No say cat…

15 11 2011

di Fabrizio Casari

L’uscita di scena, normalmente, è parte della recita e, tanto quanto la recita, indica le qualità di un buon attore. Quella di Berlusconi è stata in linea con il personaggio: un inchino dovuto agli applausi dei comprimari, un gesto di sfida verso il nuovo set che si va allestendo. L’inchino agli applausi dei comprimari è un ringraziamento sentito: il do ut des che ha permesso a oscuri personaggi di quarta fila d’ingrassare e ingrossare il proprio curriculum in cambio del servile contributo alla causa dei suoi interessi che ha caratterizzato i diciassette anni lungo i quali si è snodata l’avventura del cavaliere.

L’ultima seduta della Camera con Berlusconi a capo del governo è arrivata a seguire l’ultimo Consiglio dei Ministri, malinconico e privo di futuro. Perché Berlusconi potrà anche ricandidarsi, potrà anche cercare l’ennesimo colpo di reni, ma non sarà più quel che è stato, alfa e omega di un blocco sociale, verbo del nuovo qualunquismo, occasione di liceità per gli impulsi impolitici di un Paese da sempre ostile al frequentare la responsabilità e il senso dello Stato che caratterizzano le grandi nazioni.

Berlusconi è stato molto amato dai suoi e molto detestato da chi suo non lo era o non rimase tale sempre. Le facce, il corpo, le parole e gli atti di un modo di governare indifferente al senso dell’opportunità, al dovere della responsabilità verso il Paese lo hanno contrassegnato. Nella storia delle diverse stagioni della politica italiana, quello di Berlusconi è stato l’unico regime concepito, costruito e alimentato per e con la supremazia degli affari privati del capo. Le sue aziende e la loro fortuna, i suoi vizi privati e un piccolo esercito chiamato a servire l’imperatore e a servirsi a sua volta dell’impero, non hanno conosciuto precedenti simili, a nessuna latitudine. Nulla, nel suo governare, ha avuto il segno del bene comune, tutto è stato ad personam, persino la legge elettorale.

Ma il personaggio non è stato solo questo. Berlusconi è stato capace di tenere insieme l’establishment e gli esclusi, faccendieri e politicanti, evasori e corruttori, vittime e carnefici, trasformando il Paese intero in un palcoscenico dove attori e comprimari si scambiavano i ruoli. Ed è stato capace di creare un blocco sociale di consenso numericamente enorme, anche perché socialmente trasversale: operazione resa possibile, soprattutto, da un’abilità straordinaria nella propaganda politica.

Compito certo resogli più facile grazie alla sproporzione di mezzi a disposizione nei confronti degli avversari, ma onestamente frutto anche di una capacità superiore nel saper interpretare gli umori popolari, nel saper elevare gli istinti più beceri dell’egoismo nazionale a senso comune, nel saper piegare i bisogni collettivi ai suoi bisogni familiari. Il tutto sempre con la capacità di occupare il centro della scena, di saper imporre la sua agenda privata sulla congiuntura politica.

E anche nelle modalità dell’ultima crisi, quella finale, è stato capace di sceglierne i tempi, i riti, le gestualità; scansata la sfiducia per non cadere sul campo, ha scelto quando uscire, come uscire e il modo di uscirne, pur nell’ambito di un epilogo inevitabile: insomma una regia ad personam per il suo ultimo film.

L’anomalia di Berlusconi, però, non è stata solo quella di scegliere i tempi e le modalità di comunicazione della politica, ma anche quella di governare per diciassette anni senza avere un progetto per l’Italia, considerata sempre e solo il bacino di utenza delle sue ambizioni, del suo narcisismo, dei suoi affari. Mai nel cavaliere è prevalsa un’idea di modello di società da proporre, bensì la progressiva destrutturazione di ogni cemento sociale e culturale, obiettivi ai quali ha dedicato ogni energia, ogni mezzo, lecito e illecito. E’ sceso in campo con la forza delle sue televisioni e dei suoi miliardi, riuscendo a moltiplicare la sua presenza nel sistema mediatico e costruendo la sua vera fortuna patrimoniale.

Nella giornata appena conclusa si è riproposta, nel perimetro di Montecitorio, la storia di questi diciassette anni: lui al centro dell’emiciclo che riceve gli applausi dei suoi deputati, mentre fuori persone di ogni età applaudivano alla sua uscita di scena. Opposte fazioni per opposti applausi. Non poteva uscire diversamente chi, per il suo ego debordante, dell’applauso e persino dei fischi ha avuto sempre bisogno per poter dimostrare di essere comunque, nella vittoria e nella sconfitta, unico destinatario dell’attenzione generale.

