90% del traffico email e’ spam…JE POSSINO !!

17 12 2008

Roma – Le cifre differiscono da quelle già comunicate da Symantec nel suo report sull’argomento di qualche settimana fa, ma l’idea di fondo, anzi la constatazione di un dato di fatto, rimane sostanzialmente inalterata: nel suo Annual Security Report Cisco sostiene che il 90% delle e-mail spedite e inviate in tutto il mondo è spam.

Mail spazzatura, “comunicazioni commerciali” indesiderate su pillole-multicolore e allarga-attributi o, peggio ancora, codice malevolo pronto a infettare sistemi non opportunamente protetti e utenti non particolarmente attenti, lo spam scambiato quotidianamente su Internet comprende circa 200 miliardi (dicasi miliardi) di messaggi.

Tra i maggiori paesi “fornitori” di questa particolarmente detestabile (e detestata) forma di perversione digitale spiccano gli Stati Uniti con il 17,2% del totale dei messaggi inviati, seguiti a ruota da Turchia (9,2%) e Russia (8%).

Lo spam rappresenta una parte non trascurabile di quel business del cyber-crimine che la succitata Symantec ha trattato in un rapporto omnicomprensivo pubblicato non molti giorni addietro. E lo spam è una delle attività principali date in outsourcing alle potenti e tentacolari maglie delle botnet grandi e piccole, eserciti di PC-zombie dal controllo centrale sfuggente e dall’analisi difficoltosa, eserciti attualmente in fase di reboot dopo il duro colpo inferto dallo shutdown del provider McColo.

“Usare il malware per infettare i computer di qualcuno è diventato un meccanismo incredibilmente comune e sfruttare tali computer tutti insieme è un modo utile per condurre frodi a base di phishing, spedire spam e rubare informazioni” sostiene Patrick Peterson, chief security researcher per Cisco, secondo la cui opinione le botnet sono, “in molti casi, il ground-zero per le minacce criminali online”.

Alfonso Maruccia

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Per sapere tutto dei componenti di un pc…

6 10 2008

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Per me possono anche morire…

12 12 2007

1 – CHI VUOL ESSER MAGRA SIA. MA SE UNA È UN PO’ TONDA? “SI ARRANGI”
Annalena Benini per “Il Foglio”

Franca Sozzani con il fidanzato
© Foto U.Pizzi

Quarantacinque, massimo quarantasei chili. E’ il peso fashion, è il mondo delle fate che bevono the verde. Sono i chilogrammi di Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, donna di potere e regina della moda assieme ad Anna Wintour. Venerdì scorso, elegantissima, Sozzani era alle Invasioni Barbariche, e alla domanda: “Ma se una è un po’ più tonda?”, ha risposto, stronzissimamente sincera: “Si arrangia”. Nessuna favoletta pietosa sul valore morale della cellulite, nessuna smanceria sulle taglie quarantaquattro (traduzione per maschi in genere: una quarantaquattro significa tre Kate Moss e niente abiti regalati dagli stilisti).

“Si arrangia” è finalmente la verità, è il muro alto che divide il mondo dei sogni da quello dei pop corn al cinema. Non c’entra l’anoressia percepita, non c’entra il senso di colpa che si cerca di far venire a Miuccia Prada. E’ semplicemente un altro pianeta, separatissimo, lontanissimo, magrissimo. E’ la risposta di Anna Wintour a Giovanna Melandri, che con guardaroba inadeguato (le avevano perso la valigia in aeroporto) andò dall’imperatrice col caschetto a parlarle di ragazzine che smettono di mangiare per assomigliare alle modelle.

Anna Wintour

Anna Wintour le disse soltanto: “Ministro, il problema è l’obesità” e la congedò. Ha detto Franca Sozzani che la Wintour mangia “più o meno normalmente”, dove normale significa cappuccino bollente, e normale vuol dire anche: “Credo di non avere mai mangiato un tiramisù in tutta la vita”. E’ la franchezza al potere, senza bugie sul metabolismo grandioso e sulla passione per il ragù di cinghiale.

