10 Meraviglie della natura poco conosciute ai piu’

21 06 2012

10 Meraviglie della natura poco conosciute ai piu’

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Agromafie e Made in Italy

9 07 2011

di Alessandro Iacuelli

La presentazione di un rapporto, il primo tra l’altro, sulle infiltrazioni mafiose nel settore alimentare dovrebbe essere una notizia importante, di quelle che trovano ampio spazio nei notiziari. Così non è stato, come per tante altre cose, ed è subito caduto nel silenzio il 1° Rapporto sulle Agromafie, presentato da Eurispes e Coldiretti.

Per la prima volta è stato analizzato il fenomeno della criminalità organizzata che agisce nel comparto agroalimentare, che crea un vero e proprio business parallelo e finisce per arrivare sulle tavole degli italiani aumentando i prezzi e riducendo la qualità dei prodotti acquistati dai consumatori, danneggiando allo stesso tempo anche le imprese impegnate a garantire gli elevati standard del Made in Italy alimentare.

I risultati presentati nel rapporto sono preoccupanti, al punto da meritare riflessioni e approfondimenti. Tanto per cominciare, ogni anno vengono sottratti al mercato regolare dell’agroalimentare 51 miliardi di euro. Cifra da capogiro, cifra da manovra finanziaria. Ed è un dato riferito al 2009, quando il settore dell’industria alimentare italiana ha registrato un fatturato complessivo di 120 miliardi di euro, secondo i dati presentati da Federalimentari, mentre il settore agroalimentare propriamente detto, escluso il settore della silvicoltura, ha registrato un fatturato di 34 miliardi di euro, dati secondo Ismea).

Quindi, il giro d’affari complessivo si aggira su circa 154 miliardi di euro, stiamo cioè parlando di 10% del Pil italiano 2009. Quasi un terzo di questa cifra, quindi una parte non trascurabile, è il bilancio delle mafie nel settore alimentare. Appare fin troppo evidente che si tratta di un dato preoccupante.

Il settore dove le mafie “sfondano” è quello delle false importazioni. Infatti, di tutte le materie prime importate, anche quando si tratta di alimenti una buona parte è classificata come “importazioni temporanee”, termine con cui s’intendono quelle importazioni di prodotti che vengono poi rivenduti sul mercato estero dopo una qualche trasformazione che avviene in Italia, ovvero importazioni di merci provenienti da uno Stato estero introdotte temporaneamente nel territorio nazionale a scopo di perfezionamento, e poi esportate di nuovo verso i Paesi di destinazione finale.

Queste merci, pur contenendo prodotti agricoli non italiani, data l’attuale normativa possono essere rivenduti all’estero con il marchio “Made in Italy”. Questo significa, dati alla mano, che su 27 miliardi di euro d’importazioni, una parte di queste materie prime importate sono state senz’altro riesportate come Made in Italy. Fa nulla se si trattasse di prodotti nord africani o sud americani. E secondo le stime presentate nel rapporto, almeno un prodotto su 3 del settore agroalimentare importato in Italia e trasformato nel nostro Paese, viene poi venduto sul nostro mercato interno e all’estero con il marchio Made in Italy.

Quindi non solo riesportazioni, ma anche introduzione nel mercato italiano di prodotti segnalati come italiani, ma che d’italiano hanno solo l’imballaggio o l’etichetta. Sulla bilancia dei pagamenti questo significa che almeno 9 miliardi di euro, nel solo 2009, sono stati spesi per importare dei prodotti alimentari esteri che sono poi rivenduti come prodotti nati in Italia.

Il dato che dovrebbe impressionare di più, come sottolinea il rapporto, emerge applicando questa proporzione al fatturato complessivo di 154 miliardi di euro: circa il 33% della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati, pari a 51 miliardi di euro di fatturato, derivano da materie prime importate, trasformate e vendute con il marchio Made in Italy, in quanto la legislazione lo consente, nonostante in realtà esse possano provenire da qualsiasi parte del pianeta. E le organizzazioni criminali sono riuscite per prime a mettere le mani su questo “affare”, consentito da falle legislative, portando questo settore di business al terzo posto, dopo l’edilizia abusiva e l’ecomafia dei rifiuti.

