Yemen, protettorato USA

17 07 2012

di Michele Paris per AltreNotizie

Uno dei paesi che negli ultimi anni ha attirato maggiormente l’attenzione degli Stati Uniti è senza dubbio lo Yemen. L’impoverito paese della Penisola Arabica, a partire dallo scorso anno, è stato anch’esso attraversato da un massiccio movimento popolare di protesta che, come altrove, si è risolto in una soluzione inoffensiva per gli interessi di Washington. Le manifestazioni contro il regime trentennale di Ali Abdullah Saleh, già stretto alleato degli USA, sono infatti finite con la deposizione del presidente grazie ad una iniziativa patrocinata da quegli stessi americani che continuano a mantenere uno stretto controllo sulle sorti dello Yemen.

A mettere in luce come il presunto nuovo corso del quadro politico yemenita sia manovrato in gran parte dagli USA è stato un articolo pubblicato la settimana scorsa dal quotidiano libanese Al Akhbar. L’intermediario tra l’amministrazione Obama e il nuovo regime è rappresentato dall’ambasciatore americano a Sana’a, Gerald Feierstein, che la testata libanese non esita a definire “il nuovo dittatore” del paese più povero dell’intero mondo arabo.

La realtà dello Yemen smentisce in maniera clamorosa ogni pretesa da parte di Washington di aver favorito una transizione democratica in seguito ai disordini provocati dalla rivolta esplosa sull’onda della Primavera Araba. Con il presidente Saleh deciso a rimanere al potere ad ogni costo, dopo lunghe trattative gli Stati Uniti e i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), con Arabia Saudita in prima fila, qualche mese fa erano finalmente riusciti a trovare un accordo per sbloccare la situazione di stallo.

Grazie alla cosiddetta “Iniziativa del Golfo”, infatti, Saleh ha accettato di farsi da parte, così che lo scorso febbraio sono potute andare in scena elezioni-farsa che hanno portato al potere il suo vice, Abd Rabbuh Mansour al-Hadi, solo ed unico candidato ad apparire sulle schede elettorali.

La “transizione” senza scosse pilotata da Washington e Riyadh ha fatto in modo che la situazione non sfuggisse di mano ai due paesi che esercitano la maggiore influenza sullo Yemen, così da evitare un contagio della rivolta in Arabia Saudita e poter mantenere il controllo su un paese situato in posizione strategica nella Penisola Arabica. L’importanza dello Yemen è d’altra parte testimoniata dal coinvolgimento degli Stati Uniti, i quali hanno rafforzato i legami con il regime e avviato una intensa campagna militare per mezzo dei droni. Il pretesto per l’interventismo USA in Yemen è dato dalla presenza nel paese di Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), secondo la propaganda ufficiale l’organizzazione terroristica attualmente più pericolosa per la sicurezza americana e dell’Occidente.

In questo modo, lo Yemen sembra essere diventato poco più che un protettorato degli Stati Uniti, come conferma, ad esempio, la vicenda descritta da Al Akhbar del giornalista Abdel Ilah Shaeh, condannato a 5 anni di carcere per aver rivelato che un attacco con un drone americano nel dicembre 2009 aveva causato la morte di 35 tra donne e bambini.

In un’apparizione alla TV yemenita, l’ambasciatore Feierstein ha recentemente dichiarato che gli USA “non avrebbero permesso” la liberazione di Shaeh poiché, a causa dei suoi presunti legami con Al-Qaeda, il giornalista rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti. Secondo Al Akhbar, questa è stata la seconda volta che gli USA hanno messo il veto sulla scarcerazione di Shaeh, il quale aveva ottenuto la grazia dal presidente Saleh prima dello scoppio della rivolta nel paese. La prima fu tramite una telefonata di Barack Obama allo stesso Saleh.

Inoltre, quando un gruppo di giornalisti yemeniti ha tenuto una marcia di protesta contro la mancata liberazione del collega davanti all’ambasciata USA di Sana’a, in molti hanno notato veicoli delle forze di sicurezza locali, utilizzate per il trasferimento di prigionieri, entrare nell’ambasciata stessa, con ogni probabilità per trasportare da una vicina struttura detentiva sospettati di terrorismo da sottoporre a interrogatori ad opera di personale americano.