A loro la trasparenza, gli abiti meravigliosi, le rinunce, le migliaia di borse che arrivano alla Sozzani per Natale (“ma io non porto borse, quindi facciamo un mercatino in redazione e le vendiamo”. Nemmeno le ricicla in regali fantastici, lei le vende), a loro i tacchi alti senza calze quando nevica, a loro la trendsetteraggine e l’aria raffinatamente prosciugata. A noi il sogno da godere leggendo su Vogue francese che Mathilde Agostinelli, mostruosamente magra (responsabile delle comunicazioni di Prada France, amica di Cécilia Sarkozy, quella delle vacanze insieme in barca la scorsa estate), si alza tutte le mattine alle sei e trenta, poi beve acqua e poi qualcos’altro con un concentrato di the verde, va a nuotare al Ritz perché è l’unico posto con la musica dentro la piscina, fa ginnastica con un coach a domicilio, insomma è una vita infernale e il resto del mondo invece può guardare le sue foto sui giornali e trovarla una prugna secca, perfino.

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Marcio in Italy

3 12 2007

D. Mart. Per il Corriere della Sera

Che senso può avere acquistare in via Montenapoleone una «piattina» di Prada a 440 euro e poi scoprire che la stessa borsetta in nylon e pelle ha un costo di fabbrica di 28 euro in un laboratorio artigianale di Arzano in provincia di Napoli? La filiera dei prodotti di lusso — almeno come l’ha mostrata ieri sera Report di Milena Gabanelli su Raitre — segue un percorso tortuoso e non sempre limpido che può approdare nei capannoni anonimi dove si lavora in nero se non in condizioni di semischiavitù quando la manodopera è cinese. I sub fornitori e gli intermediari, però, ogni tanto finiscono nel mirino della Guardia di Finanza prima ancora che gli ispettori della grandi case di moda possano recidere il cordone ombelicale con l’unità produttiva fuori dalle regole.

«Schiavi del lusso» — l’inchiesta di Raitre portata a termine da Sabrina Giannini nonostante veti e sgambetti degli uffici stampa della case di moda — ha filmato le facce terrorizzate dei clandestini cinesi che lavorano di notte nei capannoni oscurati di Prato e i mutismi degli operai italiani reclutati in Campania che negano anche l’evidenza davanti alle Fiamme Gialle: «Sono in prova, non so quanto mi pagheranno, se mi conviene resto…». Il meccanismo — che può lambire tutte le grandi case: Prada, Fendi, Dolce & Gabbana, Ferragamo e altri ancora — lo ha ricostruito Report dopo aver ascoltato i titolari, italiani e cinesi, di vari laboratori artigiani: «Abbassando così tanto i costi di produzione è evidente che strangoli il fornitore e crei i presupposti per il nero… ».

Se per garantirsi il marchio «Made in Italy» basta applicare una tracolla italiana a una borsetta prodotta in Cina, c’è invece chi affronta i rischi d’impresa. In Toscana, Andrea Calistri ha creato il consorzio «100% italiano» che comporta per l’azienda che appalta il controllo sull’intera filiera produttiva: «La globalizzazione spinta porta a fare scelte non esattamente drastiche come quelle che abbiamo fatto noi. Ma ho imparato che non è etico scrivere “Made in Italy” su prodotti fatti in Cina».

E tra gli imprenditori del lusso che hanno sempre sostenuto il grande artigianato italiano, Report ha ascoltato Diego Della Valle, il titolare della Tod’s: «Io dico ad altri marchi importanti come il nostro che dobbiamo stare molto attenti a non annacquare la grande considerazione che hanno nel mondo per il “Made in Italy”. Altrimenti, se non stiamo attenti, il “Made in Italy” ce lo giochiamo un po’ alla volta».

Infine, il giornalismo che spesso rischia di osannare il mondo della moda.
Report ha rotto un tabù, raccontando di giornaliste che scrivono di sfilate e poi accettano consulenze dalle stesse case che recensiscono; di servizi imposti dagli inserzionisti pubblicitari; di reprimende alle direttrici che decidono di testa loro, magari valorizzando uno stilista emergente; della direttrice di Vogue Italia che accetterebbe gli scatti di un solo fotografo italiano, che poi è suo figlio; di una nota giornalista del Tg3 che, dopo la presentazione della collezione di Cesare Paciotti, avrebbe scelto nello showroom dello stilista «un paio di scarpe di suo gradimento».





