Che poi a leggere la carta igienica rosa uno si convince che…

27 03 2011

I giornali di oggi scrivono che Moggi è stato condannato in appello. I più corretti precisano che la pena è stata ridotta. In realtà, Moggi padre e figlio sono stati assolti ancora una volta, ora in appello, dall’accusa di associazione a delinquere, dalla chiacchiera da bar alimentata dai giornali che si trovano sui banconi dei gelati nei bar dello sport, dall’idea del supercomplotto della Gea per controllare il mercato. I Moggi erano stati già assolti in primo grado e ora l’assoluzione è stata confermata in appello. Assolti anche gli altri membri dell’associazione, di cui infatti oggi i giornali non parlano. Moggi è stato condannato per violenza privata nei confronti di Manuele Blasi, calciatore di alterne fortune. La violenza privata consiste nell’avergli rifiutato un aumento e di averlo mandato a quel paese e a lavorare. Niente, insomma. Ma il pm di primo grado Luca Palamara, capo dell’Associazione Nazionale Magistrati, non poteva restare completamente all’asciutto. Moggi è stato assolto.

Da CamilloBlog

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Amauri al Parma. ERA ORA !

1 02 2011





Alessandro Del Piero si racconta su “La Repubblica”

6 12 2010
Fonte: di Dario Cresto-Dina per “La Repubblica”
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