L’ambasciatore Feierstein è stato bersaglio di accese critiche anche per una serie di lettere, pubblicate recentemente dalla stampa yemenita, inviate al ministro degli Interni, Abdul Qadir Qathan, per “suggerirgli” alcuni cambiamenti ai vertici delle forze di sicurezza, necessari per mantenere la pace nel paese. Feierstein, infine, appare costantemente sui media locali dove, violando le consuete regole diplomatiche, discute apertamente le questioni politiche all’ordine del giorno in Yemen. Per Al Akhbar, in definitiva, il potente ambasciatore americano “ha assunto di fatto un ruolo di governo in Yemen, agevolando il progresso ma solo nella misura in cui esso non contrasti con gli interessi USA”.

Il ruolo di Feierstein riflette l’intreccio esistente tra Washington e Sana’a, un rapporto fondamentale per la salvaguardia degli interessi di entrambi i governi. Come ha spiegato il ricercatore di Princeton, Gregory Johnsen, in un’intervista all’agenzia di stampa IPS a fine giugno, “il presidente Hadi e Obama si trovano in un rapporto di mutua dipendenza sempre più profondo.

Quando Hadi è salito al potere non aveva una base di supporto sicura in Yemen, perciò aveva bisogno dell’appoggio americano e della comunità internazionale. Allo stesso tempo, gli USA necessitavano di Hadi per continuare a colpire AQAP” o, meglio, per mantenere la propria influenza sul paese della Penisola Arabica.

Precisamente per quest’ultimo scopo, Washington ha promosso assieme all’Arabia Saudita l’Iniziativa del Golfo, cioè l’accordo che ha rimosso il presidente Saleh, tanto che recentemente Obama ha emesso un decreto esecutivo che consente agli Stati Uniti di adottare misure punitive contro qualsiasi individuo o gruppo che ostacoli l’implementazione dell’accordo stesso.

La difesa dei termini dell’Iniziativa del Golfo, assieme alla minaccia terroristica, hanno così fornito agli USA la giustificazione per intervenire in maniera diretta a fianco del regime yemenita, trovandosi ufficialmente a combattere con organizzazioni estremiste che, in realtà, risultano essere in gran parte forze di resistenza che si oppongono al governo centrale, come i separatisti attivi nel sud del paese e i ribelli sciiti a nord.

L’impegno americano in Yemen continua in ogni caso a crescere sia in termini di aiuti finanziari sia dal punto di vista militare. Un articolo del Los Angeles Times del 21 giugno scorso ha ad esempio rivelato che Washington starebbe addirittura valutando la possibilità di inviare per la prima volta nel paese aerei militari americani per facilitare il movimento delle truppe governative nelle zone coinvolte nel conflitto con Al-Qaeda nella Penisola Arabica. Questo ulteriore sforzo per aiutare il regime a soffocare il dissenso interno arriverebbe in aggiunta alle decine di truppe delle Operazioni Speciali americane da tempo presenti in territorio yemenita.

Dietro le apparenze di cambiamento, insomma, il regime che guida lo Yemen e i rapporti con i propri sponsor internazionali rimangono pressoché immutati anche dopo le oceaniche manifestazioni di protesta dell’ultimo anno e mezzo.

Non solo Saleh e il suo clan continuano a mantenere un forte ascendente sulla vita politica del paese, ma la transizione voluta dagli USA e dall’Arabia Saudita ha fatto in modo che a tutt’oggi non sia stata avviata alcuna forma di dialogo nazionale tra il governo, le opposizioni e la società civile. Allo stesso modo, non è stata approvata una nuova Costituzione né sono state indette elezioni credibili.

La strategia americana e dei paesi del Golfo in Yemen rischia perciò di risolversi in una ricetta che finirà per alimentare sempre maggiore instabilità e malcontento in un paese che fa segnare un livello ufficiale di disoccupazione superiore al 40 per cento.

L’insofferenza verso il regime, infatti, rimane intatta, mentre la campagna di assassini condotta con i droni contribuisce a diffondere tra la popolazione un odio sempre più profondo verso gli Stati Uniti e i loro alleati.