Lo schifo persiste.. #6

6 11 2007

S. Fi. Per “Il Sole-24 Ore”

La puntata di Report andata in onda domenica sera su Rai 3 e dedicata al caso-Capitalia ha suscitato reazioni e polemiche. La trasmissione, condotta da Milena Gabanelli, aveva per titolo “Fin che la banca va”: prendendo spunto dalle inchieste sui “furbetti del quartierino” e sui rapporti tra l’ex banchiere della Banca Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani, il numero uno dell’Unipol Giannio Consorte e l’immobiliarista Danilo Coppola, la giornalista ha alzato progressivamente il tiro. In particolare, Report ha sollevato interrogativi sui requisiti di onorabilità di Cesare Geronzi, ex presidente di Capitalia ora presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, ma anche sull’operato del governatore di Bankitalia Mario Draghi, che da parte sua non avrebbe “alzato il sopracciglio” davanti alla nomina di Geronzi in Piazzetta Cuccia.

(Cesare Geronzi – Foto U.Pizzi)


Una nomina a cui, a giudizio di Report, non si sarebbe dovuto procedere in considerazione dei “precedenti” di Geronzi: la condanna in primo grado a 1 anno e 9 mesi per concorso in bancarotta nel crack Italcase-Bagaglino, il rinvio a giudizio, un’interdizione, una sospensione per i crack Parmalat e Cirio. Per entrambi gli ultimi due provvedimenti, Geronzi ha ottenuto il reintegro da parte del cda e dell’assemblea della banca. E, accusa la Gabanelli, con il silenzio di Draghi.

La Banca d’Italia, come è consuetudine dell’istituzione, non ha commentato la trasmissione e le accuse, né lo farà: il Governatore parla soltanto nelle sedi istituzionali. Non è comunque difficile pensare che per Via Nazionale i rilievi della Gabanelli siano del tutto fuori luogo: sui requisiti di onorabilità, non è il Governatore ma un decreto del ministero del Tesoro a fissare i criteri necessari per ricoprire cariche nelle banche e questi vengono meno solo in caso di condanna definitiva passata in giudicato, cosa che nel caso di Geronzi non è avvenuta.

Sul tema, comunque, il ministro del Tesoro ha allo studio una modifica. Il banchiere romano ha invece risposto all’attacco di Report: i suoi legali sono stati incaricati di presentare querela e richiesta di risarcimento danni nei confronti di Milena Gabanelli e della Rai. La trasmissione, secondo i legali di Geronzi, ha rappresentato “episodi marcatamente deformati e offensivi”. Durante la trasmissione è stato fatto riferimento a un’indagine interna promossa a inizio anno dall’ex ad Matteo Arpe suoi costi, pari a circa 30 milioni, della divisione comunicazione della banca.





Nuova pubblicità per Unicredit

15 10 2007

Entra in banca e chi ci trova? Un trio di campioni da finale del campionato del mondo, Marco Materazzi , Andrea Pirlo e Daniele De Rossi . Ma il cliente non si distrae e la sorpresa («ma no! Ma non ci posso credere») è tutta per lo sportello della sua banca. E i tre bomber restano lì sorpresi dalla potenza, a questo punto anche mediatica, della nuova Unicredit di Alessandro Profumo. Che li ha ingaggiati per la campagna pubblicitaria di lancio del nuovo istituto nato dalla fusione tra piazza Cordusio e la Capitalia di Cesare Geronzi.

(Il campione del mondo Marco Materazzi – Foto Lapresse)


Tra Milano e Roma la scelta delle tre star dosa e bilancia le anime della superbanca, tra il difensore dell’Inter e gli attaccanti di Milan e Roma. E il messaggio è chiaro, Unicredit vuole essere il bomber del sistema bancario nazionale. Si vedrà. Le riprese sono cominciate lunedì della scorsa settimana. Nelle prossime settimane su tutte le emittenti nazionali.