A Vinovo, quando finiscono le colonne e il ruminare ferroso dei tir e comincia una strada dal nome senza battesimo, Débouché, una strada che sembra andare da nessuna parte, c’è un prato dove si allena Alessandro Del Piero. Per guardarlo si sale sul tetto piatto di un edificio prefabbricato, uno spiazzo da cecchini, sopra un posto chiamato “Mondo Juve”, una specie di lunapark senza le giostre. È un lunedì pomeriggio e si gela. Sul terreno corrono i ragazzi della Primavera, della prima squadra ci sono soltanto i tre portieri, un paio di riserve e lui, il capitano. Più tardi dirà, offrendomi un bicchiere di tè: «Volevo fare un po’ di palla. Vedi, ho sempre dato molta importanza al mio piede sinistro. Ci lavoro da quando avevo nove anni, incoraggiato dal mio primo maestro, Umberto Prestia. Il mio piede destro è più sensibile e preciso, è quello delle punizioni. Il sinistro è più potente». In campo l’esercizio è questo: i giocatori stanno in fila indiana a una trentina di metri dalla porta con un pallone tra le mani, lo lanciano a un preparatore che glielo restituisce facendolo rimbalzare sul prato. Loro devono calciarlo al volo. Del Piero compie sedici ripetizioni e fa nove gol, tra questi un pallonetto di destro con tocco sotto il cuoio e un sinistro violento che riprende il precedente destro respinto dall’incrocio dei pali. Nessuno in Italia calcia come lui. Qualcuno ha detto: è un robot. Quando abitava nel centro di Torino, ogni mattina entrava in un piccolo bar di via Carlo Alberto. Jeans, giubbotto di pelle, cappellino calato sugli occhi. Ordinava una spremuta. La beveva al banco, le spalle all’ingresso. Gentile e lontano. Un singolarista. «Un timido diventato diffidente. Non credo che un rapporto professionale, un incontro, un’amicizia debbano per forza trasformarsi in una seduta di psicanalisi. Avevo tredici anni quando sono andato da San Vendemiano a Padova. Ero solo, ero un bambino di campagna costretto a lasciare la famiglia per inseguire un pallone. Padova mi sembrava una città enorme. Mi mozzò il respiro».
Lo sistemarono in un appartamento assieme a altri quattordici ragazzi. Ogni due o tre settimane c’era chi se ne andava, chi arrivava. Adolescenti pieni di storie differenti che non osavano raccontarsi, o forse non c’era il tempo per farlo. «È stata un’esperienza dura e formativa, con gli anni il calcio mi ha dato sicurezza. E mi ha condotto dentro la solitudine. Sembro un paraculo, sono un introverso. Trascorro spesso quattro giorni la settimana con i compagni. Ventiquattro ore su ventiquattro. Alla fine voglio vedere altre persone. Vado a cercare chi mi è mancato». Bigatto, Rosetta, Monti, Varglien, Rava, Parola, Boniperti, Sivori, Castano, Salvadore, Furino, Scirea, Brio, Tacconi, Baggio, Vialli, Conte. Sono stati i capitani della Juventus. Alessandro Del Piero è il diciottesimo. Lo è diventato nel 2001. Nello stesso anno ha perso il padre, Gino. «La sua scomparsa mi ha reso più forte, so che dovrò fare i conti con il destino e che potrà dipendere da come tiro i dadi. Gli ostacoli si sono abbassati. Parlo ogni giorno con mio padre. Ho cercato di conservare in me la sua parte migliore. Se n’è andato in un momento difficile della mia carriera. Avevo i soldi per fare tutto, non ho potuto fare nulla. Papà era silenzioso, concreto, leale. Al paese sono andato a parlare con chi lo aveva conosciuto per conoscerlo a mia volta meglio attraverso i loro racconti. Mi porto dentro rimpianti. Le parole che non sono riuscito a dirgli, il tempo che non gli ho riservato, i sorrisi e il pudore che non ho saputo interpretare». Che cosa comporta essere il capitano? «Essere educato, essere un esempio, essere un riferimento. Lo so, può sembrare una frase scontata. Il capitano regola la vita di una squadra. Ci sono rospi da ingoiare, bisogna imparare a accettare una sostituzione, a mostrarsi ogni tanto altruista. Non è una questione di giovani e vecchi, né di intelligenza. Oggi non esistono giocatori stupidi. Mi è successo di bussare alla porta di un compagno per cercare di tranquillizzarlo, ci sono stati ragazzi che sono venuti a cercarmi per confidarmi un problema, una sconfitta privata, un dolore. Con altri ho litigato sul campo e fuori, senza mai fare depositare il rancore. Nel 2005 avevamo una squadra con nove capitani. Ho giocato con campioni dal carisma superiore al mio. Penso a Cannavaro, Buffon, Thuram, Vieira, Emerson, Nedved, Peruzzi, Deschamps, Zidane, Van der Sar, Di Livio, Montero. Padroni degli spogliatoi, fratelli in partita. Ho affrontato decine di volte un altro capitano storico, Francesco Totti. Siamo agli opposti. Io quasi un torinese compassato, lui un romano sanguigno. Francesco non verrebbe mai tra questi inverni, io non mi sono mai neppure domandato se riuscirei a amare Roma. Ci sentiamo al telefono, qualche sms dopo l’ultima Juve-Roma. Mi viene da ridere. Mi ha fatto i complimenti. Ero entrato al decimo del secondo tempo e non avevo combinato granché… So di incarnare un simbolo. La battaglia contro la violenza e il razzismo sarà lunga perché non basta sbattere fuori dagli stadi teppisti, delinquenti e idioti. Vanno educati i ragazzi, le famiglie, la scuola, la società, la politica. Ero un bambino di undici anni quando avvenne la strage dell’Heysel. Quella notte rappresentò per l’Inghilterra una linea di demarcazione tra il prima e il dopo del Paese, non solo del calcio. Serve un confine morale anche all’Italia. Quando non vedrò più padri che insegnano al figlio di sette o otto anni tenuto per mano come si insulta l’arbitro, un giocatore della squadra avversaria o il tifoso del seggiolino accanto, allora comincerò a sperare che le cose possano cambiare. Sono immagini tristi, mi fanno vergognare. A quindici