10 Meraviglie della natura poco conosciute ai piu’

21 06 2012

10 Meraviglie della natura poco conosciute ai piu’





La crisi irlandese

7 02 2011

di Michele Paris

Lo scioglimento del Parlamento irlandese e le imminenti elezioni anticipate, rappresentano l’ultimo atto di una farsa politica che ha segnato la fine della disastrosa esperienza di governo del primo ministro Brian Cowen. Mentre il voto del 25 febbraio prossimo produrrà un’inevitabile quanto umiliante sconfitta per il suo partito (Fianna Fáil), il nuovo Esecutivo che uscirà dalle urne è destinato a seguire lo stesso percorso fatto di devastanti misure di austerity per ripagare il prestito erogato dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale seguito alla crisi che ha sconvolto l’ormai ex “Tigre Celtica”.

 

Le tensioni sociali che attraversano l’Irlanda da oltre due anni a questa parte si sono amplificate nel corso delle ultime settimane, fino a produrre un totale sconvolgimento del panorama politico. Al centro delle trame dei vari partiti – alternativamente preoccupati per la loro sopravvivenza politica o decisi a sfruttare l’occasione per conquistare il potere – ci sono le sorti del Taoiseach (primo ministro) Cowen. A preannunciare il destino di quest’ultimo era stato peraltro uno scoop giornalistico, che aveva rivelato la sua complicità con il mondo della finanza responsabile del tracollo dell’economia irlandese.

In un recente libro, infatti, è stata descritta una telefonata e un amichevole incontro di golf tra lo stesso Cowen e Sean Fitzpatrick, già presidente di Anglo-Irish Bank. Il finanziere irlandese, nel 2008, si sarebbe sentito con l’allora ministro delle Finanze per concordare il salvataggio della propria banca sull’orlo del collasso. Poco più tardi, il governo di Dublino avrebbe incluso la Anglo-Irish Bank nel provvedimento di emergenza adottato per garantire tutti i depositi degli istituti bancari del paese, una decisione che avrebbe trasferito i circa trenta miliardi di debito della banca guidata da Fitzpatrick ai bilanci pubblici.

Con la prospettiva di un rovescio memorabile nelle prossime elezioni, a fare il passo decisivo verso la crisi di governo sono stati i Verdi, principale partner del partito di maggioranza. Allarmati per la loro stessa sopravvivenza politica, un paio di settimane fa i Verdi hanno così ritirato il proprio sostegno al gabinetto Cowen, passando all’opposizione. Nel frattempo, per il primo ministro la situazione ha cominciato a farsi critica anche sul fronte interno al proprio partito. I vertici del Fianna Fáil hanno cercato di dargli la spallata per presentarsi al voto anticipato con un leader meno impopolare. Brian Cowen, sostituito dal suo ex ministro degli Esteri, Michael Martin, è stato dunque costretto a farsi da parte, diventando il primo Taoiseach nella storia irlandese a non ricoprire contemporaneamente la carica di segretario del partito di maggioranza relativa.

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Il nuovo Sudan

4 02 2011

Il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan (ora Repubblica del Sud Sudan) è stato un plebiscito e ha segnato la nascita di una nuova nazione africana. A smentire la folla di “esperti” pagati un tanto al chilo per difendere l’Occidente dalle sue evidenti responsabilità, è arrivata di seguito la presa d’atto del governo di Karthum, che ha augurato buona fortuna agli ex compatrioti e auspicato un futuro di buoni rapporti tra i due paesi. Secondo gli “esperti” il governo sudanese non avrebbe mai rispettato i patti, ma solo secondo gli esperti, visto che il regime sudanese non ha mai speso una parola che non fosse per confermare la sua adesione agli impegni presi.

Termina così una saga che è passata attraverso il processo di de-colonizzazione e la successiva lotta per la secessione sudista sostenuta in particolare da Gran Bretagna e Stati Uniti. Il Sudan era in effetti un aborto della colonizzazione, il più grande paese africano (otto volte la Germania riunificata, più dell’Europa senza la Russia), un enorme contenitore di decine di etnie al quale i britannici non avevano offerto e lasciato nulla che non fosse la cultura del dominio in punta di fucile e la divisione della società lungo linee razziali, ad emarginare le etnie più “primitive” e a sottometterle promuovendo a classe dirigente gli arabi, che nel paese rappresentavano decisamente la parte più sviluppata e moderna del paese.