Per la prima o per l’ultima volta quelle persone che l’hanno sempre detestato e combattuto l’hanno in qualche modo salvato da una fine anonima, dal nulla che incombeva. L’assenza di festeggiamenti per la sua uscita avrebbe potuto ferirlo davvero; si sarebbe sentito, per una volta, un uomo qualunque, vittima dell’indifferenza dei più, della scrollata di spalle collettiva, incamminato su una corsia preferenziale verso un limbo inaspettato. Ma ha dovuto lasciare il Quirinale da un’uscita secondaria e rientrare a casa da un’altra entrata secondaria per evitare immagini a testa bassa. Perché le persone prima o poi se ne vanno, ma le foto della sconfitta restano per sempre. Letali.

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Lo schifo persiste #36

13 08 2011

MILANO – Dopo averdivulgato il menu di palazzo Madama ora il web butta in pasto al pubblico anche la carta del ristorante di Montecitorio. E se Sparta piange, Atene non ride. Anche alla Camera si mangia a «prezzi stracciati». E ovviamente gli euro sborsati dagli onorevoli non bastano a pagare le spese.

ALLA CAMERA – Qualcuno – dopo quello del Senato – ha trafugato materialmente anche un menu del ristorante dei deputati e lo ha pubblicato tale e quale. A Montecitorio i prezzi sono più alti ma niente a che vedere con quelli che tutti i giorni si vedono al supermercato. Qualche esempio: un piatto di pasta varia dai 2 euro, quella con patate e zucchine, ai 5 e 30 del risotto con gamberi e pachino. Quanto costerebbe questo piatto al ristorante? Non meno di 12-15 euro. Esattamente un terzo. E via di questo passo con i secondi che variano dai 4 euro di una leggera insalata di pollo ai 5 e 30 del carrè di agnello al forno. Insomma prezzi fuori mercato.

QUANTO CI COSTA – Al Senato per ogni coperto del ristorante si deve raddoppiare la cifra corrisposta dai commensali. L’operazione costa ai contribuenti circa 1.200.000 euro l’anno. Una realtà svelata dal deputato dell’Idv Carlo Monai al settimanale l’Espresso. Il web ne riprende la foto del menu: apriti cielo. Risultato su Corriere.it: in trecentomila hanno preso visione dei privilegi a tavola dei senatori italiani e una parte ha inondato il nostro sito, e blog vari, di commenti ironici e furiosi. Un coro: «Allora tutti a mangiare al Senato!». Un successo mediatico. Tant’è che a fine serata il presidente del Senato Renato Schifani ha fatto sapere che i prezzi della ristorazione interna verranno presto adeguati ai costi effettivi. Intanto però sarebbe utile sapere da quando saranno «attualizzati» i prezzi. Anzi, ancora più importante sarebbe annunciare i sacrifici che si chiedono agli italiani contemporaneamente a quelli che farà la «casta». Vedremo .

Il deputato Carlo Monai (Idv)
Il deputato Carlo Monai (Idv)

LE PROPOSTE – Ma non è solo il web a indignarsi. «Rinnovo la mia proposta al collegio dei questori del Senato di rinunziare agli alloggi di servizio e di trasformare tutti gli attuali centri di spesa del Senato (ristorante, buvette, barberia (gratis, ndr), spaccio, banca, infermeria) relativi ai servizi resi ai senatori e agli ex-senatori a prezzi politici in centri di utili, affidando con regolare gara a società esterne qualificate i servizi stessi da pagare, da parte dei parlamentari ai prezzi correnti di mercato» Queste non sono le parole anonime di un commentatore su Internet bensì pensieri «pesati» di un membro della commissione Affari Costituzionali: il senatore pidiellino Raffaele Lauro. E allora da dove iniziare? «La Camera dei deputati, grazie alla chiusura della mensa di San Macuto, risparmierà un milione di euro – afferma il questore della Camera Antonio Mazzocchi – Inoltre, resta valida e confermo la mia proposta di sostituire tutte le mense della Camera con un unico self service con i relativi costi dei pasti a totale carico di chi ne usufruisce. Il risparmio accertato sarebbe almeno di 4-5 milioni l’anno». Ma anche il web suggerisce: «Auto blu, voli blu, tassi del mutuo scontati, occhiali gratis, psicoterapia pagata, massaggi shiatsu, balneoterapia, cure termali…». Intanto il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, lancia una proposta via twitter: @DeBortoliF«Chiudere i ristoranti di Camera e Senato e dare ticket agli onorevoli»