anni, quando stavo in mezzo ai grandi con indole da spaccone, facevo il bulletto pure io, ma da solo, sotto lo sguardo severo di mia madre Bruna, mi pisciavo addosso». Sonia è la moglie. Tobias ha tre anni, Dorotea uno e mezzo. Tra pochi mesi nascerà il terzo figlio. Non hanno voluto sapere se maschio o femmina. Del Piero aveva una Ferrari nera, l’ha venduta. La vita plasma anche gli spazi, i posti a sedere. «Sono un padre mammone, cambio i pannolini, passo notti insonni, serate in cucina. Ho imparato da ragazzo, soprattutto pasta e riso. Il mio futuro è qui. Torino. Ci sono sbarcato a diciotto anni, tremavo davanti alle sue strade larghe e squadrate, alla sua cupezza, alla sua fatica operaia. Ma avrei accettato di dormire anche in una baracca. Oggi è una città trasformata, possiede una dimensione umana e un profumo internazionale. In queste ultime settimane ha ospitato uno dopo gli altri gli U2, Lady Gaga, Shakira. Montagne bellissime, il mare vicino. Oggi mi voglio godere ciò che mi sono guadagnato». Un’altra vita, da Harry Potter a Sun Tzu, passando attraverso Faletti. I libri lo hanno aiutato a parlare pulito, a cercare sinonimi. «Sono diventato un curioso della psicologia. Ho da poco terminato di leggere L’Arte della guerrae Lo Zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel. Mi piace l’idea di focalizzare filosoficamente un gesto. La linea che unisce tiratore, freccia e bersaglio. Vedi, quando segni un gol, mentre aspetti che il pallone ti cada sul piede o ti arrivi rasoterra e poi lo calci, fai tutto in un momento di trance, dentro un vuoto della mente. Vorrei riuscire a fermare il pensiero che regge questo mistero, o almeno quella scheggia di pensiero che ti fa organizzare il gesto, le tre perle della collana: tiratore- freccia-bersaglio. Ho segnato gol bellissimi, ne ho sbagliati di clamorosi. Sono stato un fenomeno e una pippa. Papà teneva i taccuini delle partite. Formazione, risultato, marcatori. Io mai. Da qualche parte qualcuno ha scritto che un artigiano non smette di costruire un tavolo solo perché la moglie lo ha lasciato. Il giorno dopo i disastri mi sono svegliato, mi sono vestito e ho ricominciato. È stato così dopo la finale europea persa nel 2000. Sbagliai due gol facili, la Francia vinse in quei maledetti dieci secondi. Chiesi scusa a Zoff. Il giorno dopo ricominciai. Nel 2006 sono diventato campione del mondo, non ricordo nemmeno più se ho giocato e quanto ho giocato prima della semifinale. So che in quella partita straordinaria contro la Germania ho siglato il 2-0 con un gol bellissimo e in finale ho calciato uno dei rigori decisivi. Vincere è la sola cosa che conta, se non ci fossi riuscito sarei stato un grido spezzato». Gli dico: Agnelli. Che ti fa venire in mente? «Torino, la Fiat, la Juventus. L’Avvocato, il Dottore, Andrea. Incontrai l’Avvocato per la prima volta a diciannove anni, non si accorse neppure di me. Al di là delle sue battute famose, ricordo due episodi. Il 16 marzo ’94, dopo che il Cagliari ci eliminò dalla Coppa Uefa, si presentò nel ritiro di Villar Perosa con un ritaglio di giornale in mano e mi disse: “Senta Del Piero, qui scrivono che siete dei brocchi, dimostri che non è vero”. La domenica affrontammo in campionato il Parma che aveva superato l’Ajax e vincemmo quattro a zero. Segnai tre gol. Un’altra volta al Delle Alpi, prima di un Juve-Milan, mi chiamò al telefono mentre facevo il riscaldamento. Mi vennero a prendere, mi portarono nel sottopassaggio. Poche parole, pochi secondi: “Come sta? Giochi bene, mi raccomando”. Perdemmo 1-0». Quasi trentasette anni, una vita di rincorse, di rigori, di palloni messi sotto l’incrocio dei pali, eppure c’è ancora chi aspetta la sua punizione perfetta. Lui sta dentro la sua pelle di incompleto come un babà, protetto da una lista di record che riempie una pagina di Wikipedia. L’ultimo lo ha battuto senza muovere un muscolo, accomodato sulla panchina dello stadio di Marassi all’ora di pranzo. È diventato il giocatore con la più lunga militanza in maglia bianconera: 17 anni, 2 mesi e 9 giorni. «Non mi sento vecchio. Dentro sono molto, molto giovane. Certo, cambiano interessi e obiettivi. Non ho paure, le scaccio. Non so se sono coraggioso, prima bisognerebbe capire che cos’è il coraggio. A otto anni una macchina mi centrò in pieno mentre uscivo in bici dal cancello di casa. Era il secondo giorno di scuola. La mamma mi caricò sull’auto della vicina, una vecchia Dyane, mi stringeva tra le braccia e piangeva, io staccavo pelle e carne insanguinata dalla fronte e le mormoravo: guarda, non mi sono fatto niente. Kronos un giorno decreterà la mia fine. Ma il prossimo anno giocherò ancora. Nella Juventus, se la società mi rinnoverà il contratto, altrimenti da qualche altra parte, ma sempre in Italia. Dopo dovrò riorganizzarmi la vita. Non farò l’allenatore». Chissà se un miliardario, che ha avuto in sorte di diventare tale restando un Peter Pan col pallone incollato al piede, coltiva ancora dei sogni. «Sì, forse sì. Quello che faccio non è un lavoro. Il lavoro era quello di mio padre, elettricista. Guadagno molto. Voglio che i miei cari stiano bene. Investo, compro case. Arrivo da una famiglia nella quale si guardava anche alle cento lire. Da ragazzino sognavo di avere due soldi in più per potermi permettere un paio di scarpe nuove, una giaccavento, la bicicletta con il cambio. Oggi di sogni ne ho tre: che i miei bimbi crescano in salute, vincere ancora qualcosa nella Juve, tornare ad arrampicarmi nella campagna di San Vendemiano su un ciliegio alto sei metri. In punta le ciliegie prendevano un sole stupendo, erano dolcissime. Ci salivo di nascosto. Lassù ho avuto un po’ di paura, ma sono stato felice. Dopo, è stata solo fortuna».