L’indipendenza del Sudan è stata, come quella di molti paesi dopo l’indipendenza, una lunga teoria di dittature sostenute dai referenti occidentali, fino a quando nel Sud del paese sono stati scoperti vasti giacimenti petroliferi. Da allora la voglia d’indipendenza dei sudisti ha trovato un buon numero di fan. Per vent’anni il Sud e il Nord si sono fatti la guerra e il Sud è stato presentato alle opinioni pubbliche occidentali come la vittima del Nord “musulmano”e per mantenere viva questa narrazione è stata prodotta una mole di menzogne che ha ben pochi paragoni.

C’erano persino organizzazioni umanitarie gestite da personaggi come la baronessa inglese Caroline Cox che raccontavano che gli “arabi” del Nord riducevano in schiavitù e vendevano i “cristiani” del Sud,  anche se i cristiani al Sud non sono poi così tanti e, soprattutto, anche se non era vero. Si è scoperto poi che nessuno schiavizzava nessuno e che con i soldi che la Cox raccoglieva per “ricomprare” gli schiavi in realtà comprava armi inglesi, che giungevano in Uganda come “pezzi di ricambio” e da lì finivano all’esercito sudista, alla faccia dell’embargo dell’ONU.

 

Ora la pantomima è finita. Anzi, è finita nel 2004 quando sono stati siglati gli accordi che hanno portato all’indipendenza, firma alla quale i tutori occidentali tenevano così tanto da chiudere gli occhi mentre il regime di al Bashir stroncava nel sangue la rivolta del Darfur fomentata da alcune delle dittature confinanti, quella del Ciad su tutte.

Oggi nasce un nuovo paese, nel quale non c’è nulla, non ci sono infrastrutture, non c’è un governo e non esiste nemmeno una classe dirigente che non sia quel che resta della catena di comando dell’SPLA, l’Esercito di Liberazione del Sud Sudan una volta guidato da John Garang, il leader un po’ ingombrante (e non solo perché iscritto nella lista internazionale dei terroristi) opportunamente sparito in un incidente aereo all’indomani della firma degli accordi. Il destino di questa neonata nazione dipenderà ancora una volta dalla qualità e quantità delle ingerenze occidentali e per questo non è il caso di coltivare eccessivi ottimismi, piuttosto c’è da temere l’ennesimo saccheggio delle ricchezze di un paese per mano di un’associazione a delinquere tra i poteri locali e alcune potenze e corporation straniere.

C’è da scommettere che ora l’interesse per il Sudan “cattivo” e il suo regime adesso scemeranno dalle nostre parti, al Bashir ha le sue gatte da pelare con la rivolta che si è accesa sull’esempio di Tunisia ed Egitto e fino a che non si riaccenderà un nuovo conflitto per il petrolio scoperto nel Darfur meridionale, le faccende del Sudan non faranno più notizia. Che è esattamente ciò di cui hanno bisogno i soggetti che nei prossimi anni s’impegneranno nella facile impresa di saccheggiare le risorse di un paese inerme e privo di una classe dirigente capace di difenderne gli interessi.

 





Alessandro Del Piero si racconta su “La Repubblica”

6 12 2010
Fonte: di Dario Cresto-Dina per “La Repubblica”
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