Botta e risposta

25 09 2007

1 – HO ACCUSATO VOI MA ANCHE I GRANDI GIORNALI
Lettera di Milena Gabanelli a “Libero”

Gentile direttore, nel suo editoriale di martedì 18 settembre Lei invitava Grillo a scoperchiare i pentoloni, «non come fanno la Gabanelli e Stella che sparano sui piccoli, ma trascurano i grandi perché ne sono retribuiti». Stella è un dipendente del Corriere e si difende da solo. Io non sono dipendente da nessuno e ho contratti di collaborazione. Non so a cosa Lei si riferisca quando dice che «sparo sui piccoli», immagino al fatto di aver dedicato troppo spazio ai contributi pubblici di cui gode il suo giornale. È vero, ma lei è anche una persona che si arrabbia, e dà molta soddisfazione (televisivamente parlando), altri invece ammettono, e la cosa finisce lì.

(Milena Gabanelli)


Tuttavia, come ben sa, non è vero che abbiamo dimenticato i grandi, e se mi permette le riporto le parole esatte dette in quella puntata dal titolo “Il finanziamento quotidiano”: «La legge si chiama “provvidenza all’editoria” e provvede ad elargire milioni di euro anche ai grandi gruppi, quelli che è difficile dire che ne avrebbero bisogno. Sommando le voci tra periodici e quotidiani nel 2004 La Repubblica-Espresso riceve 12 milioni di euro, Rcs e Corriere della Sera 25 milioni di euro. Il sole 24 Ore della Confindustria, 18 milioni di euro. La Mondadori 30 milioni di euro. Sono contributi indiretti, ad esempio, Il Sole 24 Ore è il quotidiano che ha più abbonati in assoluto, ogni volta che il giornale viene spedito invece di 26centesimi ne spende 11. La differenza ce la mette lo Stato. Nel 2004 ci ha messo 11 milioni e 569 mila euro. Un giornale che fa utili, perché Il Sole 24 Ore fa utili, attraverso la pubblicità, è giusto che prenda anche queste sovvenzioni?»

Non bastava? Le ricordo inoltre che in una puntata di Report dedicata ai consigli d’amministrazione delle aziende pubbliche ho ricostruito la responsabilità dei consiglieri Rai nella nomina di Meocci. Azione che ha procurato all’azienda una multa di 14 milioni di euro. In seguito i consiglieri furono indagati e poi rinviati a giudizio. Le ricordo inoltre che si tratta della stessa azienda che mi retribuisce. Ci siamo occupati in maniera non esattamente morbida delle più importanti compagnie telefoniche, di Ferrovie, dell’Eni, Sviluppo Italia, del sistema bancario. Soggetti che in questo momento mi stanno tenendo a bagnomaria con cause civili. Cosa mi rimprovera signor Feltri? Cordialmente

2 – CARA SIGNORA ORA LE DICO DOVE SBAGLIA
Vittorio Feltri per “Libero”

Cara signora, le dimostro subito la sua scorrettezza professionale. Noi pubblichiamo per intero, senza il minimo taglio, senza la minima censura, la lettera cortese che ci ha inviata. Lei invece, a suo tempo, non fece altrettanto con la intervista che rilasciai al suo collaboratore: tale intervista non vide la luce in forma integrale, ma andò in onda mutilata delle parti fondamentali, dove spiegavo come le accuse rivolte a Libero fossero infondate. Questo dovrebbe bastare a sottolineare la differenza abissale fra lei e noi: Report non rispetta le persone che interroga, né concorda con loro eventuali sforbiciate; Libero riceve e stampa, nessuna manomissione. Le sembra poco?

(Vittorio Feltri – Foto U.Pizzi)


Dati alla mano, confermo che lei (come Stella) spara sui piccoli e accarezza i grandi. Già, è più comodo. Nel servizio tivù oggetto della presente polemica, Libero, che incassa dallo Stato 4/5 milioni di euro l’anno, è stato citato 45 volte; e il mio nome è stato citato 18 volte. Il Corriere della Sera, che incassa dallo Stato 25 milioni di euro all’anno, è stato citato 4 volte. Il direttore del Corriere, Paolo Mieli, non è stato mai nominato. Mai! Il Sole 24 ore, che incassa 18 milioni di euro, è stato citato 2 volte. Il direttore del quotidiano economico di proprietà confindustriale, Ferruccio De Bortoli, non è stato mai nominato. Mai! La Repubblica, che incassa 12 milioni di euro, è stata citata 2 volte. Il successore di Eugenio Scalfari ovvero Ezio Mauro, non è stato mai nominato. Mai! Non solo. Né Mieli né De Bortoli né Mauro – contrariamente a me – sono stati messi sotto torchio da lei e neppure sollecitati a fornire spiegazioni. Perché?