Caro David…

30 10 2010

… mi manchi.
Lo sapevo che la nostalgia non avrebbe tardato troppo a farsi sentire, lo
sapevo che lasciate alle spalle le domeniche estive sui monti con l’arrivo
dell’autunno e delle giornate uggiose avrei sentito maggiormente la tua
mancanza.
Domenica pomeriggio con la pioggia che batteva in giardino e il televisore
acceso su una partita pomeridiana improvvisamente esplosa in tutta la sua
grandezza, vedere un cappellone bolso non prendere un pallone di testa, e
un altro ignorante del calcio essere costantemente in fuorigioco hanno
rovinato il mio gia’ per nulla allegro weekend.
Non partecipavi tanto alla manovra della squadra, ma le difese con te (come
con quell’altro strano essere di Pippo Inzaghi) non potevano mai stare
tranquille, sapevano e noi sapevamo che bastava una distrazione, una palla
vacante, un cross ben fatto e tu c’eri e concretizzavi, oppure si creava lo
spazio per qualche tuo compagno, perche’ tanto su di te dovevano comunque
muoversi in due.
Certo non sei piu’ quel terminale offensivo illegale che eri fino a 3/4 anni
fa , ma perbacco quest’anno che qualche cross decente arriva ci avresti fatto
divertire ancora parecchio, invece ci tocca di sorbirci un brasiliano
impresentabile che pensa solo a pettinarsi e un calabroemiliano ignorante
(calcisticamente) che non va in fuorigioco perche’ prova a giocare con la
linea (come te e Pippo), ma semplicemente perche’ non se ne accorge.
Pensa che domenica ad un certo punto sono arrivato a pensare che a questa
squadra potesse servire perfino Gilardino visto che tu non ci sei piu’ .
So benissimo che non funziona come nella vita reale dove una lacrimuccia
strappata all’ex amata a volte rimette a posto le cose, e che non ti rivedro’
piu’ con la maglia della nostra amata squadra, ma sappi che mi manchi, manchi
a tutti, anche a quelli che non ti hanno mai apprezzato e che si
mozzerebbero la lingua piuttosto che ammettere la cosa.
Ciao David un posto per te nel nostro cuore ci sara’ sempre.
Gigi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Letta su ISCJ

 





Il giocatore piu’ scarso nella storia della Juventus

15 03 2010

Zdeněk Grygera (nato il 14 Maggio 1980)

A mia memeoria il giocatore piu’ scarso e deleterio che la mia Juve abbia mai avuto a libro paga.

Fosse solamente anonimo come un Blanchard, un Ban, un De Marchi non ci sarebbe neanche da meravigliarsi: il commentatore argentino del canale grazie a cui ho visto la partita ieri sera ha detto testualmente “Deve avere un agente fantastico !”, nel senso che, lo sappiamo tutti, tanti calciatori arrivano ad alti livelli grazie alla bravura dei loro agenti. Ma Grygera no, lui vuole aggiungerci del suo. Il retropassaggio a servire l’attaccante avversario il quale ringrazia e segna o l’ignoranza allo stato puro in fase difensiva dove un Maccarone qualsiasi sembrava MaccaRooney. Il tutto condito dalla ciliegina sulla torta: il fallo netto in area a provocare il rigore.

Ma, dico io, la societa’ Juve il cui vivaio da anni regolarmente sforna gente capace di vincere tornei e campionati di categoria non e’ in grado di fornire due giocatori in grado di sostituire gente tipo Grygera, Cannavaro o Chimenti ???

Peggio di questi non possono essere. Seriamente.