A Vinovo, quando finiscono le colonne e il ruminare ferroso dei tir e comincia una strada dal nome senza battesimo, Débouché, una strada che sembra andare da nessuna parte, c’è un prato dove si allena Alessandro Del Piero. Per guardarlo si sale sul tetto piatto di un edificio prefabbricato, uno spiazzo da cecchini, sopra un posto chiamato “Mondo Juve”, una specie di lunapark senza le giostre. È un lunedì pomeriggio e si gela. Sul terreno corrono i ragazzi della Primavera, della prima squadra ci sono soltanto i tre portieri, un paio di riserve e lui, il capitano. Più tardi dirà, offrendomi un bicchiere di tè: «Volevo fare un po’ di palla. Vedi, ho sempre dato molta importanza al mio piede sinistro. Ci lavoro da quando avevo nove anni, incoraggiato dal mio primo maestro, Umberto Prestia. Il mio piede destro è più sensibile e preciso, è quello delle punizioni. Il sinistro è più potente». In campo l’esercizio è questo: i giocatori stanno in fila indiana a una trentina di metri dalla porta con un pallone tra le mani, lo lanciano a un preparatore che glielo restituisce facendolo rimbalzare sul prato. Loro devono calciarlo al volo. Del Piero compie sedici ripetizioni e fa nove gol, tra questi un pallonetto di destro con tocco sotto il cuoio e un sinistro violento che riprende il precedente destro respinto dall’incrocio dei pali. Nessuno in Italia calcia come lui. Qualcuno ha detto: è un robot. Quando abitava nel centro di Torino, ogni mattina entrava in un piccolo bar di via Carlo Alberto. Jeans, giubbotto di pelle, cappellino calato sugli occhi. Ordinava una spremuta. La beveva al banco, le spalle all’ingresso. Gentile e lontano. Un singolarista. «Un timido diventato diffidente. Non credo che un rapporto professionale, un incontro, un’amicizia debbano per forza trasformarsi in una seduta di psicanalisi. Avevo tredici anni quando sono andato da San Vendemiano a Padova. Ero solo, ero un bambino di campagna costretto a lasciare la famiglia per inseguire un pallone. Padova mi sembrava una città enorme. Mi mozzò il respiro».
Lo sistemarono in un appartamento assieme a altri quattordici ragazzi. Ogni due o tre settimane c’era chi se ne andava, chi arrivava. Adolescenti pieni di storie differenti che non osavano raccontarsi, o forse non c’era il tempo per farlo. «È stata un’esperienza dura e formativa, con gli anni il calcio mi ha dato sicurezza. E mi ha condotto dentro la solitudine. Sembro un paraculo, sono un introverso. Trascorro spesso quattro giorni la settimana con i compagni. Ventiquattro ore su ventiquattro. Alla fine voglio vedere altre persone. Vado a cercare chi mi è mancato». Bigatto, Rosetta, Monti, Varglien, Rava, Parola, Boniperti, Sivori, Castano, Salvadore, Furino, Scirea, Brio, Tacconi, Baggio, Vialli, Conte. Sono stati i capitani della Juventus. Alessandro Del Piero è il diciottesimo. Lo è diventato nel 2001. Nello stesso anno ha perso il padre, Gino. «La sua scomparsa mi ha reso più forte, so che dovrò fare i conti con il destino e che potrà dipendere da come tiro i dadi. Gli ostacoli si sono abbassati. Parlo ogni giorno con mio padre. Ho cercato di conservare in me la sua parte migliore. Se n’è andato in un momento difficile della mia carriera. Avevo i soldi per fare tutto, non ho potuto fare nulla. Papà era silenzioso, concreto, leale. Al paese sono andato a parlare con chi lo aveva conosciuto per conoscerlo a mia volta meglio attraverso i loro racconti. Mi porto dentro rimpianti. Le parole che non sono riuscito a dirgli, il tempo che non gli ho riservato, i sorrisi e il pudore che non ho saputo interpretare». Che cosa comporta essere il capitano? «Essere educato, essere un esempio, essere un riferimento. Lo so, può sembrare una frase scontata. Il capitano regola la vita di una squadra. Ci sono rospi da ingoiare, bisogna imparare a accettare una sostituzione, a mostrarsi ogni tanto altruista. Non è una questione di giovani e vecchi, né di intelligenza. Oggi non esistono giocatori stupidi. Mi è successo di bussare alla porta di un compagno per cercare di tranquillizzarlo, ci sono stati ragazzi che sono venuti a cercarmi per confidarmi un problema, una