E’ il primo identikit che tracciamo in Italia su questo argomento. Inquietante, spinoso e pericoloso poiché ce lo ritroviamo inconsapevolmente a tavola. Le mafie hanno dimostrato la capacità di condizionare e controllare l’intera filiera agroalimentare, dalla produzione all’arrivo della merce nei porti, dai mercati all’ingrosso alla grande distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione.

L’intero comparto appare caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione e alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti, ma anche dal fenomeno del “caporalato”, che comporta lo sfruttamento dei braccianti “in nero” con conseguente evasione fiscale e contributiva. Ancora presto per tracciare i potenziali danni al sistema sociale ed economico che, secondo gli autori dello studio, “sono molteplici, dal pericolo per la salute dei consumatori all’alterazione del regolare andamento del mercato”.

Le mafie rappresentano ormai una vera e propria holding finanziaria in grado di operare sull’intero territorio nazionale, un business da 220 miliardi di euro l’anno, l’11% del prodotto interno lordo. Pertanto era destino che anche il settore alimentare dovesse prima o poi risultare appetibile. In conclusione, sono le associazioni criminali a determinare l’aumento dei prezzi, a proporsi sempre di più come “soggetto autorevole d’intermediazione tra i luoghi della produzione e il consumo, assumendo l’identità di un centro autonomo di potere”.

In un periodo come questo poi, caratterizzato da crisi economica, calo dell’occupazione e dei prezzi alla produzione, diviene facile per le agromafie investire i loro ricchi proventi in larga parte in attività agricole, nel settore commerciale e nella grande distribuzione: “La loro crescita ed espansione appaiono supportate dall’inadeguatezza del sistema dei controlli e della comunicazione dei dati e dalle informazioni, sia con riferimento alla fase dell’importazione dei prodotti agroalimentari, sia con riferimento alle successive operazioni di trasformazione, distribuzione e vendita”, afferma la Coldiretti nel dossier.

E’ proprio l’organizzazione di categoria dei coltivatori, quella che si lamenta di più: “La situazione non migliora nel comparto vegetale dopo che nel 2010 sono stati importati ben 115 milioni di chili di concentrato di pomodoro, il 15 per cento della produzione nazionale”. I risultati, non economici, ma in termini di alimentazione e salute, li ha presentati la stessa Coldiretti, attraverso il suo presidente Sergio Marini, in un piccolo “salone degli inganni”.

Ce n’è per tutti i (pessimi) gusti: mozzarelle senza latte, concentrato di pomodoro cinese avariato e “spacciato” come Made in Italy, prosciutto ottenuto da maiali olandesi e venduto come nazionale con tanto di fascia tricolore, ma anche grandi marchi di vini contraffatti, olio di semi imbottigliato come extravergine o Chianti prodotto in California. Ci sono anche, identificati attraverso i reperti sequestrati nell’ambito delle operazioni antifrode delle forze dell’ordine, vini con marchi inesistenti o il miele con l’aggiunta illegale di zucchero. Non mancano neppure falsi prosciutti di Parma Dop. Latte, biscotti e succhi cinesi contenenti melamina. Falsa mozzarella di bufala Dop, falso aceto balsamico di Modena Igp e falso vino Amarone Doc.

Ora che questi meccanismi iniziano ad essere chiari, ora che iniziano ad essere studiati, appaiono in tutta la loro pericolosità tutti gli aspetti più inquietanti; e c’è da dire che, purtroppo, sulla penetrazione mafiosa in questo settore siamo certamente ancora alll’inizio.





Un grande, Lula !