Eataly #2

30 03 2012

I carabinieri del Nas di Parma hanno sequestrato in un prosciuttificio in provincia di Modena 91 mila prosciutti crudi, per un valore di 2,5 milioni di euro, di provenienza estera, ma privi della bollatura sanitaria prevista dalla normativa comunitaria che ne avrebbe consentito la rintracciabilità. Borse, occhiali, prodotti in pelle, persino materassi. Ma il falso “Made in Italy” non si ferma neppure davanti all’agroalimentre. Anzi. E’ sempre più attaccato dai “tarocchi”, tanto che il settore, perde ogni giorno nel mondo oltre 160 milioni di euro che in un anno diventano 60 miliardi di euro.

“Un business enorme che danneggia le nostre aziende che si trovano spiazzate sui mercati”, dice la Confederazione italiana agricoltori aggiungendo che “vanno nella giusta direzione tutte le iniziative che difendono le nostre imprese nel mondo”.

Fatta eccezione per i prosciutti a Dop che garantiscono l’origine italiana, Parma, San Daniele, Toscano, Modena, Carpegna e Berico Euganeo, sul mercato è facile acquistare prosciutti che pur essendo definiti “Made in Italy”, come prosciutto nostrano o di montagna, in realtà non hanno nulla a che fare con la realtà produttiva nazionale.

Con la crisi e la necessità di risparmiare anche sul cibo, le frodi a tavola sono diventate quelle più temute dagli italiani, sei cittadini su dieci le considerano più gravi di quelle fiscali e degli scandali finanziari

[Crediti | Link: Repubblica Bologna]





Gooryo

23 02 2012

Federico Rampini per “la Repubblica

HyundaiHYUNDAI

«Ero appena uscito da un incontro con il presidente della Corea del Sud che mi aveva fatto la richiesta seguente: vogliamo importare a Seul insegnanti di inglese madrelingua, dagli Stati Uniti, perché i nostri ragazzi imparino meglio e più in fretta. Arrivo alla conferenza stampa, e qual è la prima domanda che mi rivolge un giornalista americano? Se ho letto il libro di Sarah Palin».

Lo sfogo di Barack Obama è raccolto dalla reporter del New York Times Jody Kantor nell´ultima biografia presidenziale. Sottolinea la sfasatura tra il gossip politico che insegue Obama sull´altra sponda del Pacifico, e la capacità di fare progetti di lungo periodo, di investire nel futuro, che il presidente americano ammira nei suoi interlocutori asiatici. Presto Obama tornerà in Corea del Sud, il 25 marzo, e sarà la terza volta in tre anni.

Un´attenzione giustificata: questo dragone asiatico continua a stupire per la sua competitività, la sua capacità di sfornare innovazioni a gettito continuo. In questi giorni alcuni taxi gialli di New York sperimentano una nuova tecnologia che consente di fare la spesa col proprio telefonino: seduti in mezzo al traffico di Manhattan i passeggeri possono scegliere cosmetici e altri prodotti di lusso, al momento del conto pagano infilando la carta di credito in un mini-terminale installato sul taxi.

Samsung Electronics Co.SAMSUNG ELECTRONICS CO.

È tecnologia sudcoreana, già collaudata da tempo a Seul. Il recente rapporto dell´Unione europea sulla performance dei vari sistemi-paese nell´innovazione, s´inchina di fronte alla superiorità sudcoreana. Nella classifica Pro Inno Europe, il dragone asiatico «supera i 27 paesi dell´Unione europea in sette indicatori, inclusi gli investimenti in ricerca e sviluppo e la quantità di brevetti internazionali registrati», si legge nel rapporto. Dietro questi risultati ci sono dei colossi industriali che non hanno mai lesinato risorse per essere all´avanguardia mondiale nelle invenzioni.

La Samsung Electronics quest´anno ha già stanziato 40 miliardi di dollari per investimenti nella ricerca, e assumerà 26.000 nuovi addetti. Ha superato la Nokia come primo produttore mondiale di smartphone, anche se proprio negli ultimi giorni ha dovuto cedere per poche lunghezze lo scettro del numero uno mondiale alla Apple. Nel mercato dell´auto Hyundai e Kia hanno visto salire le loro vendite del 17% l´anno scorso, e quest´anno prevedono di fare ancora meglio grazie ai due trattati di liberoscambio firmati con Usa e Ue. La Elantra della Hyundai ha vinto l´ambìto trofeo “North American Car of the Year” al salone dell´automobile di Detroit, per la seconda volta.