Io mi arrabbio? Ovvio che mi arrabbi quando, nonostante esibisca dei documenti, l’intervistatore continua imperterrito – ignorando le carte – ad addebitarmi peccati mai commessi. Poi, mi scusi, ai fini dell’informazione corretta cosa c’entra il tono della voce? Lei, invece di contestare i concetti da me espressi con argomenti ineccepibili, bada ai decibel e in base a questi decide se trasmettere o meno una intervista? Bel modo di lavorare. Come telespettatore le assicuro avrei gradito ascoltare Mieli, De Bortoli e Mauro. Mi è toccato ascoltare soltanto me stesso. Per giunta tagliato. Risponda, la prego.

Non è finita. Nel servizio di Report si è detto che Libero regala copie. È falso. Vendiamo – a prezzo scontato non essendo coinvolte le edicole, che reclamano il loro margine di utile – dalle 4 alle 5 mila copie al dì alle Ferrovie, ad Alitalia e alle cliniche Angelucci. Ripeto, dalle 4 alle 5 mila copie. Va da sé che le aziende menzionate facciano l’uso che ritengono opportuno di tali copie. Mi domando. Per quale ragione, gentile signora, ha insistito sulle 4/5 mila copie di Libero cedute in blocco, e ha trascurato completamente le centinaia di migliaia di copie regalate ogni giorno dal Corriere e dalla Repubblica? Certe omissioni sono frutto di sbadataggine o di calcolo?

 

Ancora. La rimozione di Meocci è stato un fatto pubblico, ci mancava solo che ignorasse anche quello. Tuttavia, se Meocci fosse stato nominato dal centrosinistra anziché dal centrodestra, gli avrebbe riservato lo stesso trattamento? Non ne sono convinto. Si capisce lontano un chilometro che lei pende a sinistra, come del resto io pendo visibilmente a destra. Un particolare però non sottovaluterei: io dichiaro di essere di centrodestra, lei non dichiara di essere di centrosinistra. Mi pare onesto dire come la si pensa. Così, per non ingannare lettori e telespettatori. In ogni caso, se è vero che lei ha affrontato la questione Meocci, è altrettanto vero che, nel denunciare le cifre percepite dall’editoria, ha sorvolato sulle decine di milioni di euro, anzi, centinaia, che ogni anno lo Stato gira alla Rai – da cui lei percepisce compensi – onde ripianarne i passivi.

C’è di più. È normale che la Rai, con l’organico di cui dispone (migliaia di persone), si rivolga a collaboratori esterni come lei per realizzare Report? Perché non fa una bella puntata su questo problemino? Che strano. Lei se la prende con i quotidiani aiutati dallo Stato e tace sulla Rai mantenuta dallo Stato, nonostante il canone e la pubblicità. Poi mi chiede di cosa la rimproveri. Si faccia un esame di coscienza.

E poiché siamo in ballo, le suggerisco di informarsi su quanto incamerano i giornali francesi e inglesi sotto forma di aiuti statali. Il doppio dei nostri. E lo sa o no che in Italia l’editoria paga l’Iva sui suoi prodotti mentre in altri Paesi europei non si paga? Siamo dinanzi a una casta continentale? Non le ha mai detto nessuno che senza giornali, senza informazione, le democrazie non starebbero in piedi? E non le ha mai detto nessuno che perfino i liberisti degli Stati Uniti finanziano abbondantemente la stampa perché svolge una funzione pubblica indispensabile? Confesso, mi sono arrabbiato sul serio con lei. Forse avevo e ho qualche motivo. Ora spero ne sarà persuasa








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