sconfitta privata, un dolore. Con altri ho litigato sul campo e fuori, senza mai fare depositare il rancore. Nel 2005 avevamo una squadra con nove capitani. Ho giocato con campioni dal carisma superiore al mio. Penso a Cannavaro, Buffon, Thuram, Vieira, Emerson, Nedved, Peruzzi, Deschamps, Zidane, Van der Sar, Di Livio, Montero. Padroni degli spogliatoi, fratelli in partita. Ho affrontato decine di volte un altro capitano storico, Francesco Totti. Siamo agli opposti. Io quasi un torinese compassato, lui un romano sanguigno. Francesco non verrebbe mai tra questi inverni, io non mi sono mai neppure domandato se riuscirei a amare Roma. Ci sentiamo al telefono, qualche sms dopo l’ultima Juve-Roma. Mi viene da ridere. Mi ha fatto i complimenti. Ero entrato al decimo del secondo tempo e non avevo combinato granché… So di incarnare un simbolo. La battaglia contro la violenza e il razzismo sarà lunga perché non basta sbattere fuori dagli stadi teppisti, delinquenti e idioti. Vanno educati i ragazzi, le famiglie, la scuola, la società, la politica. Ero un bambino di undici anni quando avvenne la strage dell’Heysel. Quella notte rappresentò per l’Inghilterra una linea di demarcazione tra il prima e il dopo del Paese, non solo del calcio. Serve un confine morale anche all’Italia. Quando non vedrò più padri che insegnano al figlio di sette o otto anni tenuto per mano come si insulta l’arbitro, un giocatore della squadra avversaria o il tifoso del seggiolino accanto, allora comincerò a sperare che le cose possano cambiare. Sono immagini tristi, mi fanno vergognare. A quindici anni, quando stavo in mezzo ai grandi con indole da spaccone, facevo il bulletto pure io, ma da solo, sotto lo sguardo severo di mia madre Bruna, mi pisciavo addosso». Sonia è la moglie. Tobias ha tre anni, Dorotea uno e mezzo. Tra pochi mesi nascerà il terzo figlio. Non hanno voluto sapere se maschio o femmina. Del Piero aveva una Ferrari nera, l’ha venduta. La vita plasma anche gli spazi, i posti a sedere. «Sono un padre mammone, cambio i pannolini, passo notti insonni, serate in cucina. Ho imparato da ragazzo, soprattutto pasta e riso. Il mio futuro è qui. Torino. Ci sono sbarcato a diciotto anni, tremavo davanti alle sue strade larghe e squadrate, alla sua cupezza, alla sua fatica operaia. Ma avrei accettato di dormire anche in una baracca. Oggi è una città trasformata, possiede una dimensione umana e un profumo internazionale. In queste ultime settimane ha ospitato uno dopo gli altri gli U2, Lady Gaga, Shakira. Montagne bellissime, il mare vicino. Oggi mi voglio godere ciò che mi sono guadagnato». Un’altra vita, da Harry Potter a Sun Tzu, passando attraverso Faletti. I libri lo hanno aiutato a parlare pulito, a cercare sinonimi. «Sono diventato un curioso della psicologia. Ho da poco terminato di leggere L’Arte della guerrae Lo Zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel. Mi piace l’idea di focalizzare filosoficamente un gesto. La linea che unisce tiratore, freccia e bersaglio. Vedi, quando segni un gol, mentre aspetti che il pallone ti cada sul piede o ti arrivi rasoterra e poi lo calci, fai tutto in un momento di trance, dentro un vuoto della mente. Vorrei riuscire a fermare il pensiero che regge questo mistero, o almeno quella scheggia di pensiero che ti fa organizzare il gesto, le tre perle della collana: tiratore- freccia-bersaglio. Ho segnato gol bellissimi, ne ho sbagliati di clamorosi. Sono stato un fenomeno e una pippa. Papà teneva i taccuini delle partite. Formazione, risultato, marcatori. Io mai. Da qualche parte qualcuno ha scritto che un artigiano non smette di costruire un tavolo solo perché la moglie lo ha lasciato. Il giorno dopo i disastri mi sono svegliato, mi sono vestito e ho ricominciato. È stato così dopo la finale europea persa nel 2000. Sbagliai due gol facili, la Francia vinse in quei maledetti dieci secondi. Chiesi scusa a Zoff. Il giorno dopo ricominciai. Nel 2006 sono diventato campione del mondo, non ricordo nemmeno più se ho giocato e quanto ho giocato prima della semifinale. So che in quella partita straordinaria contro la Germania ho siglato il 2-0 con