Telefonini e automobili non sono le uniche meraviglie della tecnologia sudcoreana, che si applica in campi ben più importanti per la qualità della vita. Solo pochi esperti lo sanno in Occidente, ma la Corea del Sud ha fatto meraviglie nella scienza medica e nelle tecnologie biogenetiche, con risultati notevoli nella guerra contro il cancro. Il tasso di sopravvivenza ai tumori è salito dal 59% nel 2008 al 62%. Le statistiche sanitarie dell´Ocse rivelano che Seul ha fatto i migliori progressi del mondo per la sopravvivenza dal cancro allo stomaco (65% contro il 26% negli Usa e il 25% in Europa) e tocca punte di sopravvivenze del 90,6% per i tumori al seno.

Dietro questa eccellenza scientifica e tecnologica c´è un fenomeno più vasto. È il miracolo di una rinascita che sembrava impossibile. In fondo la Corea del Sud poteva essere una storia di successo consegnata irrimediabilmente nel passato, come lo è in parte il Giappone (in stagnazione da vent´anni). L´ascesa della Cina, il colosso che sta alle sue frontiere, ha messo in campo un concorrente formidabile, imbattibile per la stazza e per il livello dei suoi costi.

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Per di più la Corea del Sud subì in pieno lo shock di due crisi relativamente ravvicinate, quella del sudest asiatico scoppiata nel 1997 e poi quella venuta dall´America nel 2008. E invece il piccolo dragone torna a sputare fuoco come ai tempi del suo decollo iniziale. Il prestigioso istituto di ricerca Bruegel di Bruxelles (che ebbe Mario Monti tra i suoi fondatori) ha appena pubblicato uno studio che indica la Corea del Sud come un modello virtuoso di uscita dalla crisi, un esempio che i governi europei farebbero bene a studiare.

Grazie a vigorose iniezioni di spesa pubblica, spiega il ricercatore Zsolt Darvas dell´Istituto Bruegel, «la Corea del Sud dopo una pesante caduta del Pil, analoga a quella europea, si è ripresa a tale velocità che nel terzo trimestre del 2011 superava già del 10% i livelli pre-crisi del 2008». Un risultato non banale per chi deve difendersi dalla macchina da guerra dell´industria cinese, indiana, vietnamita.


Qual è il segreto più importante della rinascita sudcoreana? È proprio quello catturato da Obama, nella sua ammirazione per la richiesta del presidente sudcoreano di “importare” interi contigenti di prof d´inglese dagli Stati Uniti. L´investimento nell´istruzione è la base di tutto: senza questa premessa, non basterebbero neppure le decine di miliardi stanziati da Samsung e altri colossi industriali nella ricerca. L´uno è la condizione per il successo degli altri. Ed è una storia che ha radici molto antiche.

Nel 1543, per la precisione. Hanno quasi mezzo millennio, infatti, gli undici istituti di studi confuciani di Sosu Seowon, cittadina che si trova 160 km a Sud di Seul. Queste accademie da cinque secoli trasmettono i valori fondamentali del filosofo Confucio: che sono “l´armonia della comunità” ovvero il senso civico; il rispetto degli anziani; la lealtà verso lo Stato; e più di ogni altra cosa il valore dell´istruzione.

Il revival che gli studi confuciani hanno conosciuto negli ultimi anni, va di pari passo con il “culto della scuola”. Ogni anno il 10 novembre la Corea del Sud è il teatro di uno spettacolo unico al mondo. Quel giorno gli aeroporti interrompono le operazioni di decollo e atterraggio. Gli uffici ritardano l´apertura. I pendolari non si mettono in viaggio. La polizia e le ambulanze sono mobilitate per assistere gli studenti che si presentano al grande esame nazionale di ammissione alle università.