15 11 2010

Maurizio Molinari per “La Stampa”

OBAMA E HU JINTAO

Il G20 si apre nel segno dei disaccordi su svalutazione delle monete e squilibri commerciali, obbligando i leader a una maratona negoziale per concordare un testo sufficientemente neutro da salvare il primo summit asiatico. L’incontro fra le venti maggiori economie del pianeta è iniziato con la cena di lavoro nell’avveniristica sede del Museo nazionale di Corea, dove hostess in antiche tuniche reali e bambini in abiti folkloristici hanno fatto da sfondo al doppio dissenso sull’agenda.

SARKOZY E MERKEL SUL LUNGOMARE DI DEAUVILLE

Su entrambi i fronti è l’America di Barack Obama ad essere sotto pressione. La prima, e più aspra disputa, riguarda la quotazione delle valute. Obama è arrivato a Seul puntando a mettere alle strette la Cina a causa dell’eccessiva debolezza dello yuan, a cui attribuisce buona parte del deficit commerciale Usa, ma si è trovato sul banco degli imputati a causa delle critiche giunte da numerosi Paesi nei confronti della recente decisione della Federal Reserve di acquistare 600 miliardi di titoli del Tesoro Usa con una mossa sospettata di voler abbassare artificialmente il valore del dollaro.

BERNANKE

«Politiche come quelle della Fed rischiano di mandare in bancarotta il mondo intero» accusa il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, secondo il quale «se i Paesi ricchi che non consumano vogliono sostenere le economie con le esportazioni andremo tutti incontro ad collasso perché si innescherà una corsa a vendere».

Obama risponde che «la cosa più importante che gli Stati Uniti possono fare per l’economia globale è crescere, in quanto restiamo il motore delle altre nazioni» ma la sua ricetta di puntare sul raddoppio dell’export del «made in Usa» incontra forti resistenze, come confermato dall’impossibilità di annunciare l’accordo di libero scambio con la Corea del Sud, rinviandolo alle «prossime settimane» assieme alle conseguenti ricadute sull’intesa fra Seul e l’Unione Europea.

LULA E DILMA-ROUSSEF

La crisi delle monete è stata al centro di un bilaterale fra Obama e il leader cinese Hu Jintao durato 1 ora e 20 minuti ma il comune intento di «arrivare a un risultato positivo» e la promessa di Pechino di procedere nella «riforma monetaria» non ha partorito una convergenza sul testo finale, nel quale l’America vuole includere un esplicito riferimento alla necessità di quotare lo yuan «sulla base dell’andamento dei mercati valutari».

CAMERON E LE SPILLE-PAPAVERO IN CINA

Il secondo fronte di crisi riguarda la necessità di trovare un nuovo equilibrio fra nazioni con deficit e surplus di bilancio. Qui il duello è fra Obama – sostenuto da Canada, Australia, Gran Bretagna e Singapore – e la Germania di Angela Merkel, che assieme a Cina e Giappone vanta i maggiori surplus. Tim Geithner, ministro del Tesoro Usa, aveva proposto di stabilire un tetto massimo del 4 per cento tanto per i surplus che per i deficit ma il rifiuto di Berlino – che ha un surplus al 6,1 per cento – è stato netto. La Merkel lo ha ribadito a Obama: «Stabilire dei tetti precisi non è appropriato».

GEITHNER

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#Lo schifo persiste #29

12 10 2010

Stefano Sansonetti e Roberto Gagliardini per “Italia Oggi”


È la storia di un disastro tutto italiano. Ancor più amaro se si considerano tutte le discussioni, reiterate come un mantra dalla politica, su quanto sia importante investire in Cina. Piazza Italia, ovvero il più grande food center italiano nel mondo, avrebbe dovuto rappresentare l’eccellenza gastronomica nostrana a Pechino.