Lo schifo persiste #34

15 02 2011

Ricordate la storia dello psichiatra Luigi Cancrini? Eletto deputato coi Comunisti italiani, sosteneva che gli spettasse oltre allo stipendio della Camera anche il vitalizio della Regione Lazio maturato dopo esser stato consigliere regionale per tre legislature. Era così sicuro di averne diritto da fare ricorso al Tribunale civile di Roma. Scoppiò un putiferio. E prese le distanze anche il governatore Piero Marrazzo: “I costi della politica sono già così alti che se riuscissimo a ridurne qualcuno faremmo cosa buona e giusta”.

Sagge parole. In seguito allo scandalo che lo costrinse a dimettersi è arrivato però anche il suo turno. E allora non c’è stato più “costo della politica” che tenesse. Anzi, gli è sembrata cosa buona e giusta, archiviata l’avventura politica dopo appena quattro anni e mezzo da governatore e incamerata la liquidazione (31.103 euro per un solo mandato quinquennale) passare all’incasso anche per il vitalizio.

Possibile? E da quando? Alla domanda di Giuseppe Rossodivita, il capogruppo radicale in Regione deciso a vederci chiaro, è stato risposto: dal 12 maggio 2010. Quando l’ex presidente, nato il 29 luglio 1958, aveva 51 anni. Quattordici in meno di quelli richiesti per andare in pensione agli italiani.

(…) Gli spettano circa 4000 euro lordi al mese. Una cifra con cui si potrebbero pagare due giovani archeologi dei Beni culturali. Dovesse serenamente invecchiare come un italiano medio, cosa che con affetto gli auguriamo, riceverà complessivamente, al lordo, circa un milione e mezzo di euro. Per una cinquantina di mesi di lavoro. Se fosse ancora il conduttore di Mi manda Raitre e questa storia riguardasse qualcun altro, colpevole di essersi rovinato con le proprie mani, ci farebbe sicuramente un servizio.

Non basta: grazie al fatto che quella prebenda mensile è un vitalizio e non una pensione, distinzione che fa salire il sangue alla testa ai lavoratori normali quale che sia il loro reddito, Marrazzo potrà liberamente cumulare i soldi con lo stipendio di giornalista della Rai (discreto se è vero che giurava di rimetterci, a fare il presidente regionale) dove nel frattempo è rientrato

 





Lo schifo persiste #32

15 02 2011

Nel bilancio di Palazzo Chigi non c’è nemmeno il numero delle persone che lavorano lì. Per farsi un’idea bisogna andare nel portale della Ragioneria, dove c’è un dato del 2008. Quando i dipendenti erano 2384 più 14 precari. Notizie sugli staff, i comandati, gli esterni? Zero. Si sa che sono centinaia. Punto. (…)

In un anno il costo del personale di “staff” di Palazzo Chigi è passato da 20 a 21,8 milioni: più 8,8%. Motivo, “la riconfigurazione degli organi del vertice politico. Con decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 9 luglio 2009 è stato nominato il nuovo ministro per il Turismo”. Tutta “colpa” di Michela Vittoria Brambilla.

(…) La manovra prevedeva di tagliare del 5% o del 10% gli stipendi pubblici più alti a partire da subito: dal 1° gennaio 2011. Un momento: non tutti gli stipendi pubblici. Non quelli, ad esempio, dei collaboratori più stretti del governo a Palazzo Chigi. Lo dice lo stesso bilancio ufficiale. Spiegando che il taglio tremontiano valido per tutti gli altri italiani “ha sollevato alcuni dubbi di natura interpretativa con specifico riferimento ai destinatari”.

Quindi? In attesa di capire bene, tagli congelati. Anzi, il capitolo di spesa per i compensi del segretario generale e i suoi facenti funzioni dovrebbe crescere nel 2011 da 430.000 a 520.000 euro. Come pure la voce che riguarda lo stipendio di Berlusconi, dei ministri senza portafoglio e dei sottosegretari alla presidenza: da 1,6 a 2,1 milioni. Cinquecentomila euro in più. Un aumento venti volte superiore all’inflazione. E non è l’unica impennata. Nel preventivo 2009 le spese di rappresentanza erano fissate in 200.000 euro. Sono quadruplicate: 800.000.