un gol bellissimo e in finale ho calciato uno dei rigori decisivi. Vincere è la sola cosa che conta, se non ci fossi riuscito sarei stato un grido spezzato». Gli dico: Agnelli. Che ti fa venire in mente? «Torino, la Fiat, la Juventus. L’Avvocato, il Dottore, Andrea. Incontrai l’Avvocato per la prima volta a diciannove anni, non si accorse neppure di me. Al di là delle sue battute famose, ricordo due episodi. Il 16 marzo ’94, dopo che il Cagliari ci eliminò dalla Coppa Uefa, si presentò nel ritiro di Villar Perosa con un ritaglio di giornale in mano e mi disse: “Senta Del Piero, qui scrivono che siete dei brocchi, dimostri che non è vero”. La domenica affrontammo in campionato il Parma che aveva superato l’Ajax e vincemmo quattro a zero. Segnai tre gol. Un’altra volta al Delle Alpi, prima di un Juve-Milan, mi chiamò al telefono mentre facevo il riscaldamento. Mi vennero a prendere, mi portarono nel sottopassaggio. Poche parole, pochi secondi: “Come sta? Giochi bene, mi raccomando”. Perdemmo 1-0». Quasi trentasette anni, una vita di rincorse, di rigori, di palloni messi sotto l’incrocio dei pali, eppure c’è ancora chi aspetta la sua punizione perfetta. Lui sta dentro la sua pelle di incompleto come un babà, protetto da una lista di record che riempie una pagina di Wikipedia. L’ultimo lo ha battuto senza muovere un muscolo, accomodato sulla panchina dello stadio di Marassi all’ora di pranzo. È diventato il giocatore con la più lunga militanza in maglia bianconera: 17 anni, 2 mesi e 9 giorni. «Non mi sento vecchio. Dentro sono molto, molto giovane. Certo, cambiano interessi e obiettivi. Non ho paure, le scaccio. Non so se sono coraggioso, prima bisognerebbe capire che cos’è il coraggio. A otto anni una macchina mi centrò in pieno mentre uscivo in bici dal cancello di casa. Era il secondo giorno di scuola. La mamma mi caricò sull’auto della vicina, una vecchia Dyane, mi stringeva tra le braccia e piangeva, io staccavo pelle e carne insanguinata dalla fronte e le mormoravo: guarda, non mi sono fatto niente. Kronos un giorno decreterà la mia fine. Ma il prossimo anno giocherò ancora. Nella Juventus, se la società mi rinnoverà il contratto, altrimenti da qualche altra parte, ma sempre in Italia. Dopo dovrò riorganizzarmi la vita. Non farò l’allenatore». Chissà se un miliardario, che ha avuto in sorte di diventare tale restando un Peter Pan col pallone incollato al piede, coltiva ancora dei sogni. «Sì, forse sì. Quello che faccio non è un lavoro. Il lavoro era quello di mio padre, elettricista. Guadagno molto. Voglio che i miei cari stiano bene. Investo, compro case. Arrivo da una famiglia nella quale si guardava anche alle cento lire. Da ragazzino sognavo di avere due soldi in più per potermi permettere un paio di scarpe nuove, una giaccavento, la bicicletta con il cambio. Oggi di sogni ne ho tre: che i miei bimbi crescano in salute, vincere ancora qualcosa nella Juve, tornare ad arrampicarmi nella campagna di San Vendemiano su un ciliegio alto sei metri. In punta le ciliegie prendevano un sole stupendo, erano dolcissime. Ci salivo di nascosto. Lassù ho avuto un po’ di paura, ma sono stato felice. Dopo, è stata solo fortuna».





Lo schifo persiste #30

15 11 2010

Di Michele Boldrin

 

Il giorno 21 settembre 2010 il deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori ha proposto l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare parecchi più anni di contributi per maturare il diritto alla pensione.

Indovinate un po’ come è andata a finire:

Presenti 525

Votanti 520

Astenuti 5

Maggioranza 261

Hanno votato sì 22

Hanno votato no 498.

Ho controllato in rete. La notizia è apparsa solo su siti legati all’Italia dei Valori e qualche altro sparuto blog, che neanche noi abbiamo notato. Niente, assolutamente niente, su nessuno dei principali quotidiani nazionali, alla radio o, neanche a parlarne, la TV.

Non male come prova che, quando è l’ora di rubare al contribuente, questi e quelli pari sono …





Finding Nemo a Rawa

26 08 2010
Finding Nemo

Finding Nemo





La catena alimentare

2 12 2009








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