Peccato che dopo un paio di anni già piuttosto tribolati, la società chiamata a gestire il progetto, al cui capitale ha partecipato anche lo stato attraverso la Simest, abbia chiuso alla svelta i battenti, oberata dai debiti e da costi insostenibili. Il tutto con una coda dai risvolti quasi diplomatici: Emanuele Plata, presidente di Crai Beijing, ovvero della società di gestione di Piazza Italia, è da sei mesi costretto a rimanere in Cina. Secondo le leggi locali, infatti, finché la società non paga i creditori, i suoi manager non si possono muovere dal paese.

La società in questione è la Crai Beijing, società di diritto cinese partecipata al 61% dalla Tac (Trading Agro Crai) spa. Quest’ultima, con l’interessamento dell’allora ministro delle politiche agricole Paolo De Castro, venne costituita nel 2007 da un drappello di soci tutti attivi nell’agroalimentare: Crai (catena di supermercati), Consorzio Grana Padano, Cavit (produzione di vini), Conserve Italia, San Daniele Service (braccio operativo del consorzio del prosciutto), Frantoi artigiani d’Italia, Boscolo Etoile (ristorazione) e lo stesso Emanuele Plata. È nel marzo del 2008, però, che i soci della Tac decidono di giocare la carta cinese.

E così la Tac costituisce la Crai Beijing co. ltd. A dare una mano, coprendo il 39% del capitale della società che dovrà gestire il food center, c’è però anche lo stato, attraverso la Simest (Società italiana per le imprese all’estero), controllata al 76% dal ministero per lo sviluppo economico. Il progetto viene fatto partire a razzo, con l’affitto di un immobile di tre piani e 3.600 mq in quel di Pechino.

Poi qualcosa comincia a non andare. Costi eccessivi, i primi debiti, la formazione di centinaia di dipendenti che occupa più risorse del previsto. La situazione precipita, nonostante le visite fatte al food center dal premier, Silvio Berlusconi, e da un altro grande sponsor del progetto, il viceministro dello sviluppo economico, Adolfo Urso.

Il 30 settembre del 2009 i soci decidono di mettere in liquidazione la Tac. Del resto a fine anno ci sono debiti saliti da 2,7 a 4,3 milioni di euro, costi di produzione schizzati da 422 mila a 3,5 milioni, trascinati da ammortamenti e svalutazioni varie, una perdita secca di 6,4 mln (l’anno prima il rosso era stato di 375 mila euro). In liquidazione finisce naturalmente anche la Crai Beijing, fonte primaria di tutti i guai della controllante. E c’è da far fronte alle richieste della Simest, con cui era stato siglato un accordo per rilevare il suo 39% per un valore complessivo di 1,3 milioni.

Tutti i dettagli vengono fuori da una allarmata relazione firmata il 26 aprile 2010 da Bruno Calzia.

Si tratta del liquidatore della Tac, che però a suo tempo compariva tra i consulenti dello stesso De Castro.

Dalla sua relazione si apprende della situazione in cui sta vivendo Plata, l’ex presidente di Crai Beijing. Il manager, contattato telefonicamente da ItaliaOggi, conferma. «Sono qui bloccato a Pechino da aprile», precisa, spiegando che le leggi cinesi pretendono il pagamento dei creditori. Tra questi, aggiunge Plata, «il più esposto è la società proprietaria dell’immobile, per svariati milioni di euro, dal momento che abbiamo 5 o 6 mesi di affitto arretrato». Insomma, i destini di Plata sono appesi alle mosse dei soci, privati e pubblici, che devono pagare i creditori.