Una nazione intera si ferma e sospende il fiato, durante il test. Una selezione spietata, estremamente competitiva, è l´approdo finale di anni di dedizione assoluta allo studio. È un sistema severo, talvolta anche feroce, ma ha un grande merito: la meritocrazia vige incontrastata, anche i giovani coreani delle famiglie più povere possono arrivare al top grazie agli esami.

L´Ocse promuove la Corea del Sud come la nazione che ha i risultati migliori del mondo nella qualità dell´apprendimento dei suoi liceali: le celebri classifiche internazionali Ocse-Pisa includono altre eccellenze asiatiche, limitate però a singole metropoli o città-Stato (Singapore, Shanghai, Hong Kong), solo la Corea ce la fa a raggiungere quelle vette portandoci l´intera nazione. Con oltre i due terzi della sua popolazione giovane (ventenni e trentenni) che ha una laurea o un titolo post-laurea, nella competizione della materia grigia Seul ci sta dando molte lunghezze di distacco.





Il Paese piu’ bello del mondo

17 02 2012

Milano costa il doppio di Shanghai

Sono stato quattro giorni durante le vacanze di Natale, il prezzo della stanza base è di Yuan 1700,00 pari a € 206,41. Vuol dire che due persone possono alloggiare pagando € 103 a testa, una cifra che neppure nelle pensioni attorno alla Stazione Termini a alla Stazione Centrale di Milano si riesce a spuntare.
Devo andare a Milano nei prossimi giorni e ho guardato quanto costa la stanza base del Park Hyatt Milan, la Park King, il prezzo è € 500.
Andrò in un altro albergo.

Anche i commenti mettono tristezza.





Curma.

8 01 2012

2- COURMAYEUR E LA PAURA DEI CONTROLLI 
Gianni Barbacetto per Il Fatto

“I controlli come a Cortina? Li facciano pure, vengano anche qui, non c’è problema: vuol dire che ci sposteremo a Saint Moritz”. Così parla l’uomo del suv nero cattivo, quel nero opaco che sostituisce la vernice metallizzata. “Chi ha i soldi è spaventato dalle verifiche”, incalza una albergatrice. “Appena annusa odor di controlli prende e se ne va. Imbocca il tunnel del Monte Bianco e passa in Francia, oppure si sposta in Svizzera. E se se ne vanno quelli con i soldi, alla fine ci perde chi lavora, i camerieri, i baristi, i commessi…”.

Michele Vietti e Enrico Cisnetto

No, qui a Courmayeur non è piaciuto il Cortina day, la raffica di controlli dell’Agenzia delle entrate che ha scoperto proprietari di suv nullatenenti e incassi del 400 per cento superiori al giorno prima. “Va bene, le regole sono regole, ma non ci devono spaventare la clientela”, aggiunge un proprietario di ristorante. “Se proprio devono farli, ‘sti controlli, li facciano, ma in maniera discreta”. 

Qui a “Curma” la crisi non si sente. La via Roma è ad alto tasso di cashmere, sia venduto, sia indossato. Le boutique hanno fatto ottimi affari. Il Caffè della Posta è sempre pieno. Le macellerie, salumerie, formaggerie, vinerie sembrano gioiellerie (“Macelleria Monte Bianco”, “Cheese & wine”), le gioiellerie sono affollate come macellerie. A Capodanno, champagne esauriti sui banchi dei supermercati. L’Hotel Royal e Golf, cinque stelle, 400 euro a persona, è tutto esaurito. I maestri di sci accettano ancora qualche prenotazione per lezioni a 47 euro all’ora. 

Un tempo, Courmayeur era la località di vacanza della buona borghesia del Nordovest, ricca, sportiva e riservata. Era l’approdo di villeggiatura del triangolo Torino-Milano-Genova. I milanesi ricchi avevano due amori, “Curma” per l’inverno e “Santa” (Santa Margherita Ligure) per l’estate. Con il tempo, la sobrietà e la riservatezza si sono via via perse, sostituite dall’esibizione. Sono arrivati i suv, i russi, i nuovi ricchi della Brianza, della Liguria, del Piemonte. Ormai è “Curma da bere”.

