamo la decisione di intervenire sulla base dei precedenti o di principi come la coerenza”, così Danis Mc Donough, consigliere di Obama per la sicurezza nazionale, ha risposto a chi gli chiedeva ragione delle diverse politiche americane in Libia e in Bahrein. Candido come la neve, Denis ha poi aggiunto: “Prendiamo questo genere di decisioni in base a quale sia il modo migliore per sostenere i nostri interessi nella regione”.





Un grande, Lula !

15 11 2010

Maurizio Molinari per “La Stampa”

OBAMA E HU JINTAO

Il G20 si apre nel segno dei disaccordi su svalutazione delle monete e squilibri commerciali, obbligando i leader a una maratona negoziale per concordare un testo sufficientemente neutro da salvare il primo summit asiatico. L’incontro fra le venti maggiori economie del pianeta è iniziato con la cena di lavoro nell’avveniristica sede del Museo nazionale di Corea, dove hostess in antiche tuniche reali e bambini in abiti folkloristici hanno fatto da sfondo al doppio dissenso sull’agenda.

SARKOZY E MERKEL SUL LUNGOMARE DI DEAUVILLE

Su entrambi i fronti è l’America di Barack Obama ad essere sotto pressione. La prima, e più aspra disputa, riguarda la quotazione delle valute. Obama è arrivato a Seul puntando a mettere alle strette la Cina a causa dell’eccessiva debolezza dello yuan, a cui attribuisce buona parte del deficit commerciale Usa, ma si è trovato sul banco degli imputati a causa delle critiche giunte da numerosi Paesi nei confronti della recente decisione della Federal Reserve di acquistare 600 miliardi di titoli del Tesoro Usa con una mossa sospettata di voler abbassare artificialmente il valore del dollaro.

BERNANKE

«Politiche come quelle della Fed rischiano di mandare in bancarotta il mondo intero» accusa il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, secondo il quale «se i Paesi ricchi che non consumano vogliono sostenere le economie con le esportazioni andremo tutti incontro ad collasso perché si innescherà una corsa a vendere».

Obama risponde che «la cosa più importante che gli Stati Uniti possono fare per l’economia globale è crescere, in quanto restiamo il motore delle altre nazioni» ma la sua ricetta di puntare sul raddoppio dell’export del «made in Usa» incontra forti resistenze, come confermato dall’impossibilità di annunciare l’accordo di libero scambio con la Corea del Sud, rinviandolo alle «prossime settimane» assieme alle conseguenti ricadute sull’intesa fra Seul e l’Unione Europea.

LULA E DILMA-ROUSSEF

La crisi delle monete è stata al centro di un bilaterale fra Obama e il leader cinese Hu Jintao durato 1 ora e 20 minuti ma il comune intento di «arrivare a un risultato positivo» e la promessa di Pechino di procedere nella «riforma monetaria» non ha partorito una convergenza sul testo finale, nel quale l’America vuole includere un esplicito riferimento alla necessità di quotare lo yuan «sulla base dell’andamento dei mercati valutari».

CAMERON E LE SPILLE-PAPAVERO IN CINA

Il secondo fronte di crisi riguarda la necessità di trovare un nuovo equilibrio fra nazioni con deficit e surplus di bilancio. Qui il duello è fra Obama – sostenuto da Canada, Australia, Gran Bretagna e Singapore – e la Germania di Angela Merkel, che assieme a Cina e Giappone vanta i maggiori surplus. Tim Geithner, ministro del Tesoro Usa, aveva proposto di stabilire un tetto massimo del 4 per cento tanto per i surplus che per i deficit ma il rifiuto di Berlino – che ha un surplus al 6,1 per cento – è stato netto. La Merkel lo ha ribadito a Obama: «Stabilire dei tetti precisi non è appropriato».

GEITHNER

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