Quelle per i convegni, i congressi, le visite ufficiali del premier erano stabilite in 900.000 euro: hanno passato di slancio i 6 milioni, più quasi 4 non previsti per “spese relative a eventi istituzionali anche di rilevanza internazionale”. Totale: una decina. Oltre il decuplo. Come di dieci volte sono aumentate le spese legali e le parcelle degli avvocati: un milione nelle previsioni, 10.651.000 euro nel consuntivo finale. Com’è possibile sbagliarsi di dieci volte?

 





Sospetti maoisti nel West Bengal

14 06 2010

di Marco Montemurro per Altrenotizie

Dopo il deragliamento del treno Gyaneshwari Express, avvenuto lo scorso 28 maggio nel West Bengal, la polizia e il governo indiano hanno subito diretto le accuse verso un’unica matrice: i guerriglieri maoisti. I media indiani, e a seguire le principali agenzie mondiali, hanno descritto l’avvenimento come l’ennesimo attacco di una lunga serie e, senza porsi troppe domande, hanno definito la tragedia un atto di terrorismo dei ribelli maoisti.

Tuttavia, dopo oltre due settimane, sulle cause del deragliamento vi sono ancora molti quesiti irrisolti. Non solo l’esatta dinamica non è stata individuata, ma perfino la matrice non è stata identificata con certezza. Centoquarantotto passeggeri sono morti nell’incidente, un elevato numero di vittime che i guerriglieri non hanno mai provocato in precedenza. Inoltre, considerando che non sono stati presi di mira soldati, bensì vagoni di civili, l’ipotesi di un attacco politico appare ulteriormente controversa.

Il Partito Comunista d’India (maoista), in effetti, ha negato una sua responsabilità. D’altro canto, la polizia ha condannato i maoisti, poiché sono stati trovati presso i binari manifesti del Pcapa, ossia il Comitato popolare contro le atrocità della polizia, una forza ritenuta legata ai ribelli. Tale dettaglio però rende lo scenario ancora più complicato. Il portavoce del Pcapa, Ashit Mahato, ha accusato invece il Partito Comunista d’India (marxista), al governo nel West Bengal, di aver ordito un complotto contro la sua organizzazione, come ha riferito Dola Mitra sulla rivista indiana Outlook.

Le reali cause del deragliamento, pertanto, aleggiano ancora nella nebbia, circondate da interrogativi. Tuttavia, benché le indagini siano in corso, una certezza è evidente: il governo di New Delhi è intenzionato a mostrare i maoisti come crudeli terroristi, in modo tale da poter giustificare la repressione militare in corso nelle province contro le forme di lotta.

Per comprendere le accuse in campo, è necessario esaminare il luogo e la modalità dell’incidente. Nella regione i maoisti da anni combattono il governo e, prendere di mira le ferrovie, è una delle pratiche di lotta utilizzate. Nello stesso stato del West Bengal, infatti, il 27 ottobre dello scorso anno, i guerriglieri rossi bloccarono un treno per diverse ore. Azioni di disturbo contro le ferrovie sono state commesse anche in altri stati, ad esempio, lo scorso 20 maggio nel Bihar sono stati incendiati vagoni merci, il 22 aprile 2009 furono sequestrati 250 passeggeri nel Jharkhand e, nello stesso stato, un evento analogo accadde nel marzo 2006.

Gli episodi sopra citati, dunque, sono avvenuti negli stati del West Bengal, Bihar e Jharkhand, vale a dire nelle regioni nord orientali del paese, zone che appartengono a quel che i media indiani definiscono il “corridoio rosso”. I ribelli maoisti sono distribuiti nel subcontinente lungo una sorta di fascia, specialmente ad oriente in Orissa, Chhattisgarh e Andhra Pradesh, vicino al confine con il Nepal nell’Uttar Pradesh, nel centrale Madhya Pradesh, fino alle aree più occidentali del Karnataka e del Maharashtra.

I maoisti indiani, che prendono il nome di naxaliti dal remoto villaggio di Naxalbari dove la ribellione ebbe origine nel 1967, sono radicati in molti stati e la loro determinazione preoccupa il governo di New Delhi. Il primo ministro indiano Manmohan Singh, nell’aprile 2006, vedendo crollare la monarchia del Nepal sotto la pressione dei maoisti, definì i ribelli indiani “la più grave minaccia alla sicurezza del paese”.