Alba Parietti e Oriella Dorella, Daniela Santanchè e Ignazio La Russa, Marcello Dell’Utri e Vittoria Brambilla, Gerry Scotti e Umberto Smaila. “Abbiamo avuto un decennio di lenta decadenza”, racconta un albergatore, “poi è arrivata la ripresa. Quest’anno la Regione Valle d’Aosta ha fatto una buona promozione”. Nell’ultimo periodo sono arrivate le paninerie, i pub, le discoteche. Smaila ha aperto il “Courmaclub”, insegna con orgogliose corna di cervo, dove si balla, si beve, si mangia. È arrivato anche Lapo Elkann, a inaugurare “Italia Independent”, boutique monomarca di abbigliamento, occhiali, accessori. 

Qui gli scontrini vengono battuti, garantiscono gli esercenti. La Valle d’Aosta è terra di passaggio, marca di confine, e la Guardia di finanza è da sempre ben insediata, presente, visibile. I negozianti ci stanno attenti, anche se con gli stranieri sono pronti talvolta a fare qualche eccezione. Ma sono le case, in affitto e in proprietà, il punto debole del sistema.

Se qualche albergo negli ultimi anni ha chiuso per mancanza di ospiti, non conosce invece crisi il mercato immobiliare. Qui ci sono appartamenti, case, stupende ville in pietra. Qui si vende anche a 15 mila euro al metro quadro. Dopo i condoni, sono arrivati compratori con valigie piene di contante. E i sottotetti sono stati trasformati in mansarde, le cantine in taverne, i garage in stanze da letto.

BRIGITTE BARDOT A CORTINA FOTO ANSA

Così le metrature indicate al catasto (su cui si pagano le tasse) sono lievitate, raddoppiate. E chi invece paga l’affitto per una casa di vacanze raramente ha un numero di conto corrente su cui versare le quote: i proprietari registrano contratti con indicate somme ben più modeste di quelle effettivamente pretese; e poi i soldi li vogliono in contanti, o al massimo in assegni che versano chissà dove. 

Se una farfalla sbatte le ali a Cortina, a Courmayeur tremano in molti. “I controlli fiscali ci danneggiano. Spaventano i ricchi, intimoriscono i clienti e fanno scappare gli investitori”, ribadisce un negoziante. “Ma no, io non ho paura”, dice invece sorridendo un giovanotto molto sportivo scendendo dal suo suv. È italianissimo, ma la targa è quella con i rombi bianchi e rossi di Montecarlo.





Lo schifo persiste #40

15 11 2011

di Rosa Ana De Santis

La legge di stabilità con cui il governo Berlusconi ha salutato il paese ha portato un bel regalo ai signori della guerra. E’ stato infatti cancellato il Catalogo delle armi da sparo, contribuendo a rendere più difficile qualsiasi forma di controllo e favorendo il commercio e gli affari delle lobby che traggono profitto dal mercato degli armamenti. La scusa di intervenire sulla crisi è sembrata sufficiente a spiegare un favore di questa portata a un gruppo, come quello di Finmeccanica, che certo non ha bisogno di privilegi e di aiuti.

Si continua a tagliare su numerosi fronti, mentre il bilancio della guerra nell’ultimo anno è vistosamente lievitato. L’ultima manifestazione che ha visto le Forze Armate protagoniste a Circo Massimo ne è stata, in certa misura, la prova simbolica più potente e, va doverosamente ricordato, per volontà non dei vertici militari che avevano optato per la sola ricorrenza dell’unità d’Italia – visto l’anno di austerity – ma per il narcisismo politico dell’ormai ex Ministro della Difesa.

La cancellazione del catalogo delle armi da sparo al fotofinish berlusconiano offre ora un ulteriore via libera al commercio bellico. Un macabro mercato sul quale il Rapporto di Amnesty International parla chiaro: Stati Uniti e molti paesi europei hanno nutrito le guerre, le rivolte e le crisi di tanti paesi difficili fornendo armi e autentica assistenza militare. Il Trattato studia il traffico verso Bahrein, Egitto, Libia, Siria e Yemen a partire dal 2005. L’Italia, in buona compagnia, è tra gli 11 paesi che hanno fornito munizioni ed equipaggiamenti allo Yemen, ad esempio, dove si sono contate molte morti di civili (indifesi manifestanti), e ai paesi del Nord Africa come la Tunisia e l’Egitto. Medio Oriente e Africa sono quindi il serbatoio assicurato di questo business e l’Italia figura tra i primi paesi che hanno fornito armi ai regimi arabi.