Coca Cola made in China

16 02 2010

L’arte della guerra è un libro scritto dal Maestro Sun Tzu (un Generale cinese vissuto tra il VI e il V secolo a.c.). Uno dei suoi capisaldi consiste, per venire a capo di una durissima disputa, nell’abbracciare insistentemente il proprio nemico in modo che lo stesso non abbia mai a capire le nostre cattive intenzioni e si scopra. Rendendo più facile ed efficace il nostro attacco finale e i nostri propositi egemoni. Ci è tornato in mente questo trattato di arte militare letto moltissimi anni fa (molto in voga anche nel pensiero manageriale contemporaneo) leggendo un report su un giornale finanziario riguardante la penetrazione dell’economia americana da parte della Repubblica Popolare Cinese. Dalla esplosione della crisi mondiale del 2009, la Cina ha investito negli Usa circa 15 miliardi di dollari sottoforma di partecipazioni azionarie attive che hanno riflessi anche nella governance di importantissime aziende (Morgan Stanley, Bank of America, Motorola, Coca Cola, Johnson & Johnson, Visa). Inoltre, il più grande produttore di alluminio del colosso asiatico (Aluminium Corporation Of China) ha accettato di investire 19,5 miliardi di dollari in una delle più importanti società minerarie del mondo, l’australiana Rio Tinto, aumentando, tra l’altro, la sua quota nel
capitale della società sino al 18% del totale e di fatto assumendone il controllo. Operazioni analoghe
sono state compiute dalla CIC (China Investement Corporation, Fondo sovrano cinese che ha guidato queste operazioni) in Canada dove circa 5 miliardi di dollari sono stati investiti nella Teck Resources (colosso del settore minerario).
Fino al 2006 gli Stati Uniti avevano respinto i tentativi di penetrazione della loro economia da parte dei cinesi, innalzando in modo netto le proprie barriere doganali e i dazi. Causa la crisi economica e finanziaria che ha sconvolto ogni cosa nel 2009, oggi l’Amministrazione Usa è stata costretta ad
aprire agli investimenti cinesi, grazie ai quali alcune di queste aziende sono state letteralmente salvate da un disastro altrimenti inevitabile. Penetrazione commerciale della Cina a parte, il risultato (banalizzato) è che uno beve una lattina di Coca Cola, pensando che sia il prodotto più “made in Usa” al mondo, invece si accorge che quella lattina (almeno al giorno d’oggi) è molto meno americana ed espressione del capitalismo imperiale di quanto ci si possa aspettare

Estratto da La lattina di Coca su Indiscreto





Superfusion

20 10 2009

Maurizio Molinari per “La Stampa – Economia & Finanza”

Le economie di Stati Uniti e Cina sono a tal punto interdipendenti da essere oramai diventate un’unica realtà. A sostenerlo è «Superfusion», il saggio firmato dall’economista Zachary Karabell che tiene banco a Wall Street come nei centri studi – il «Council on Foreign Relations» gli ha dedicato una seduta di approfondimento ad hoc – perché documenta l’esistenza di «Chinamerica» come di una fonte di ricchezza unica, con un pil combinato che in alcune circostanze arriva ad essere oltre la metà di quello dell’intero Pianeta.

«Il libro di Karabell è una sorta di Bibbia del G2» riassume Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley in Asia, e in effetti la tesi di fondo è che l’anno della recessione globale ha fatto decollare «Chinamerica» per due ragioni convergenti: senza gli oltre 800 miliardi di dollari in buoni del Tesoro Usa detenuti dalle banche cinesi sarebbe stato assai arduo per l’amministrazione Obama stabilizzare il proprio sistema finanziario così come senza gli acquisti di beni «made in China» da parte dei consumatori americani Pechino nel 2008 non sarebbe riuscita ad accumulare le riserve che le hanno consentito di sostenersi, mettendosi al riparo dalla recessione globale fino a chiudere l’anno con una crescita del pil dell’8 per cento.

Alla base della «super-fusione» c’è dunque l’interscambio commerciale fra i due giganti che si affacciano sull’Oceano Pacifico, che nel 2007 ha toccato i 410 miliardi di dollari creando un motore di consumi che non ha eguali. La tesi di Karabell è che tale processo iniziò con la scelta fatta dal presidente Bill Clinton, negli anni Novanta, di non condizionare gli scambi commerciali al rispetto dei diritti umani – come gli Stati Uniti avevano invece fatto con l’Urss durante la Guerra Fredda – ed ora Barack Obama continua sulla stessa strada, come la recente decisione di posticipare l’incontro con il leader tibetano Dalai Lama ha confermato.