Il conflitto tende sempre di più ad acuirsi e infatti, dall’inizio dell’anno, gli attacchi rivendicati dai maoisti sono stati numerosi. Il 15 febbraio a Silda, nel West Bengal, sono stati uccisi 24 paramilitari; il 4 aprile a Koraput, nell’Orissa, è stato fatto esplodere un convoglio con 9 soldati e, in maniera analoga, l’8 maggio, nel Chhattisgarh, sono rimasti vittime 8 militari. Quest’anno poi ha avuto luogo anche l’attacco più cruento finora mai sferrato dai maoisti, avvenuto il 6 aprile nel distretto di Dantewada con l’uccisione di 75 paramilitari.

Tali agguati dimostrano che l’operazione militare “Green Hunt”, avviata dal governo nel novembre 2009, non sconfigge i maoisti; anzi, ha perfino incrementato il livello di scontro. Considerato il gran numero di soldati uccisi negli ultimi mesi, i guerriglieri reagiscono alle forze armate.

Ma cosa rivendicano i maoisti? Per poter rispondere la scrittrice indiana Arundhati Roy ha svolto un viaggio nei villaggi della regione del Dantewada, cuore della guerriglia. Grazie a tale esperienza, lo scorso 29 marzo ha pubblicato sulla rivista Outlook un lungo saggio, “Walking with the comrades”, in cui racconta i volti dei maoisti. Devono difendere le loro terre e considerano il governo un nemico, perché legato alle grandi compagnie interessate solamente alle risorse minerarie. È uno scontro frontale, tra un’India che si esprime in termini di Pil e sviluppo e, al polo opposto, un’altra India che lotta per la sopravvivenza.





Lo schifo persiste #25

27 12 2009

Stefano Feltri per “Il Fatto Quotidiano”

“Fare ironia su questi micro interventi significa non avere il senso della democrazia”, ha detto ieri il ministro dell’Economia Giulio Tremonti nella conferenza stampa di fine anno. Eppure gli interventi previsti dalla Finanziaria – ormai noti come “legge mancia” – sono micro nei singoli importi, ma sommati valgono un massimo di 165 milioni di euro in tre anni, 105 subito relativi al 2009 (di questi ne vengono impiegati circa 103), poi 30 e 30 nel 2010 e 2011.

Regali di Natale, ciascuno di poche decine di migliaia di euro, che secondo Tremonti sono in perfetta sintonia con lo spirito della manovra e, anche se decisi dall’alto a Roma, con la tensione leghista al federalismo, visto che “i soldi vanno ai loro territori”. La trasparenza non è il punto di forza di questa “legge mancia”: si parte dalla legge Finanziaria, si arriva a 165 milioni di fondi stanziati nel 2008 che si frammentano in decine e decine di interventi la cui lista completa è stata appena pubblicata sul sito della Camera dei deputati, come allegato ai lavori della commissione Bilancio della seduta del 22 dicembre.

OPERE DI BENE. Una volta arrivati alla lista degli interventi, la prima cosa che si scopre è un torrente di denaro che arriva alla Chiesa, già finanziata dallo Stato con altre voci della spesa pubblica come l’otto per mille. Il primo intervento religioso che si incontra scorrendo le 47 pagine di tabelle riguarda l’arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo (la terra di padre Pio), a cui finiscono 400 mila euro nel 2009 per il “recupero ambientale degli immobili della curia vescovile” (integrati da 50.000 all’anno per i successivi due anni). Arrivano poi altri 100.000 in tre anni per la ma “manutenzione straordinaria di immobili e arredi della parrocchia Madonna del Carmine di Manfredonia”.

Qualche pagina dopo ci sono 100.000 euro per il “recupero ambientale e ristrutturazione della chiesa di san Francesco finalizzata allo sviluppo turistico” nel comune di Aversa (in provincia di Caserta). L’aggettivo “ambientale” si spiega con la necessità di giustificare il ricorso a un fondo che, almeno nella sua origine, doveva servire a finanziare la tutela dell’ambiente e la promozione del territorio.

L’elenco del sostegno a edifici in senso lato religiosi è lunghissimo: dalla chiesa medievale di Centola, a Salerno, dove servono 50.000 euro per “incremento flussi turistici”, al seminario diocesano San Giovanni Bosco di Castellamare di Stabia a cui ne toccano 110.000 per i “lavori di ristrutturazione ostello della gioventù Monte Faito per la formazione dei ragazzi”.

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30 01 2009

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