Diventa quasi impossibile, in questo scenario, dare credibilità alle parole della politica nazionale sulle guerre cattive e sulla necessità della pace quando proprio quei conflitti,osteggiati davanti alla tv, hanno in realtà  impolpato le casse dell’economia a suon di esportazioni. Lo stesso è accaduto con Gheddafi, prima che diventasse il nemico dell’Occidente.

Dal 2005 l’Italia ha aiutato il colonnello ei suoi con munizioni a grappolo, mortai e proiettili di ogni tipo. Poi il traffico è arrivato nelle mani dei ribelli, quelli che ora la comunità internazionale loda e difende, mentre fino a poco tempo fa armava il braccio proprio dei loro aguzzini. I lavori per un trattato internazionale che disciplini, caso per caso, un embargo su questo traffico quando interviene il serio rischio di una violazione dei diritti umani, sono ancora in corso e finora poco di concreto è avvenuto.

Le parole di riflessione di Helen Hughes, ricercatrice sul commercio di armi di Amnesty, che accompagnano i numeri del trattato e della ricerca inducono a riflettere sulla contraddizione, profonda e nascosta, tra l’economia e la politica. L’una mossa indipendentemente dall’altra con il risultato finale che gli affari rimangono sprovvisti di una direttrice etica e bastano a se stessi creando una spirale d’immoralità verso i beni privati e minando i beni pubblici fondamentali (i diritti in primis). Alla politica, come quella che abbiamo visto sfilare nei giorni della ribellione a Gheddafi, non rimane che una grancassa di trionfalismo retorico, senza contenuti reali e senza alcuna possibilità di incidere davvero nel corso delle cose.

In una parola è l’ipocrisia, infine, la protagonista di queste tristi pagine. Quella di chi, come gli Stati Uniti, hanno fatto dell’esportazione della democrazia una missione quasi mistica. Peccato che alla condizione già difficile da comprendere della guerra permanente in cui siamo caduti in nome di questa missione, si debba aggiungere il dato, sconcertante e colpevole, di aver armato chi ora – e già prima – era nemico della democrazia.

Quello che viviamo è forse null’altro che l’ultimo giro di giostra e l’ultima onda di profitto da seguire, fino ai prossimi nemici e alle nuove guerre che come un battesimo di sangue e rigenerazione (come sempre è stato del resto) porteranno a forme di ripresa e a solidi contratti di commesse e guadagni. Valgono tanto l’Afghanistan e l’Iraq. Cosi tanto che anche la nostra produzione di armi, mentre il resto dell’economia del Paese vivacchia nella speranza di qualche scampolo di bilancio e di ossigeno, avanza nell’attesa del nuovo nemico e dei nuovi acquirenti.
La pace non è mai stato un affare di stato.





No say cat…

15 11 2011

di Fabrizio Casari

L’uscita di scena, normalmente, è parte della recita e, tanto quanto la recita, indica le qualità di un buon attore. Quella di Berlusconi è stata in linea con il personaggio: un inchino dovuto agli applausi dei comprimari, un gesto di sfida verso il nuovo set che si va allestendo. L’inchino agli applausi dei comprimari è un ringraziamento sentito: il do ut des che ha permesso a oscuri personaggi di quarta fila d’ingrassare e ingrossare il proprio curriculum in cambio del servile contributo alla causa dei suoi interessi che ha caratterizzato i diciassette anni lungo i quali si è snodata l’avventura del cavaliere.

L’ultima seduta della Camera con Berlusconi a capo del governo è arrivata a seguire l’ultimo Consiglio dei Ministri, malinconico e privo di futuro. Perché Berlusconi potrà anche ricandidarsi, potrà anche cercare l’ennesimo colpo di reni, ma non sarà più quel che è stato, alfa e omega di un blocco sociale, verbo del nuovo qualunquismo, occasione di liceità per gli impulsi impolitici di un Paese da sempre ostile al frequentare la responsabilità e il senso dello Stato che caratterizzano le grandi nazioni.