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A me lo dicono…

26 08 2009

PECHINO — L’economia e i consessi internazionali, cer­to. Il G2 sino-americano, natu­ralmente. E i PhD di marca sta­tunitense, britannica e austra­liana che ritornano in Cina, scalano le aziende e si molti­plicano nei ministeri. La Re­pubblica Popolare sa che la lingua della globalizzazione, l’inglese, dev’essere anche la sua. Ma, al di là delle eccellen­ze, gli sforzi non sono ancora premiati da limpidi successi. L’inglese dei cinesi è una lin­gua a parte, spesso compren­sibile, tante volte irresistibile. Con il «Chinglish», però, la Ci­na comincia a fare i conti. Le città, ad esempio, si mettono a ripulire insegne e targhe esplicative: lo ha fatto Pechi­no prima delle Olimpiadi del 2008, ora ci si mette Shanghai pensando all’Expo del prossi­mo anno. Ci pensa qualche co­mico che ironizza su se stesso e la sua gente.

Si prenda il caso di Huang Xi. In America lo conoscono come Joe Wong. Ha 39 anni e fa ridere. Non nei sottoscala: è stato ospite allo show di Da­vid Letterman, la massima consacrazione per gli intratte­nitori. Il prossimo anno si esi­birà davanti a Barack Obama. Il personaggio di Wong è un cinese trapiantato negli Usa, ed è anche un «nerd», goffo ed esposto alle asperità di un mondo crudele. In fondo, Huang Xi scherza su se stes­so, anche lui è nato in Cina. Attinge agli stereotipi dei cine­si, nei quali si riconoscono gli studenti asiatici che affollano i campus, lui stesso ha am­messo in un’intervista di sen­tirsi «a metà strada. Sono or­goglioso di essere un cinese che cerca di trovare posto in America». Sta provando an­che in patria, ma «è come ri­partire da zero». Manca il pe­pe del conflitto fra le lingue, appunto. Conflitto che a Shanghai è in pieno corso.

Come ovun­que in Cina, le insegne conten­gono strafalcioni, parole mal tradotte, anche nei dettagli più banali, «ant» (formica) in­vece di «and» (la congiunzio­ne «e»), o la raccomandazio­ne di «non sparare a letto» («not fire in bed»), anziché «non fumare» («no smo­king»). La municipalità di Shanghai ha incaricato squa­dre di studenti di rintracciare tutti gli errori che velerebbe­ro con una patina di ridicolo l’Expo, che aprirà il primo maggio 2010 e punta a essere la più visitata di sempre. La Bbc, con la divertita spocchia dei maestri, sorride degli af­fanni degli shanghainesi, il suo corrispondente ha indica­to la sua frase preferita in quella che ha letto nella me­tropolitana: «Se vi rubano, chiamate subito la polizia» («if you’re stolen, call the poli­ce at once»). A Pechino, la cu­ra pre-olimpica ha funziona­to un po’ sul piano ufficiale, per nulla su quello privato, dai menu dei ristoranti alle toilette fino ai musei.

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Il Chinglish è da tempo di­ventato una sorta di sottoge­nere della letteratura umori­stica: il tedesco Oliver Lutz Radtke, ad esempio, ha dedi­cato all’argomento due libret­ti, messi insieme grazie alle fo­tografie colte in giro per la Ci­na (vedi il bancomat chiama­to «cash recycling machine», macchina per il riciclaggio di denaro) e continua a inte­grare la collezione sul suo sito Chinglish.de. Non che sia proprio elegante sor­ridere degli infortu­ni altrui. Ma se è la lingua del mondo, al­lora l’inglese deve es­sere pronto a stare al gioco e a prestarsi al­le manipolazioni cre­ative dei cinesi. È la globalizzazione. Lo sa il comico Huang Xi, lo sanno i volenterosi corret­tori di Shanghai.

Il Corriere.it
26 agosto 2009








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