Moggiopoli 3 anni dopo…

13 11 2009
di Stefano Olivari

Da Napoli stanno arrivando ogni giorno notizie e deposizioni clamorose, che tutti i beneficiari dell’osceno patto non scritto dell’estate 2006 (vi diamo scudetto e Ibrahimovic, voi non rivangate il passato e vi godete le vittorie, teniamo tutto circoscritto alla stagione 2004-2005: prima e dopo nessuno ha parlato al telefono o condizionato arbitri) hanno interesse a far cadere nel vuoto. Sentire Luciano Moggi scagliarsi contro Franco Carraro merita però una riflessione in più. Entrambi per quasi un ventennio sono stati il braccio a volte violento del sistema Geronzi nel calcio, a livelli diversi. Carraro uomo di raccordo con la Fiat, la politica romana di varia natura, i consessi sportivi internazionali e volto gradito a tutti i grandi club (quando dovevano lamentarsi per qualche presunto torto, Moratti e Berlusconi lo facevano con lui). Moggi tessitore dei rapporti con società indebitate e mille personaggi con cui banchieri e dirigenti non vogliono sporcarsi le mani. Un meccanismo quasi perfetto che distribuiva vittorie o almeno contentini a quasi tutti, a volte anche scippando la stessa Juve di Moggi (scudetti di Lazio 2000 e Roma 2001), con i perdenti tenuti buoni con promesse mai mantenute. Deposizione di Moggi: ”Sono stato anche accusato di aver fatto retrocedere il Bologna, quando poi si va a leggere di un’intercettazione dell’allora presidente federale Franco Carraro nella quale dice al designatore Paolo Bergamo che bisogna aiutare Lazio e Fiorentina a evitare la retrocessione. Guarda caso retrocedono Bologna e Brescia e si salvano Lazio e Fiorentina. L’intercettazione del presidente della Figc passa inosservata”. Incredibile che Carraro non sia a Napoli, in almeno una delle sue incarnazioni: sì, sappiamo che è stato prosciolto. Alla fine il sistema ha sacrificato il suo volto meno presentabile alla massa di bocca buona (quella che vive nel mito dello ‘stile’ e delle ‘battute’ di miliardari ignoranti e cocainomani), che solo grazie a rapporti personali e qualche notizia riservata è riuscito calcisticamente a sopravvivere. Ci dicono che abbia intenzione di aprire a breve il capitolo sui giornalisti miracolati, alcuni dei quali nel momento del bisogno non gli sarebbero stati abbastanza fedeli.
Fonte: Indiscreto




Capitan Scirea se ne ando’ 20 anni fa

2 09 2009

Il 3 settembre 1989 un incidente stradale tolse la vita a uno dei più grandi difensori di tutti i tempo. Il ricordo dell’amico e compagno di squadra alla Juve e in nazionale: “Quell’inutile viaggio in Polonia di MAURIZIO CROSETTI


TORINO – Zoff, sono già vent’anni.”Tornavamo da Verona in pullman, la Juve aveva vinto 4-1, il casellante disse che era successo qualcosa a Scirea, io risposi è impossibile, a quest’ora sarà già a casa che dorme”.

Invece era morto su una strada polacca.
“Allenavo la Juve, Gaetano era il mio vice. Era andato a vedere i nostri avversari di Coppa, lui non era convinto che fosse necessario, nemmeno io lo ero, ma Boniperti aveva insistito ed era giusto così. Il destino è invisibile”.

Chi era Gaetano Scirea? Cos’era?
“Un uomo. Era il suo stile. Non la forma, lo stile. Era serenità, chiarezza e pulizia. Era convincente anche quando si arrabbiava così di rado, non perdeva mai il controllo. Una persona sempre misurata e tranquilla. Diceva solo cose autentiche, ponderate”.

Ricorda quando lo conobbe?
“Arrivava dall’Atalanta, un ragazzone taciturno, buonissimo. All’inizio mi sembrava troppo perfetto per essere vero: a volte i timidi appaiono meglio di quello che sono, vale anche per me. Invece era così sincero e puro, senza sovrastrutture. Aveva il pudore delle parole, così raro sempre e di più adesso, in mezzo a questo boato”.

In campo, inarrivabile.
“Perché era sempre lui, era la sua continuazione. Dicono che in partita ti trasformi: fesserie, in partita sei tu e basta. E conta l’istinto, lì non esiste il freno dell’intelligenza, viene fuori il profondo. E il profondo di Scirea era Scirea”.

Mai un’espulsione, eppure giocava in difesa.
“Gli bastavano la classe e la pulizia del gioco. Mai visto uno così elegante, con la testa così alta. E la purezza del tocco era purezza morale. Questi sono uomini importanti, che magari non segnano un’epoca perché non gridano. Ma quanta ricchezza”.

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