Berlusconi è stato molto amato dai suoi e molto detestato da chi suo non lo era o non rimase tale sempre. Le facce, il corpo, le parole e gli atti di un modo di governare indifferente al senso dell’opportunità, al dovere della responsabilità verso il Paese lo hanno contrassegnato. Nella storia delle diverse stagioni della politica italiana, quello di Berlusconi è stato l’unico regime concepito, costruito e alimentato per e con la supremazia degli affari privati del capo. Le sue aziende e la loro fortuna, i suoi vizi privati e un piccolo esercito chiamato a servire l’imperatore e a servirsi a sua volta dell’impero, non hanno conosciuto precedenti simili, a nessuna latitudine. Nulla, nel suo governare, ha avuto il segno del bene comune, tutto è stato ad personam, persino la legge elettorale.

Ma il personaggio non è stato solo questo. Berlusconi è stato capace di tenere insieme l’establishment e gli esclusi, faccendieri e politicanti, evasori e corruttori, vittime e carnefici, trasformando il Paese intero in un palcoscenico dove attori e comprimari si scambiavano i ruoli. Ed è stato capace di creare un blocco sociale di consenso numericamente enorme, anche perché socialmente trasversale: operazione resa possibile, soprattutto, da un’abilità straordinaria nella propaganda politica.

Compito certo resogli più facile grazie alla sproporzione di mezzi a disposizione nei confronti degli avversari, ma onestamente frutto anche di una capacità superiore nel saper interpretare gli umori popolari, nel saper elevare gli istinti più beceri dell’egoismo nazionale a senso comune, nel saper piegare i bisogni collettivi ai suoi bisogni familiari. Il tutto sempre con la capacità di occupare il centro della scena, di saper imporre la sua agenda privata sulla congiuntura politica.

E anche nelle modalità dell’ultima crisi, quella finale, è stato capace di sceglierne i tempi, i riti, le gestualità; scansata la sfiducia per non cadere sul campo, ha scelto quando uscire, come uscire e il modo di uscirne, pur nell’ambito di un epilogo inevitabile: insomma una regia ad personam per il suo ultimo film.

L’anomalia di Berlusconi, però, non è stata solo quella di scegliere i tempi e le modalità di comunicazione della politica, ma anche quella di governare per diciassette anni senza avere un progetto per l’Italia, considerata sempre e solo il bacino di utenza delle sue ambizioni, del suo narcisismo, dei suoi affari. Mai nel cavaliere è prevalsa un’idea di modello di società da proporre, bensì la progressiva destrutturazione di ogni cemento sociale e culturale, obiettivi ai quali ha dedicato ogni energia, ogni mezzo, lecito e illecito. E’ sceso in campo con la forza delle sue televisioni e dei suoi miliardi, riuscendo a moltiplicare la sua presenza nel sistema mediatico e costruendo la sua vera fortuna patrimoniale.

Nella giornata appena conclusa si è riproposta, nel perimetro di Montecitorio, la storia di questi diciassette anni: lui al centro dell’emiciclo che riceve gli applausi dei suoi deputati, mentre fuori persone di ogni età applaudivano alla sua uscita di scena. Opposte fazioni per opposti applausi. Non poteva uscire diversamente chi, per il suo ego debordante, dell’applauso e persino dei fischi ha avuto sempre bisogno per poter dimostrare di essere comunque, nella vittoria e nella sconfitta, unico destinatario dell’attenzione generale.

Per la prima o per l’ultima volta quelle persone che l’hanno sempre detestato e combattuto l’hanno in qualche modo salvato da una fine anonima, dal nulla che incombeva. L’assenza di festeggiamenti per la sua uscita avrebbe potuto ferirlo davvero; si sarebbe sentito, per una volta, un uomo qualunque, vittima dell’indifferenza dei più, della scrollata di spalle collettiva, incamminato su una corsia preferenziale verso un limbo inaspettato. Ma ha dovuto lasciare il Quirinale da un’uscita secondaria e rientrare a casa da un’altra entrata secondaria per evitare immagini a testa bassa. Perché le persone prima o poi se ne vanno, ma le foto della sconfitta restano per sempre. Letali.








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